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Biennale Architettura  Out There: Architecture Beyond Building 
di Aaron Betsky 

L’11 Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, Out There: Architecture Beyond Building, vuole esporre quello che dovrebbe essere un fatto ovvio: l’architettura non è ‘il costruire’. Gli edifici sono oggetti, e l’atto del costruire produce gli oggetti-edifici, ma l’architettura è qualcosa d’altro. È il modo di pensare e di parlare sugli edifici. È il modo di rappresentarli, di realizzarli: questo è architettura. Più in generale, l’architettura è un modo di rappresentare, dare forma e forse anche offrire alternative critiche all’ambiente umano. Non basta più lasciare fuori la pioggia, fare spazio a uffici-alveare, e neppure sforzarsi per inserirsi in un contesto in costante trasformazione o divenuto artificialmente immobile.

Infatti, gli edifici non sono abbastanza: sono la tomba dell'architettura, ciò che resta di quel desiderio di costruirci un altro mondo, un mondo migliore e aperto ad altre possibilità oltre il quotidiano. In concreto, architettura è ciò che può farci sentire ‘a casa’ nel mondo. Che vuol dire anche produrre case, uffici e gli altri posti dove viviamo, lavoriamo, ci riuniamo, ci divertiamo. Ma la realizzazione di questi spazi è diventata così definita da norme e regole - finanziarie, costruttive, di salute, di sicurezza, di codici informatici, di comportamento e di apparenza - che l’architettura ha molto poco a che fare con il risultato finale.

Solo in poche occasioni - quando un committente facoltoso domanda una casa o un museo e richiede un’opera culturalmente simbolica - troviamo esempi architettonici che danno forma, con sensualità e sensibilità, all’ambiente circostante, in un modo che ci permette di sapere dove siamo.

Aaron Betsky
Allo stesso tempo, però, possiamo godere di spazi ideali nei film, nell’arte, che spiegano ai nostri occhi visioni di mondi immaginari. Possiamo viverli quando sono interni attentamente disegnati, che siano camere d’albergo, club, ristoranti o boutique, ormai divenuti luogo di aggregazione. Possiamo vederli crescere attorno a noi nei paesaggi accuratamente progettati, gli ultimi veri spazi pubblici.

Vale la pena di osservare questi esperimenti non per il loro valore estetico, ma perché stiamo affrontando sfide per le quali gli edifici non bastano. Come riusciremo a risolvere il problema degli sprawl, per esempio?
Se le nostre città continuano a espandersi in un concatenarsi di residenze, che attraversano il paesaggio senza riguardo per l’ambiente naturale e sociale, come possiamo creare un’architettura che usi il territorio con saggezza? Che ci aiuti a relazionarci tra noi e con il mondo in cui viviamo, che ci faccia sentire a nostro agio e ci connetta in un più ampio tessuto economico, sociale e fisico?

Come possiamo sentirci a casa in un mondo dove il continuo spostamento di beni, persone e informazioni corrode ovunque il senso di stabilità? Come possiamo realizzare un ordine fisico che possa divenire uno scenario di vita in comune, se le costruzioni dove viviamo e agiamo sono l’invisibile risultato di tecnologie comunicative e informatiche?
 
 
 
 
 
 
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