La Biennale di Venezia  
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Slow Dancing
Biennale Danza  6. Festival Internazionale di Danza Contemporanea 
David Michalek (Stati Uniti) 

 

Le riprese sono state effettuate utilizzando videocamere ad alta velocità e definizione in grado di catturare 1.000 fotogrammi al secondo (contro i 30 delle videocamere standard). Ne è scaturita una serie di video di circa 10 minuti ciascuno in cui le immagini appaiono estremamente dilatate nel tempo, proiettate a gruppi di tre simultaneamente su altrettanti mega-schermi.
Così che quello che in principio appare come una serie di immagini statiche si rivela essere una sequenza di gesti il cui mutare è quasi impercettibile, un “ritratto in movimento” nel quale si dispiega l’unicità artistica ed espressiva di ciascun danzatore.

 

Slow Dancing rende visibile l’invisibile, svela all’occhio dello spettatore - con l’ipertrofica dilatazione di ogni dettaglio - la complessità di un gesto apparentemente semplice o la costruzione di un movimento articolato. Le sottigliezze dei movimenti diventano percepibili a occhio nudo: il modo in cui un muscolo si contrae o si distende, la tecnica con cui il piede si allunga sulle punte o si rilassa. Per la prima volta gli appassionati possono davvero studiare l’head spin di un ballerino di break dance, lo sviluppo di un arabesque, il movimento irregolare dei piedi in volo, l’aprirsi e il chiudersi degli occhi di ciascun danzatore.

 

Presentato alla Biennale in prima europea, Slow Dancing ha esordito al Lincoln Center per l’omonimo festival nel luglio del 2007. “La prospettiva monumentale dei ritratti ha l’effetto di tramutare i ballerini in figure divine. A questa grandezza e velocità tutti i gesti di ciascun ballerino hanno un che di miracoloso" – ha scritto il New York Times. La video-installazione è stata poi invitata al Music Center di Los Angeles e al Museum of Contemporary Arts del Massachusetts. Ha scritto il Los Angeles Times: “I ballerini appaiono inizialmente come imprigionati da una sorta di immobilità, finché i movimenti infinitesimali diventano percettibili e l’occhio si adatta all’estrema lentezza e all’aumentata minuziosità dell’immagine. È come mettere i ballerini sotto la lente di un microscopio.”.

 

Nato a San Francisco nel 1967, David Michalek si è laureato in Letteratura Inglese a Los Angeles (1990) e ha studiato regia cinematografica all’Università di New York. Per due anni assistente del grande fotografo Herb Ritts, nel 1991 Michalek ha iniziato la sua carriera professionale lavorando come fotografo ritrattista per Vanity Fair, New Yorker, Vogue. A partire dalla metà del 1990, Michalek ha iniziato a sperimentare la creazione di performance e installazioni, sviluppando progetti multidimensionali su larga scala. Realizzati da solo o in collaborazione, i suoi progetti sono stati esposti recentemente al Museo Brooklyn e presso Kitchen. Ha collaborato con il regista Peter Sellars per Kafka Fragments (Carnegie Hall) e per St.François D’Assise (Festival di Salisburgo e Opéra National di Parigi). Fra le sue più recenti realizzazioni, un progetto per il Museo di Brooklyn, la serie Music of the Walles.

 
 
 
 
 
 
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