La Biennale di Venezia  
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52. Esposizione Internazionale d’Arte  Riflessioni sulla 52. Esposizione Internazionale d’Arte 
di Robert Storr 

Le epifanie accadono, ma non durano. Come ha dimostrato James Joyce, una delle funzioni dell’arte è quella di salvaguardare l’esperienza così da poterne assaporare e studiare i numerosi aspetti. La storia dell’arte è un tessuto di epifanie intrecciato da molte mani a velocità diverse: il tempo presente dell’arte è il bordo esterno di questo work in progress. Preso in un punto qualsiasi, questo bordo può essere frastagliato e irregolare e la trama che si delinea può disturbare o risultare ardua da discernere, a rispecchiare le difficoltà della creazione artistica in tempi difficili, quali sono quelli in cui oggi viviamo. Invece di rifilare il bordo o di ritessere la trama per regolarizzarla, questa mostra si concentra su alcuni aspetti della produzione attuale scelti quali indizi della possibile natura degli schemi emergenti, senza tuttavia alcuna pretesa di offrirne una mappatura esaustiva. Pertanto non è stato fatto alcun tentativo di essere programmaticamente “rappresentativi”, né in termini di stili, né di mezzi artistici, di generazioni, paesi o culture: sono state piuttosto impiegate qualità e preoccupazioni particolarmente diffuse nell’arte contemporanea affinché fungessero da poli magnetici in grado di attrarre opere dai sette continenti, che utilizzino tutti i diversi mezzi artistici, rappresentino gli stili più vari e appartengano a tutte le generazioni attive al momento.

Tra i poli attorno ai quali hanno prontamente gravitato alcune opere, esiste un campo di forza in cui ne aleggiano molte altre. I poli sono stati impegnati come diapason, cosicché i criteri di selezione sono stati tanto la risonanza e lo stato d’animo quanto la tematica trattata o la metodologia estetica. Tra questi vibranti punti di riferimento figurano l’immediatezza della sensazione in rapporto all’interrogarsi sulla natura e al significato di tale sensazione, l’intima affezione nei confronti dell’impegno nella vita pubblica, il senso di appartenenza e quello di sradicamento, la fragilità della società e della cultura di fronte al conflitto e le qualità di sostegno dell’arte di fronte alla morte.

Dagli inizi del XX secolo lo sviluppo dell’arte moderna è avvenuto a livello mondiale; tuttavia, la sua disseminazione e assimilazione generale non hanno tenuto il passo con questa crescita ampia, simultanea e capace di impollinazioni reciproche. Riconoscendo tale discrepanza, per colmare il divario questa Biennale si è affidata, come in passato, ai padiglioni nazionali, ma ha anche incorporato al proprio interno un padiglione nazionale, quello turco, e un “padiglione continentale”, quello africano, aprendo la strada, si spera, a una maggiore e più durevole inclusione di zone del mondo e della creazione artistica troppo a lungo trascurate nei circuiti espositivi internazionali.

Questa mostra guarda al futuro, non al passato. In questo senso, non sono stati compiuti tentativi di tracciare delle genealogie o di stabilire un nuovo canone, né tanto meno di entrare in competizione con le fiere d’arte o di ostacolare il mercato. Tranne rare eccezioni, tutti gli artisti presentati in mostra sono vivi e attivi. Diversi per provenienza e prospettiva temporale, sono loro a coniugare, tra loro e per noi, il tempo presente dell’arte. Gli unici artisti non viventi in mostra sono scomparsi per una morte prematura o improvvisa; le loro opere sono state comunque incluse in quanto conservano una freschezza e un impatto che le imprime nella mente dei loro compagni di strada e del pubblico.

Robert Storr