la Biennale di Venezia
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Arte


Gli allestimenti e le decorazioni

Le prime Biennali seguirono in genere le tendenze d'allestimento e d'arredo dei salons o delle pinacoteche, con riformulazioni del tema neoclassico del Museo. Ma, come scrive lo storico della Biennale Romolo Bazzoni, "con i quadri e le statue in un ambiente così ampio, le opere non figuravano sempre bene".
 
È dal 1901 che alla Biennale vennero studiate soluzioni più adeguate per la collocazione delle opere in mostra, principalmente nel grande e disorganico Padiglione centrale. In quell'anno il primo Segretario Generale Antonio Fradeletto pensò di introdurre alla Biennale la decorazione come presenza artistica autonoma, con l'allestimento di sette sale regionali. Nel 1907 Giulio Aristide Sartorio decorò il salone centrale illustrando, con miti dell'antichità classica, il poema della vita umana. Impiegò quattro pannelli, lunghi sette metri e alti cinque, due per ogni parete del salone. Vennero sostituiti pochi anni dopo da quelli decorati dal pittore Pieretto Bianco per la Biennale del 1912.
 
Il difficile intreccio fra decorazione, collocazione delle opere, illuminazione e arredo, venne affrontato in modo sempre più consapevole e originale grazie allo stimolo del confronto internazionale, sotto l'influsso delle esposizioni di Stoccolma o di Bruxelles e della casa della Secession viennese. Sin dal 1905 le sale austriaca e tedesca diventarono esemplari lezioni di allestimento, con protagonisti dell'arredo come Emanuel Seidl, Bruno Paul, Joseph Urban. Nel 1910, alla nona Biennale, la tradizione decorativa austriaca offrì la celebre sala che ospitò le opere di Klimt, allestita da E.I. Wimmer.
 
Galileo Chini, il più attivo decoratore della scuola italiana, nel 1907 si ispirò all'Art Nouveau per la decorazione in fregi policromi e floreali della sala di quadri simbolisti L'arte del sogno.
Nel 1909, per l'ottava Biennale, Fradeletto volle tentare un altro esperimento di decorazione murale, questa volta realizzata direttamente sulle pareti della cupola del salone d'ingresso del Padiglione Italia. L'esecuzione dell'opera viene affidata allo stesso Chini, che approfittò degli otto spicchi sferici per illustrare i periodi più illustri della civiltà e dell'arte (le opere, in un primo tempo coperte, furono riportate alla luce nel 1986). È del 1914 un altro impegno alla Biennale del Chini: la decorazione del salone centrale dell'undicesima Biennale, commissionata dalla presidenza per sostituire i pannelli dipinti da Pieretto Bianco nel 1911.