la Biennale di Venezia
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Cinema


Intervento del Direttore della 67. Mostra, Marco Müller

Il cinema, maggiore responsabile (assieme alla fotografia) del declino dell’ “aura” dell’arte moderna, di cosa può ancora farsi forte? Della sua (relativa) potenza economica; delle regolari imprese critiche di legittimazione; dei gruppi di spettatori in grado di identificarlo; e soprattutto, della sua incontestabile supremazia simbolica. La più rappresentativa delle arti tecniche “resiste” perché continua a offrire possibilità di rinnovamento a una trama singolare di spazio e tempo. Per questo, anche in passato, le era stato possibile opporsi e risucchiare in sé ciò che sembrava dover prendere il suo posto (la televisione, il video, le “nuove immagini”). Sarà a questo punto inevitabile chiedersi se esista ancora l’ “aura” cinematografica, o se non sia invece semplice apparizione di una lontananza, per quanto sia vicino ciò che l’ha evocata. La risposta provvisoria è nei programmi della 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

Con una serie ininterrotta di intrusioni, le nuove prassi cinematografiche hanno definitivamente scardinato la serratura dello spazio privilegiato delle arti visive, costretto la parte migliore di queste a trarre le conseguenze dei piccoli e grandi rivolgimenti da esse causati. Si sono allora rifondati i criteri di giudizio estetico; le definizioni correnti di stile, talento, mestiere, autenticità, unicità, originalità, autore sono divenute di colpo fuori corso, la loro caducità è stata lampante. Hanno finito per perdere autorevolezza anche valori che spesso sopravvivono in seno al mercato (finanziario e retorico) delle arti solo in quanto tributari di un gesto molto più decisivo, quello del “cinema”.

Il cinema è stato solo, veramente solo, in un unico periodo: quello tra la partenza del sonoro e l’arrivo della televisione. L’epoca in cui si è affermata una logica della trasparenza e della (presunta) immediatezza dell’immagine. Il “cinema” non può essere solo impronta diretta del mondo. Esiste come “arte” quando lavora incessantemente anche a scucire la realtà, smentendo così la pretesa che la sua essenza sia solo documentaria. Abbiamo finito per scoprire che il “vestito senza cuciture del visibile” occultava le cuciture della mediazione, del gesto e del lavoro dello sguardo nel mondo. E che sono le cuciture a fare il cinema, e anche le pieghe: perché esso opera sul punto di contatto tra due metafore, quella del tessere e quella del cucire, che si impegna a confondere, come fa il sogno.

Ciò che ancora chiamiamo “cinema” ha iniziato a dimenticarsi di sé, ma non fino al punto di rimuovere la rottura da cui tutto il nuovo era scaturito. Motore di un rivolgimento tecnico-estetico che ha azzerato tutti gli antichi criteri qualitativi (dalla “fattura” alla “firma” d’autore), con la sua apparizione aveva fatto saltare le paratie che dovevano salvaguardare e regolare lo statuto di opera, dalle condizioni di produzione ai valori attribuiti alla sua fruizione. Se oggi vogliamo considerarlo ancora come arte (“arte”, quindi, nell’accezione contemporanea del vocabolo), dobbiamo riconoscere i disordini che ha causato, il fecondo disastro che ha spalancato nuovi campi di sperimentazione, suscitato speranze di un’attualità sempre più rigorosa.

Abbiamo guardato a quello che davvero è successo nel “cinema” degli ultimi dodici mesi. Come è accaduto a tutte le pratiche artistiche, il cinema, quando è stato ripensato e riformulato, non ha perso tempo a ribattezzare ogni volta la parte e il tutto con nuovi nomi propri. Ha sopportato con indifferenza l’isteria da ridenominazione persino per le trasformazioni che designavano ordini di urgenza altri da quello estetico: urgenze etiche, intellettuali, politiche. Mai come quest’anno, dunque, l’ “etichetta” di una delle nostre linee di programmazione è stata calzante e ci ha permesso di seguire i linguaggi espressivi nella loro graduale liberazione da ogni definizione che li costringeva entro contorni angusti, privilegiando così la ricerca di nuovi Orizzonti.

Non è stato solo Orizzonti a reinventarsi e rinnovarsi, ma la Mostra tutta. Senza partiti presi, senza pose aprioristiche o predilezioni di genere. Senza un unico “stato dell’arte” a fare da griglia di riferimento. Ci siamo immersi nella singolarità delle opere: solo a selezione fatta, il programma si è organizzato per linee progettuali comuni ai registi. Ci siamo rifiutati di entrare in una contabilità di criteri che - ci dice chi il cinema lo fa - devono essere mantenuti aperti. E persino, addirittura, incerti.

Forse il cinema non è ancora compiutamente un’arte, forse deve finire di diventarlo. La sua potenza artistica non chiede che di poter attualizzare sempre meglio i propri strumenti: eppure resta spesso una potenza fragile, come sospesa, il futuro anteriore di una promessa.

Abbiamo dunque fatto appello ai registi che sperimentano tutto quello che i linguaggi della cultura visiva contemporanea potevano offrire. Nel solco di quel che era avvenuto all’epoca delle grandi avanguardie cinematografiche (del primo dopoguerra e oltre), quando gli artisti cinematografici avevano preso come riferimento una parte della pittura contemporanea, quella che non ricorreva più ai mezzi del linguaggio articolato, rinunciava al principio stesso del figurativo per riflettersi, invece, in nuovi modi di esistere sul piano delle forme.

Più del seguito delle avventure di un cinema “sperimentale” (arroccato in difesa delle sue prerogative di continuatore di una storia dell’arte da considerare intatta, come una sola storia morfologica), ci interessavano i modelli che rifiutano di appartenere a questo o a quel campo estetico, passando invece dall’uno all’altro, negandosi alla denominazione d’origine controllata. Senza contare che esistono ormai strumenti tecnologicamente avanzati perché il cinema dell’intimità, quello elaborato in un faccia-a-faccia con sé stesso, quello del pittore e dello scrittore, abbia infine accesso ad altri spazi che quelli del filone sperimentale.

È della fluidità del cinema contemporaneo che volevamo rendere conto, con scelte che mettono a confronto opere che innovano nel tradizionale supporto di celluloide e sperimentazioni elettroniche-digitali. Stili e sguardi, insomma, molto diversi tra loro sull’audiovisivo e sul mondo. Nella convinzione dell’esistenza oggi di una molteplicità di sviluppi delle pratiche cinematografiche e delle loro costellazioni (vale a dire: del cinema e delle sue espansioni).

Se abbiamo lavorato a scontornare quelli che erano i vecchi Orizzonti, è stato con l’intenzione di presentare meglio quel versante del programma dalla Mostra: un altro punto di vista, un'altra immagine del "cinema per come lo si può fare" oggi. Così che uno spettro ancora più ampio del solito di cineasti, forme e contenuti faccia dialogare tutte le linee di programma, senza bisogno di metterle in competizione e nemmeno in "alternativa", bensì come prova particolarissima che il cinema è in presa diretta, oggi più che mai, con tutte le arti, con tutti i linguaggi espressivi.

Questo sforzo particolarissimo dovrebbe servire a ritrovare un’idea-forza di Mostra “spirito del suo tempo”. Rinasce dunque quest’anno una Mostra di Venezia dalle rimeditate linee di programmazione, che documenta il “visivo” contemporaneo in tutti i suoi stati, sollecita uno sguardo attento, vigile ed appassionato e offre in cambio un nuovo passo di visione.
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