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la Biennale di Venezia
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Musica

Privo sarò del cielo e de l’inferno

giovedì 29 settembre ore 18.00
Chiostro del Conservatorio B. Marcello
PRIVO SARÒ DEL CIELO E DE L’INFERNO
a patchwork opera   
prima ass.                  
musiche di Stefano Alessandretti, Pietro Costantini, Riccardo Franceschini, Davide Gagliardi, Marco Marinoni, Alessio Mezzarobba, Alessandro Minichiello, Victor Nebbiolo di Castri, Julian Scordato, Giovanni Sparano, Alvise Zambon (2011, 75’), prima es. assoluta
testi tratti da Ovidio, Le Metamorfosi, Libri X e XI
 
esecutori Velthur Tognoni, Daniel Castro, Lucas Carl Christ, Sonia Dainese, Nyamdori Enkhbat, Michael Fiorin, Stefano Gajon, Francesco Gaggiato, Sofiia Kryzcko, Micole Munari, Serena Munari, Salvatore Rosati, Alice Sabbadin, Rei Sopiqoti, Caterina Stocchi, Andrea Torresan, Carlo Emilio Tortarolo, Diego Vio, Pan Yige, Valeria Zane
direzione Justine Rapaccioli
live electronics Stefano Alessandretti, Marco Marinoni, Julian Scordato
live sampling Alessio Mezzarobba, Giovanni Sparano
regia del suono Stefano Alessandretti
docenti coordinatori del progetto Corrado Pasquotti, Paolo Zavagna
 
 
Scritto, allestito e realizzato interamente da studenti del Conservatorio Benedetto Marcello, Privo sarò del cielo e de l’inferno rinnova la felice collaborazione tra la Biennale di Venezia e il Conservatorio veneziano. Il titolo, che fa riferimento al libretto di Alessandro Striggio che Monteverdi utilizzò per Orfeo, è in omaggio al compositore cremonese.
 
Nativo della Tracia, Orfeo incarna la connotazione ctonia di una terra di sciamani, maestri della filosofia ermetica in grado di fungere da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti provocando uno stato di trance attraverso la musica, techne che incarcera e seduce quanto i frutti mangiati da Persefone. La musica è il corpo distrutto e frammentato (il corpo fatto a pezzi dalle Baccanti ubriache) e divorato di Orfeo, un patchwork vivente di decadimento e rigenerazione. Ma è anche il corpo perduto di Euridice, desiderio privato della capacità di dilazione dell’Io e condannato all’impossibilità: il phasma di Euridice, simbolo dell’inadeguatezza della parola/poesia alla comprensione della realtà. Il mondo può essere compreso solo attraverso le forme superiori dell’eros ma l’eros di Orfeo è falso quanto il suo logos: Orfeo è un anti-eroe che penetra vivo nell’Ade non osando morire per amore: nessun cielo di redenzione eroica, nessun inferno di persistenza della colpa. Solo il tempo di uno sguardo, e la perdita di sé. Eternamente consegnato all’istante della propria irreparabilità, Orfeo per primo sperimenta la condizione contemporanea.
 
Per celebrare la διαιρεσις/διατομη del corpo di Orfeo gettato nel fiume Evros, un’opera patchwork mosaico di frammenti strumentali mobili, immersi (dispersi) in un liquido amniotico elettronico. (Marco Marinoni)