la Biennale di Venezia
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Cinema


Orizzonti

Shirin Neshat (Iran - Presidente)
Artista nata in Iran, è nota per le sue singolari esplorazioni dell’Islam e sui rapporti tra i sessi. Negli ultimi quindici anni, Neshat ha prodotto opere spesso provocatorie partendo dalle sue esperienze personali vissute durante l’esilio e dal crescente scontro politico e ideologico tra l’Occidente e il Medio Oriente. I forti temi trattati attraverso la fotografia e i video evocano le lotte che la definiscono. Nata a Qazvin, una delle città più religiose dell’Iran, Shirin Neshat è forse l’artista contemporanea più famosa di questo Paese, che ha lasciato poco prima della rivoluzione islamica e della caduta dello Scià (1979). Le sue successive visite in Iran hanno portato alla creazione di un insieme di opere che hanno avviato con successo la sua carriera artistica. Dal 1996 non è più potuta tornare al suo Paese d’origine a causa della natura controversa dei suoi lavori. Ha tenuto numerose mostre personali in gallerie e musei internazionali, tra cui: lo Stedelijk Museum di Amsterdam; la Serpentine Gallery di Londra; l’Hamburger Bahnhof di Berlino; il Musée d’Art Contemporain di Montreal; il Walker Art Center di Minneapolis; il Castello di Rivoli, a Torino, e molti altri. Tra i premi ricevuti spiccano il Leone d’Oro alla 48. Biennale di Venezia nel 1999 e il Lillian Gish Prize nel 2006. Il primo lungometraggio della Neshat, Women Without Men (coregia di Shoja Azari), ha ricevuto il Leone d’Argento alla 66. Mostra di Venezia nel 2009.  
 
Raja Amari (Tunisia)
Nasce a Tunisi. Dopo la laurea in Letteratura francese presso l’Università di Tunisi, studia Cinema alla Fémis di Parigi. Si fa notare nel 1998 con il primo cortometraggio, dal titolo Avril. Nel 2000 ne realizza un secondo, Un soir de juillet. Il suo lungometraggio d’esordio, Satin rouge (Red Satin), raccoglie ampi consensi di critica e pubblico, ricevendo numerosi riconoscimenti, tra i quali il premio per il miglior film al Torino Film Festival e quello per il miglior regista esordiente al Festival di Seattle. Les secrets (Dowaha), il secondo acclamato e pluripremiato lungometraggio della regista, è stato presentato alla 66. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione Orizzonti.   
 
Lav Diaz (Filippine)
Nato nel 1958 a Datu Paglas, è considerato il padre ideologico del Nuovissimo Cinema Filippino. La sua straordinaria trilogia, Batang West Side (2002), Ebolusyon ng isang pamilyang pilipino (2005) e Ikalawang aklat: ang alamat ng prinsesang bayawak (2006), è l’archetipo di un cinema privo di compromessi, rigoroso e omogeneo. Ha studiato cinematografia al Mowelfund Film Institute (Filippine). Tra le sue opere si ricordano Serafin Geronimo: kriminal ng Baryo Concepcion (1998), Burger Boys (1999), Hubad sa ilalim ng buwan (1999), Hesus rebolusyunaryo (2002). Diaz, che vive tra Manila e New York, con ricercata coerenza stilistica e contenutistica, si è fatto cantore della lotta del popolo filippino per la redenzione. Ha vinto numerosi premi internazionali, tra cui miglior film ai Festival di Bruxelles e di Singapore, e miglior film del premio della critica Gawad Urian, con il suo film d’esordio, Batang West Side (2002). Ebolusyon ng isang pamilyang pilipino (2005) riceve il premio della critica Gawad Urian, e Ikalawang aklat: ang alamat ng prinsesang bayawak (2006) ottiene il premio speciale della giuria al Festival di Friburgo. Gli ultimi due suoi lavori sono stati presentati alla Mostra del Cinema di Venezia: Kagadanan sa banwaan ning mga engkanto, sulle conseguenze apocalittiche del tifone Reming, abbattutosi nel 2006 sulle Filippine, ha ottenuto la Menzione Speciale Orizzonti 2007, mentre il successivo Melancholia, ha vinto il Premio Orizzonti 2008.   
 
Alexander Horwath (Austria)
Nato a Vienna nel 1964, è direttore dell’Österreichische Filmmuseum dal 2002. È stato direttore della Viennale – Vienna International Film Festival dal 1992 al 1997 e curatore della rassegna cinematografica Documenta 12 a Kassel nel 2007. Ha esordito come critico cinematografico nel 1985, pubblicando numerosi articoli e monografie su temi inerenti al cinema e all’arte in Austria, Germania, Francia. Italia, America, Australia, Paesi Bassi e Gran Bretagna. È stato cofondatore della rivista “Filmlogbuch” (1985-1989) e critico cinematografico per il quotidiano “Der Standard” (1988-1992). Ha curato i programmi di festival, retrospettive e mostre di cinema in vari paesi. È stato consulente, tra gli altri, del Festival del Cinema di Torino (1997-98) e della Biennale di Venezia (1999-2001). Ha insegnato e tenuto conferenze sul cinema in varie università e altre istituzioni culturali in Austria e all’estero. Tra le sue pubblicazioni: Cool. Pop, Politik, Hollywood 1960-68 (1994); The Last Great American Picture Show. New Hollywood 1967-76 (1995); Michael Haneke (1998, co-ed. Giovanni Spagnoletti); Peter Tscherkassky (2005, co-ed. Michael Loebenstein); Josef von Sternberg. The Case of Lena Smith (2007, co-ed. Michael Omasta) e Film Curatorship. Archives, Museums, and the Digital Marketplace (2008, co-ed. Paolo Cherchi Usai, David Francis, Michael Loebenstein).   
 
Pietro Marcello (Italia)
Nato a Caserta nel 1976, osservatore attento della realtà che lo circonda, autodidatta, partecipe di più esperienze di lavoro e di intervento “dal basso” a partire da Napoli, educatore in carcere, attento alla vita e cultura dei trascurati e delle società marginali. Tra il 1998 e il 2003 ha lavorato come organizzatore e programmatore della rassegna cinematografica Cinedamm presso il Damm di Montesanto, Napoli. Nel 2002 realizza il radiodocumentario Il Tempo dei Magliari e l’anno successivo realizza i corti Carta e Scampia. Comincia nel 2004 la realizzazione di vari documentari, come Il cantiere, La baracca (2005), Grand Bassan (2005). Nel 2007 dirige Il passaggio della linea, presentato alla 64. Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti e si aggiudica il Premio Pasinetti Doc e la Menzione Speciale Premio Doc/it. Il passaggio della linea è stato successivamente presentato in festival internazionali riscuotendo l’apprezzamento della critica. A seguito dell’incontro con Enzo Motta, e grazie alla Fondazione gesuita San Marcellino di Genova, La bocca del lupo, documentario poetico che racconta la vera storia d’amore tra due ex detenuti di Genova, l’emigrato Enzo e il travestito Mary. Il film, presentato in vari festival internazionali ha ottenuto numerosi importanti riconoscimenti al Torino Film Festival, al Festival Cinéma du Réel di Parigi, al Festival di Berlino e al Festival di Buenos Aires. In Italia ha vinto il Nastro d’Argento e il David di Donatello per il miglior documentario dell’anno.