la Biennale di Venezia
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Musica


Ictus Ensemble


sabato 1 ottobre ore 16.00
Teatro alle Tese
ICTUS ENSEMBLE
 
Fausto Romitelli (1963-2004) Trash Tv Trance per chitarra elettrica (2002, 10’)
Iannis Xenakis (1922-2001) Ikhoor per trio d’archi (1978, 10’)
Harry Partch (1901-1974) arr. Tim Mariën (1975) Barstow (1941) e The Letter (1943, 14’) prima es. it.
da Wayward Cycle per voce, pianoforte microtonale, chitarra microtonale e zyther
Eva Reiter (1976) Alle Verbindungen Gelten Nur Jetz per flauto Paetzold, percussioni, chitarra elettrica, violoncello ed elettronica (2008, 10’) prima es. it.
Kurt Schwitters (1887-1948) Sonate in Urlauten (1932, estratti, 10’)
Hikari Kiyama (1983) Kabuki per saxofono solista e 6 strumenti (2009, 15’) prima es. it.
 
percussioni Miquel Bernat, Gerrit Nulens, violoncello Geert De Bièvre, clarinetto basso Dirk Descheemaeker, chitarra Tom Pauwels, pianoforte Jean-Luc Plouvier, flauto Paetzold Eva Reiter, viola Jeroen Robberecht, flauto Michael Schmid, violino George van Dam, luci e scena Eric Verberdt, regia del suono Alexandre Fostier
direttore Georges-Elie Octors
 
 
Un concerto con molti spunti di originalità per l’Ictus Ensemble di Bruxelles, che nel suo organico di musicisti annovera regolarmente la figura di un ingegnere del suono, a dimostrazione dell’attenzione e della dimestichezza del gruppo con tutto ciò che ha a che fare con gli strumenti elettrici e l’elettronica. Diretto fin dalla sua costituzione nel ’96 da Georges-Elie Octors, l’ensemble vanta collaborazioni con i migliori coreografi, come Wim Vandekeybus e la compagnia Rosas, e dal 2004 è in residenza al Teatro dell’Opera di Lille. Per il concerto veneziano, l’ensemble fiammingo scopre pagine di autori molto poco eseguiti come Harry Partch, o anomali come Kurt Schwitters, accanto ai più noti Iannis Xenakis e Fausto Romitelli, e ai trentenni Eva Reiter e Hikari Kiyama.
 
Compositore visionario, che nella chitarra elettrica trova il suo strumento feticcio, Romitelli compone Trash TV Trance a stretto contatto con il chitarrista di Ictus Tom Pauwels. Un’opera trash, dove la tecnologia è presentata sotto forma di rifiuto, di elemento incontrollabile; televisiva, perchè è una musica tanto da guardare quanto da ascoltare; infine trance, perché l’opera è come risucchiata in un ciclo senza fine. La chitarra elettrica è collegata a un amplificatore simile a quelli utilizzati dai chitarristi rock e a una serie di pedali (distorsione, delay, wah-wah), ma soprattutto a una loop machine. “Con due colpi di pedale il chitarrista indica l’inizio e la fine di una sequenza che la loop machine deve memorizzare; un terzo colpo e il campione così catturato viene restituito sotto forma di un ciclo senza fine. Il musicista può allora introdurre un secondo campione, o meglio quanti ne desidera, che si sovrapporranno ai precedenti. In questo modo si crea un ciclo vorticoso sempre più complesso, secondo una logica cumulativa. Bisogna dire che si può ‘eliminare’ un campione dato (cancellarlo dalla struttura generale), e allo stesso tempo è possibile invertirlo nel tempo (ascoltarlo come un ‘nastro al contrario’). Il ciclo generato dalla loop machine crea uno sfondo strumentale molto ricco, a volte violento o saturato, sul quale il gioco diretto del chitarrista si distacca per emergere in primo piano” (J. L. Plouvier).
Tra fraseggi di chitarra attinti ai modi del blues, dell’hard rock, della ballata, e sonorità atipiche provocate dallo sfregamento delle corde con un archetto, una spugna, una moneta, si inserisce anche una tecnica tipica della musica techno d’avanguardia, quando all’inizio del brano il chitarrista stacca il cavo che collega la chitarra all’amplificatore, creando quella sorta di brusio da guasto tecnico, ma che, inserito nella rete della loop machine, da suono “accidentale” finisce per musicalizzarsi.
 
Un grande umanista con il culto della ricerca tecnologica, Iannis Xenakis è stato architetto (ha collaborato con Le Corbusier), matematico, appassionato di filosofia, dei classici greci antichi, di fisica atomica, elettronica, tutti studi che convergono nella sua opera di compositore. Il percorso di formalizzazione di questo autore antisentimentalistico - come scriveva un suo celebre ammiratore, Milan Kundera, intitolando “Il profeta dell’insensibilità” un suo celebre saggio – in realtà produce, quasi paradossalmente, una musica di grande potenza drammatica. Ne è un esempio il brano in programma, Ikhoor, che come spesso accade con Xenakis, si rifà alla ricca simbologia della mitologia greca, e nel titolo indica “il liquido trasparente ed etereo che circola al posto del sangue nelle vene degli dèi”. Commissionato dal Ministero della Cultura Francese, il pezzo è stato scritto per il Trio per Archi Francese a cui è anche dedicato e che lo ha eseguito per la prima volta il 2 aprile 1978 all’Opèra di Parigi.
 
“Ascoltare Partch non è necessariamente piacevole, la sua musica è permeata di un dolore disumano, testardo e inflessibile, come il rifiuto sociale che ha segnato la sua vita” - ha scritto Salvatore Sciarrino. Eppure questo outsider della musica e della vita, così scarsamente eseguito in Europa, è fra i compositori americani, insieme al suo predecessore Charles Ives, che hanno aperto nuove prospettive alla storia della musica.
Harry Partch è cresciuto all'inizio del XX secolo in piccoli villaggi tra l’Arizona e il Nuovo Messico, tra missionari presbiteriani, immigrati cinesi e tribù indiane indigene, assistendo al declino del “Vecchio West”. Ma è in questo straordinario melting pot culturale che nascono i germi della sua teoria musicale, basata su scale microtonali e sulla “intonazione giusta”, con la conseguente creazione di tutta una nuova gamma di strumenti che daranno vita a una musica assolutamente originale. E un “musicista-filosofo sedotto dalla falegnameria” dirà di sé stesso.
Tim Mariën ha rielaborato, espressamente per Ictus, The Wayward cycle - una serie di canzoni che nascono dal vagabondare di Partch nell’America della Grande Depressione. La versione proposta dall’Ictus Ensemble è dunque una produzione completamente nuova per voce e strumenti modificati. Dell’intero ciclo in quattro parti, a Venezia verranno eseguite Barstow, i cui testi si basano su otto graffiti di autostoppisti sull’autostrada californiana, e The Letter, una vera e propria missiva che Partch aveva ricevuto nel 1935 da un amico vagabondo come lui. Sono brani di cui esistono numerose versioni, realizzate da Partch tra i primi anni ’40 e la fine degli anni ’60, ognuna frutto di nuovi strumenti inventati da Partch. “Ho accettato la sfida – dice Tim Mariën - di incamminarmi lungo quest’opera così personale, prendendone le caratteristiche essenziali e trasferendole in una nuova forma. Una forma che contempla strumenti microtonali che io stesso ho ideato, anche se diversi da quelli di Partch”. 
 
Tratto da una poesia di Rolf Dieter Brinkmann, il pezzo di Eva Reiter, Alle Verbindungen Gelten Nur Jetz (Tutte le connessioni valgono solo adesso) mette in campo le relazioni strumentali. “All'inizio, le sonorità strumentali si uniscono in modo graduale per tessere una trama complessa – poi, man mano che la musica si sviluppa, questi legami si spezzano ripetutamente e si frantumano violentemente: un escamotage che a fatica frena il flusso di energia. Come in altri lavori della Reiter, le sequenze strumentali sono coperte dal suono di macchinari industriali, in questo caso le possenti presse tipografiche di Heidelberg che sembrano perfino sbuffare. Inserito in uno schema di base, i suoni di questi macchinari determinano l’andamento ritmico del brano. … Ogni sequenza di suoni è complementare ai suoni provenienti dal nastro, ma anche a quelli di tutti gli altri strumenti coinvolti. I musicisti devono compiere movimenti estremamente precisi all'interno di un rigido, limitato periodo di tempo, al fine di conseguire il risultato sonoro desiderato: l'intreccio ideale di suono dal vivo e suono registrato. … Agli interpreti è richiesto di suonare come macchine e non è data loro possibilità di un libero sviluppo nello spazio. Alle Verbindungen gelten nur jetzt, in ultima analisi, gioca anche con i limiti e le restrizioni dell’intricato e quasi assurdo meccanismo della verosimiglianza” (dalle note di programma).
 
Pittore e poeta, Kurt Schwitters, “il creatore di Merz”, come farà scrivere sulla propria lapide, nasce a Hannover nel 1887 e attraversa tutte le correnti avanguardistiche del primo Novecento, a cui dà il suo notevole contributo. Schwitters dà vita a una corrente del movimento Dada che chiama “Merz”, un nome trovato ritagliando un manifesto per la Commerz Und Privatbank e che declina a seconda del genere di opere create. Anche se la sua specialità è l’arte del collage, che costruisce impiegando tutti i rifiuti della vita industriale, con il tempo il suo orizzonte si allarga e tutto diventa “Merz”: “Merzbild” e “Merzbau”, ovvero case pensate come grandi opere d’arte, opere di teatro e una serie di opere di poesia fonetica.
La Sonate in Urlauten, scritta in quattro movimenti con numerosi riferimenti ironici alla forma-sonata classica, è un esempio originale di poesia sonora, destinata a un attore-musicista-lettore. In una lingua immaginaria, utilizzata per le sole proprietà sonore e ritmiche, Schwitters consegna al suo interprete un materiale perfetto per una esplosione d’energia vocale virtuosistica e stravagante. Lo stesso autore rappresentava regolarmente la sua Sonate in Urlauten, sviluppandola e rielaborandola più volte fino a fissarne le indicazioni per il recital nell’ultimo numero del suo periodico Merz, nel ’32.
 
Hikari Kiyama ricorre a un genere intimamente giapponese, il Kabuki, forma di teatro popolare giunta fino a noi dal XVII secolo e caratterizzato da una forte stilizzazione e dal trucco elaborato degli interpreti, due elementi che servono a interpretare storie e personaggi. “La storia del kabuki inizia nel 1603 quando la danzatrice Izumo no Okuni esegue un nuovo tipo di dramma musicale nel letto del fiume prosciugato di Kyoto. I singoli ideogrammi che formano la parola kabuki significano canto, danza e arte. Perciò la parola è a volte tradotta come ‘l’arte di cantare e ballare’. Anche questa composizione mostra il canto, la danza e l’arte. La prima parte, ‘il canto’, mostra l’intonazione della lingua giapponese (l’accento tonico). Poi, elementi di danza e di abilità artistica si combinano gradualmente” (Hikari Kiyama).
 
Fausto Romitelli (Gorizia - Italia, 1963-2004). Dal Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano, all'Accademia Chigiana con Franco Donatoni, alla Scuola Civica di Milano, all'IRCAM di Parigi, dove poi collabora dal 1993 al 1995 con l'équipe Représentations Musicales in qualità di compositore di ricerca, Fausto Romitelli conquista notorietà internazionale. I suoi lavori sono oggi eseguiti da ensemble di fama - Intercontemporain, Itinéraire, Nieuw Ensemble, 2e2m, Recherche, Caput - e in numerosi festival e istituzioni musicali - le giornate mondiali della musica del SIMC a Francoforte, Stoccolma e Losanna, Gaudeamus di Amsterdam, Ars Musica di Bruxelles, Gulbenkian di Lisbona, Steirischen Herbst di Graz, Centre Georges-Pompidou, Radio-France, corsi estivi di Darmstadt, Settimana musicale di Siena, Nuove sincronie di Milano. Inizialmente attento alle esperienze della musica francese spettrale, soprattutto di Hugues Dufourt e Gérard Grisey, al quale è dedicato il secondo brano del ciclo Domeniche alla periferia dell’Impero (1995-1996, 2000), Romitelli proseguirà la sua personale ricerca anche al di fuori dell’avanguardia colta “concentrando nella sua musica un eloquente contenuto espressivo e un impatto sonoro violento dalla complessa struttura formale” (R. Milanaccio). Il suo ultimo lavoro è An Index of Metals (2003).
 
Eva Reiter (Vienna – Austria, 1976). Attiva nella duplice veste di compositrice e strumentista, studia flauto dolce con Rahel Stoellger e viola da gamba con Johanna Valencia presso l'Università musicale di Vienna, diplomandosi con lode nel 2001. Dal 2001 al 2006 completa gli studi in flauto dolce con Paul Leenhouts e Walter van Hauwe, e in viola da gamba con Mieneke van der Velden presso il Conservatorio Sweelinck di Amsterdam, conseguendo il master “cum laude”. Attualmente è molto attiva come solista e insieme a complessi specializzati sulla musica del rinascimento e del barocco come De Nederlandse Bachvereeniging, Ensemble Mikado, Le Badinage, e insieme a formazioni di musica contemporanea come Ictus, Klangforum Wien, Trio Elastic3, Duo Band. Ha ricevuto lo SKE Publicity Preis nel 2006, il Förderungspreis della città di Vienna nel 2008, il Premio internazionale di composizione Regina Marie José sempre nel 2008 e una menzione speciale al Rostrum of composers nel 2009. Le sue composizioni sono state eseguite in festival internazionali come Transit a Lovanio, Ars Musica a Bruxelles, ISCM World New Music Festival a Stoccarda nel 2006, Musikprotokoll a Graz, Generator e Wien Modern alla Konzerthaus di Vienna.
 
Kiyama Hikari (Konko, Okayama – Giappone, 1983). Si diploma alla Joto High School nel 2002 e si laurea al College di musica di Tokyo nel 2006. Continua gli studi al Conservatorio reale olandese dell’Aia e composizione al Conservatorio reale di Mons (Belgio). Ha avuto professori come Minoru Miki, Louis Andriessen, Daniel Capelletti, Carlo Forlivesi e Claude Ledoux. Ha vinto il primo premio dell’Associazione Musici Mojanesi. Nel 2007 ha vinto il primo premio del 13th Young Composers Meeting. È stato candidato all’International Gaudeamus Music Week 2006, 2007 e 2008. Nel 2009 è finalista nella V Competizione internazionale Jurgenson per giovani compositori (Mosca, Russia). Si è classificato secondo e ha ricevuto il Public Prize International Ensemblia Composition Competition in Mönchengladbach 2009 (Germania). È stato nominato per il Concorso internazionale di composizione “Forme uniche della continuità nello spazio”(Melbourne-Australia, 11-22 ottobre 2010). Ha ricevuto il premio della città di Boulogne-Billancourt per il concorso di composizione 2011 dedicato a opere pedagogiche.