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la Biennale di Venezia
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Musica

Orchestra J Futura

venerdì 25 settembre ore 17.00
Teatro alle Tese
Beste / Varèse / Antheil / Kourliandski

- Ansgar Beste Rituel bizarre (2008-09, 12’) per orchestra d'archi preparati, prima es. ass. (commissione La Biennale di Venezia)
- Edgar Varèse Integrales (1925, 10')
- Edgar Varèse Hyperprism (1923, 3')
- Georges Antheil Ballet mécanique (ver. 1953, 16’)
- Dmitri Kourliandski Emergency Survival Guide (2009, 15’) per automobile e orchestra, prima es. ass. (commissione La Biennale di Venezia)

direttore Maurizio Dini Ciacci
in collaborazione con Porsche Italia
con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Provincia Autonoma di Trento
Orchestra J Futura
 
Edgard Varèse e Georges Antheil, Dmitri Kourliandski e Ansgar Beste: dai pionieri della più radicale liberazione del suono, quelli che negli anni venti del ‘900 hanno abbattuto tutte le barriere percorrendo territori totalmente inesplorati, alle propaggini contemporanee in cui queste premesse sono germinate. Il panorama sonoro inizia ad allargarsi nei primi anni del “secolo breve”, quando con un gesto eclatante e provocatorio l’americano di origini tedesche Georges Antheil (1900-1959) compose Ballet mécanique - era il 1924 – per 16 tastiere meccaniche sincronizzate, 2 pianoforti con pianisti dal vivo, percussioni (3 xilofoni, 4 grancasse, 1 gong, incudini), 3 eliche d’aeroplano di dimensione e materiali diversi, 7 campane elettriche, clacson. La prima esecuzione, avvenuta a Parigi nel 1926 e passata agli annali della cronaca, fu accolta fra ondate di entusiasmo e di aperto dissenso, con uno spettatore che – leggenda vuole - aprì l’ombrello fingendo di proteggersi dal diluvio di suoni; alla Carnegie Hall di New York, l’anno successivo, l’esecuzione registrò un clamoroso insuccesso.
Nato in pieno clima dadaista come colonna sonora dell’omonimo film del pittore Fernand Léger e del cineasta Dudley Murphy, le due opere ebbero destini separati almeno fino ai nostri giorni. D’altronde la musica di Ballet mécanique fu eseguita nella sua concezione originaria soltanto alle soglie del 2000 e grazie alle nuove tecnologie. Accanto a questa versione, Antheil fece infatti una revisione per la prima esecuzione parigina, cui seguì un’altra revisione nel ’53, ancora oggi la più conosciuta ed eseguita.
 
Se le incomprensioni e le difficoltà di esecuzione di un pezzo che proietta la musica nel futuro porteranno Antheil a rinunciare alla ricerca, Edgar Varèse (1885-1965), a chi gli rimproverava di comporre musica troppo in anticipo sui tempi, rispondeva: “Non è troppo presto, ma forse troppo tardi”. E con passione ostinata il compositore franco-americano, abbandonata l’Europa per l’America, non cesserà di sperimentare, influenzando negli anni a venire schiere di autori proprio nel vecchio continente, trovando incondizionati ammiratori fino ai nostri giorni, dai darmstadtiani a Frank Zappa, tutti appassionati che nel suo pensiero e nella sua opera riconoscono l’esperienza più avanzata sul suono.
Quasi tutti i caposaldi del conciso catalogo di Varèse percorrono il Festival come un filo sotterraneo, innescando connessioni, sollecitando confronti che moltiplicano i significati delle opere presentate in programma. Hyperprism e Integrales, i primi titoli proposti in concerto, sono brani in cui si precisa l’estetica di Varèse: il compositore azzera tutti i parametri e gli elementi organizzativi della costruzione musicale occidentale, inizia a capovolgere i rapporti tra gli strumenti nell’orchestra privilegiando fiati e percussioni, dando vita a una inedita coloritura orchestrale. La prima esecuzione di Hyperprism, basata sull’idea di scomporre i suoni come il prisma con i colori, isolandone i singoli componenti come frequenze, durate, intensità, fu un grandissimo scandalo, ma segnò anche l’ingresso in un universo musicale totalmente nuovo.
 
A incorniciare i brani storici di Antheil e Varèse, di cui rappresentano la radicalizzazione estrema, sono Rituel bizarre dello svedese Ansgar Beste (1981), presentato in prima italiana con l’inconsueto organico di 15 archi preparati, e Emergency Survival Guide del russo Dmitri Kourliandski (1976), composto su commissione della Biennale di Venezia, con un effettivo altrettanto insolito, costituito da automobile e orchestra.
 
Esponente di una generazione considerata erede del costruttivismo russo degli anni ’20 e caratterizzata da una vena di “catastrofismo tecnologico”, Kourliandski pensa i musicisti e i loro strumenti come parti di un oggetto monolitico, e spesso suonano “tutti” dall’inizio alla fine, come un unico meccanismo. Nella “musica oggettiva” di Kourliandski non c’è evoluzione o azione, ma la creazione di un meccanismo azionato premendo un pulsante. E gli ascoltatori sono invitati a osservare il funzionamento del pezzo. “Quando mettiamo un oggetto in una situazione insolita, perde la sua funzione usuale e ne acquisisce una nuova – la situazione lo annulla, l’oggetto non è più lo stesso – scrive Kourliandski nelle note di presentazione di Emergency Survival Guide. Un oggetto trasferito dal mondo materiale allo spazio artistico diventa un’immagine, da vedere o da ascoltare: esattamente come la pipa di Magritte non è assolutamente una pipa. È impossibile oltrepassare i confini dell’arte. Anche in automobile… Seguendo l’esempio della pipa di Magritte, la composizione potrebbe intitolarsi anche “Non è un’automobile”.
 
L’idea principale che sottende invece Rituel bizarre - scrive Beste - “è il confronto e la fusione fra due processi timbrici” sviluppati in tre movimenti che vanno “dalla preparazione di un suono secco e percussivo a quella di un suono rafforzato e distorto. Questo effetto è ottenuto con tre diverse tecniche strumentali: pizzicando gli oggetti utilizzati per la preparazione oppure le corde con la punta delle dita; percuotendo le corde con la punta delle dita, il palmo delle mani, il crine, o il legno dell’archetto; strisciando le corde con un pettine di plastica oppure con la corda dell’archetto. La prima e la seconda parte appaiono come una danza moderatamente tesa di singolari attacchi pizzicati che scatenano i suoni tintinnanti degli oggetti di preparazione; l’ultima parte si sviluppa in un graduale crescendo che da un misterioso anticlimax iniziale arriva a un estatico culminante finale… Nell’insieme, il suono insolito e inatteso di questa orchestra d’archi, insieme alla struttura ripetitiva, canonica, dal ritmo di danza del pezzo, conferiscono quel senso di bizzarro e di rituale alla musica”.
 
Interprete di questo concerto è la giovanissima e dinamica Orchestra J Futura. Fondata nell’agosto 2006 per volontà dell’imprenditrice trentina Paola Stelzer e di Maurizio Dini Ciacci che ne diviene il Direttore Artistico, l’Orchestra, formata da giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni, si configura come un complesso dotato di grande versatilità stilistica ed esecutiva, testimoniata da un’attività fra cui spiccano: i “Concerti sacri” nel Duomo di Verona, l’Opera di F. Poulenc La voix humaine presso il Teatro Donizetti di Bergamo e il Teatro Malibran di Venezia in collaborazione con la Fondazione Teatro la Fenice, una serie di concerti in Austria, la partecipazione ai Festival di Barga e della Wallonie (Belgio). Tutti i progetti che l’orchestra realizza sono preceduti da una fase preparatoria svolta da qualificati docenti di sezione. Maurizio Dini Ciacci, in veste di Direttore Artistico dell’Orchestra, trasferisce al complesso l’esperienza di musicista acquisita lungo una carriera che si svolge fra l’Italia e l’estero.