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Musica

Quartetto d’archi del Teatro La Fenice

domenica 27 settembre ore 15.00
Sale Apollinee – Teatro La Fenice
Ligeti / Kurtág / Bartók

- György Ligeti Quartetto d’archi n. 1 ‘Metamorphoses nocturnes’ (1953-54, 20’)
- György Kurtág Hommage à Mihály András - 12 Microludi op. 13 (1977, 10’)
- Béla Bartók Quartetto n. 4 (1928, 23’)

Quartetto d’archi del Teatro La Fenice
 

Bartók
, Ligeti, Kurtág: significativamente il trittico di autori ungheresi, tutti ugualmente lontani dal mainstream del loro tempo e tutti uniti da una totale autonomia di ricerca, svincolata da teorie e mode, è protagonista del concerto del Quartetto d’archi del Teatro La Fenice.

Soffermarsi su questa unicità, che suggestivamente sembra riflettere la peculiarità della lingua ungherese – dalle origini oscure e totalmente estranea al resto d’Europa – serve a tracciare, nel dialogo tra i tre quartetti presentati, non solo la genesi di una parte della musica contemporanea, ma anche il sottile gioco di relazioni, prestiti e omaggi che si innesca tra il maestro e i suoi “allievi”.
È per seguire le lezioni di Bartók, atteso da New York perché riprenda il suo posto al Conservatorio di Budapest, che sia Ligeti che Kurtág passano clandestinamentte il confine (erano infatti ungheresi nati nei territori ceduti alla Romania dopo la prima guerra mondiale) e raggiungono la capitale, ma qui vengono raggiunti dalla notizia della morte improvvisa del Maestro.
Inaugurato nella scorsa edizione del Festival, il Quartetto d’archi del Teatro La Fenice è di nuovo ospite della Biennale Musica con i suoi validi strumentisti: Roberto Baraldi e Gianaldo Tatone al violino, Daniel Formentelli alla viola ed Emanuele Silvestri al violoncello.
 
Nel perimetro tracciato da Bartók con la sua ultima, più sperimentale, produzione quartettistica, si colloca il primo quartetto di Ligeti (1923-2006), intitolato Metamorphoses Nocturnes, dove le metamorfosi alludono alla forma della variazione - una sequenza di variazioni che si succedono all’interno di un unico movimento - e l’aggettivo indica invece il tono generale del brano. “Le metamorfosi del nucleo tematico producono una successione di sezioni contrastanti, brevi semi-movimenti che si susseguono senza soluzione di continuità. (C’è solo un’unica piccola pausa al centro del brano, tra una lieve e lenta sezione simile a un corale e una variazione valzeristica molto contrastante.) La successione di sezioni contrastanti diventa sempre meno chiara verso la fine, e si trasforma gradualmente in una forma simile al rondo con un ritornello irregolare costituito dalla trasformazione subita dal nucleo tematico originario” (G. Ligeti, 1977). Affettuosamente considerato “preistorico” dallo stesso Ligeti, il Quartetto testimonia la ricchezza linguistica raggiunta nel periodo immediatamente antecedente al suo espatrio per stabilirsi in Europa occidentale.
 
Concepito come omaggio all’amico András Mihály, violoncellista e direttore d’orchestra, in occasione del suo sessantesimo compleanno, il secondo Quartetto per archi di Kurtág (1926) si configura nella forma, tanto cara all’autore, di 12 Microludi, ovvero di un ciclo di piccole miniature che, nonostante la brevità, manifestano tutta la gamma espressiva del compositore.
 
Il cerchio si chiude con il capolavoro di Bartók (1881-1945) e il suo quarto Quartetto, che risale al 1928. È il quartetto più sperimentale della sua produzione, quello in cui, accanto alla tecnica compositiva per espansione di un nucleo originario, fa irruzione in maniera massiccia la materia, intesa in tutta l’indeterminatezza del rumore. L’evoluzione stilistica che il quartetto rappresenta e le tecniche strumentali – soprattutto di tipo percussivo – volte ad ampliare ulteriormente la gamma espressiva avranno un’influenza enorme sulla generazione del dopoguerra.