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domenica 26 settembre dalle ore 18.00
Teatro alle Tese – Arsenale
geometrie variabili
Come l’opera labirinto Don Giovanni a Venezia e il trittico di video-opere sperimentali, anche Extempore intende scardinare le nostre abitudini percettive e il modo di fruire la musica. In questo caso si tratta di stimolare l’ascolto per linee che si intersecano e mostrano punti di contatto all’interno di pratiche anche radicalmente diverse. Extempore racconta infatti, in un’unica serata e attraverso tre concerti che si susseguono nelle navate delle cinquecentesche Tese sansoviniane, tre diverse declinazioni del comporre: dall’improvvisazione radicale, di cui è campione Evan Parker, accompagnato da manipolatori di lap-top che vengono anche dalla musica colta, all’interpretazione, che come ogni interpretazione è anche “riscrittura”, rappresentata dal pianismo di Ciro Longobardi, fino all’alea di derivazione cageana, che rivoluzione l’idea occidentale della scrittura, con 5 compositori diversi impegnati nella libera riscrittura di un pezzo esemplare in questo senso, Serenata per un satellite di Bruno Maderna.
PARKER/GUY/LOVENS + PRATI+ FURT
sassofono tenore e contralto Evan Parker, contrabbasso Barry Guy, batteria Paul Lovens
elettronica Walter Prati, elettronica FURT (Richard Barrett / Paul Obermayer)
Quando si parla di improvvisazione nel jazz e in particolare nel free jazz si tocca una materia dai confini labili e in continuo movimento, come in continuo movimento sono i suoi protagonisti, le band, perfino le etichette discografiche. È un mondo governato dalla vitalità del confronto, dalla comunicazione istantanea fra musicisti diversi, da un’ansia creativa che spinge alla ricerca di sempre nuovi orizzonti. Di una stagione in ebollizione come quella britannica degli anni sessanta, il sassofonista inglese Evan Parker (1944) è uno dei protagonisti: è con lui che la forza dirompente del free jazz e della free improvisation fa la sua apparizione in Europa, è con lui che i confini si allargano e fare musica diventa sperimentare i suoni in maniera radicale, senza compromessi. A tutt’oggi musicista fra i più innovativi e impervi, alla ricerca di tecniche sempre nuove (Parker è noto per la respirazione circolare, attinta a pratiche popolari, che produce un effetto di inesauribilità dei suoni, ma anche per la moltiplicazione dei suoni attraverso armonici e sovracuti), da qualche anno Parker è affascinato dalla capacità dell’elettronica di elaborare, creare, combinare, manipolare i suoni in tempo reale.
Fra le mille e una formazione a cui Parker collabora o dà vita (Spontaneous Music Ensemble, Music Improvisation Company, Globe Unity Orchestra, London Jazz Composers Orchestra, Berlin Contemporary Jazz Orchestra, Brotherhood of Breaths, Louis Moholo/Evan Parker Quintet, Electro-Acustic Ensemble), il sodalizio con il bassista Barry Guy (1947) e il batterista Paul Lovens (1949) è uno dei più duraturi. Al trio di improvvisatori si integra l’elaborazione elettronica dei suoni operata da Walter Prati, compositore e interprete impegnato nell’interazione fra strumenti musicali acustici ed elettronica, e dal duo Furt, ovvero Richard Barrett (1959) e Paul Obermayer (1964), entrambi sensibili al rapporto tra improvvisazione e scrittura, in particolare Barrett, che dopo gli studi di composizione con Peter Wiegold, decide di travalicare il limite imposto dagli strumenti per approdare all’informatica.
“Questa formazione di musicisti – scrive Evan Parker - permette di estendere le relazioni costruite durante il lavoro su Set for Lynn Margulis, commissionato da Musiktage Donaueschingen nel 2003 e registrato per la Psi record. La combinazione fra suoni strumentali dal vivo ed elaborazione in tempo reale attraverso il live electronics è sempre stata al centro del mio approccio all’improvvisazione fin dai tempi della Music Improvisation Company e del duo con Paul Lytton. In questo gruppo ho riunito musicisti che conoscono molto bene il lavoro l'uno dell’altro. Le mie esperienze musicali con Barry Guy e il percussionista Paul Lovens sono una pietra miliare della mia vita musicale. I rapporti più recenti con Walter Prati, Richard Barrett e Paul Obermayer durano ormai da un po’ di anni. Lavorare insieme in formazioni diverse, tra cui il mio ElectroAcustic Ensemble e Forch di Richard Barrett, fa sì che si crei una capacità di intesa immediata che sta alla base della migliore musica improvvisata. La scena è pronta per una serata esplosiva” (Evan Parker).
CIRO LONGOBARDI pianoforte
Salvatore Sciarrino (1947)
Notturno n. 1 (1998, 4’)
Notturno n. 3 (id., 5’)
Notturno n. 4 (id., 5’)
Gabrio Taglietti (1955) Tre Fantasie (2009-10, 14’) prima es. ass.
Maurice Ravel (1875-1937) Gaspard de la Nuit (1908, 22’)
Pianista di vaglia, perfezionatosi con Alexander Lonquich e Bernhard Wambach, vincitore del Kranichsteiner Musikpreis alla 37a edizione dei Ferienkurse di Darmstadt, Ciro Longobardi si assume in questa maratona intitolata Extempore il compito di illuminare l’approccio interpretativo alla composizione, ben sapendo che ogni interpretazione può essere una riscrittura, soprattutto in ambito contemporaneo, con partiture che chiamano direttamente in causa l’interprete a fare scelte e a dare il suo contributo. Per farlo, Longobardi impagina un programma che scorre dai Notturni sciarriniani alla scrittura di Gabrio Taglietti, che presenta in prima assoluta le sue Tre fantasie, fino alla sensualità eclatante di Gaspard de la nuit di Ravel.
Quello di “Notturno” è un titolo che ritorna nella produzione di Sciarrino fin dagli esordi - del 1973 sono infatti 3 notturni brillanti – ed indica una scelta di poetica, di una scrittura, come dichiara lo stesso Sciarrino, “ai limiti del percepibile, veramente vicina al silenzio e troppo desiderosa di aprirsi al vuoto della mente”. Dei quattro Notturni, composti tutti nel ’98, Longobardi ne sceglie tre.
“Il primo Notturno trova anche spazio per una sorprendente invenzione tecnica: la risonanza variabile. Grappoli pulsanti descrivono curve leggere. Solo una mano suona, mentre l’altra scivola muta sulla tastiera, ma provoca strascichi di vibrazione, modificando continuamente l’alone in cui la musica declina. La forma potrebbe richiamare quella di uno studio, tutto costruito su un solo elemento. (…)
Mi hanno sempre affascinato quei suoni che nessuno produce, gli scricchiolii fantasmatici della notte. Il Notturno n. 3, composto ed eseguito prima degli altri, è dedicato a Nicolas Hodges, un interprete verso cui nutro gratitudine fuori misura. Si tratta di un articolato paesaggio temporale, dove si intrecciano vari momenti della stessa traiettoria. Cioè sentiamo insieme elementi fermi pulsare, sovrapposti alla loro stessa caduta.
Il Notturno n. 4 è stato dedicato all’amico Elio Marchiori per il suo compleanno. Rincorrersi di elementi ondosi, simili a esseri viventi dall’esistenza fulminea, che fulmineamente si vestono di suono e si spogliano” (S. Sciarrino).
Comporre per Taglietti equivale a “un’immersione nel profondo dell’inconscio acustico”: con il riaffiorare di frammenti dalla memoria, il riprodursi di ricordi personali apparentemente insignificanti – come il canto dei grilli o una porta che sbatte in un determinato contesto infantile – si attivano i suoi pensieri musicali. Il lavoro compositivo consiste allora “nel riportare alla luce reperti della memoria personale depurandoli delle scorie che li hanno resi irriconoscibili o li hanno trasformati in qualcosa di nuovo. Per offrirli infine al rito dell’ascolto, a quel gioco di reciproca identificazione che ci permette di riconoscerci fratelli nella colonna sonora dei nostri sogni, di scoprire inedite assonanze, di inscenare un teatro delle nostre fantasie acustiche. Dove il tutto viene poi organizzato secondo un percorso temporale, in una sorta di narrazione che scolpisce il tempo dell’ascolto secondo principi di continuità e discontinuità, trasformazioni e opposizioni, accelerazioni e rallentamenti, digressioni, segnavia e piccoli labirinti”.
Tre fantasie, suddiviso nei tre tempi Il ritorno di Peer Gynt, Racconto d’inverno e Dal diario di una marionetta, suggerisce “un atteggiamento d’ascolto, vuoi per analogia vuoi per contrasto o depistaggio, attingendo in parte alla mitologia personale, in parte a ‘luoghi’ della memoria collettiva, invitando a prestare attenzione a un gesto, a una forma, a un colore: l’irruzione di un ricordo improvviso, il bianco della neve che si trasforma in tempesta, la gestualità legnosa e meccanica di una fanfara sgangherata” (G. Taglietti).
Uno dei pezzi più ostici mai scritti per pianoforte, Gaspard de la nuit di Ravel si ispira a tre poemi -– Ondine, Le Gibet, Scarbo - di Aloysius Bertrand, scrittore amato da Baudelaire e dai surrealisti. In realtà, anche il titolo esotico (Gaspard in persiano significa “custode, tesoriere”) sotto cui Ravel raccoglie i tre pezzi, è ripreso dall’omonimo poema in prosa di Bertrand, titolo per cui va veramente noto e che verrà pubblicato soltanto postumo.
Gaspard de la nuit è un pezzo di bravura anche per i pianisti più dotati, tante e tali sono le difficoltà tecniche congegnate da Ravel. Ondine riproduce sulla tastiera l’effetto “ondulatorio” delle sonorità, mentre Le Gibet ripete un accordo 153 volte, e Scarbo è caratterizzato da un crescendo tumultuoso prima di chiudersi flebilmente.
Salvatore Sciarrino (Palermo - Italia, 1947) - Precocissimo, autodidatta, Sciarrino irrompe clamorosamente sulla scena musicale nel ’73, con Amore e Psiche, ma comincia a comporre all’età di 12 anni e la prima esecuzione di una sua opera risale al 1962, nell’ambito della IV settimana internazionale di Nuova Musica a Palermo. La sua precocità e il suo segno inconfondibile ci consegnano un catalogo eccezionalmente vasto e articolato, insieme a una discografia che ammonta a quasi 50 CD, tra le più ricche di un autore vivente. L’originalità della sua ricerca, focalizzata sul rapporto suono/silenzio, si traduce nell’invenzione di un teatro musicale contemporaneo di assoluta radicalità, dove la musica comincia proprio ai limiti dell’impercettibile: “Con me la musica abita una regione liminare come i sogni, dove una cosa è e non è ancora, ed è anche un’altra cosa”. Ha vinto numerosi premi internazionali e ha composto per il Teatro alla Scala, la Rai, il Maggio Musicale Fiorentino, la Biennale di Venezia, il Teatro La Fenice, l'Opera di Genova, l'Arena di Verona, il Festival delle Nazioni, i Festival di Schwetzingen, Witten, Salisburgo, Wien Modern, Wiener Festwochen, Berliner Festspiele Musikbiennale, Holland Festival, Concertgebouw, London Symphony Orchestra e molte altre importanti istituzioni musicali italiane ed estere. A 30 anni è stato nominato direttore artistico del Teatro Comunale di Bologna (1978/80). Notevole spazio occupa l’attività didattica. Non poca energia ha dedicato all’attività di teorico e divulgatore, ricordiamo qui Le figure della musica, da Beethoven a oggi (Ricordi, 1998) e Carte da suono. Scritti 1981-2001 (CIDIM – Novecento, 2001).
Gabrio Taglietti (Cremona - Italia, 1955) - Ha iniziato gli studi di composizione presso il Conservatorio di Parma con Franco Margola, proseguendoli poi al Conservatorio di Milano con Davide Anzaghi e diplomandosi nel 1981 sotto la guida di Giacomo Manzoni. Nel 1978 ottiene il primo importante riconoscimento con il quartetto per archi Le rondini, unica opera italiana selezionata al 5° Seminario Internazionale dei Compositori di Boswil (Svizzera). Da allora le sue composizioni sono eseguite nei più importanti festival in Italia e all'estero: fra l'altro a Venezia (Opera Prima 1981), Montepulciano (Cantiere Internazionale d'Arte, 1983), Parigi (Radio France, 1985), Roma (Nuova Consonanza, 1986), Zagabria (Biennale, 1990), Firenze (Tempo Reale, 1998), nonché in Olanda, Repubblica Ceca, Svizzera, Germania, Messico, Argentina, Giappone. Alcune sue composizioni hanno ricevuto premi e segnalazioni in vari concorsi, fra cui il “Franco Evangelisti” (1987), “Guido d'Arezzo” (1989), “Mario Zafred” (1990), “Valentino Caracciolo” (1991). Nel 1995 Aria, per violino e nastro magnetico, è stata eseguita al Ridotto del Teatro alla Scala in un concerto commemorativo dei cinquant'anni della Liberazione. Diplomato anche in pianoforte sotto la guida di Maria Grazia Bertocchi, svolge un'intensa attività concertistica in varie formazioni da camera, in particolare col Gruppo Musica Insieme di Cremona. Ha realizzato la versione ritmica italiana dell'opera di H.W.Henze Das verratene Meer, rappresentata nel 1991 al Teatro alla Scala. Dal 1997 insegna composizione presso il conservatorio di Mantova. Le sue principali composizioni sono pubblicate da Ricordi.
ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO
direttore André de Ridder
cinque serenate - commissioni della Biennale di Venezia da Serenata per un satellite di Bruno Maderna
Vittorio Montalti (1984) Dittico (2010, ) prima es. ass.
Filippo Del Corno (1970) I figli di marte (2010, ) prima es. ass.
Federico Troncatti (1965) Bruno e il satellite trasfigurato (2010) prima es. ass.
David Lang (1957) Serenade, sad and light (2010 ) prima es. ass.
Martín Matalon (1958) nuova creazione (2010) prima es. ass.
Potrebbe sembrare un esercizio di stile, questo chiamare a raccolta cinque compositori a interpretare, riscrivere, declinare secondo la propria sensibilità Serenata per un satellite di Bruno Maderna, brano che si presta al gioco per la sua struttura “aperta”, ma proprio questo “esercizio” illumina il rapporto tra scrittura e improvvisazione che sta al centro del concerto. La riproposta del pezzo con il concorso di alcuni fra i compositori più interessanti delle nuove generazioni - come Vittorio Montalti, Filippo Del Corno, Federico Troncatti, David Lang e Martín Matalon - vuole essere anche un omaggio del Festival all’intelligenza creativa del Maestro veneziano, troppo in fretta dimenticato malgrado Massimo Mila - nella sua introduzione al volume Maderna musicista europeo - scrivesse: "Fra cento anni si parlerà di Maderna come di un grande compositore che faceva pure il direttore d'orchestra".
Costantemente a contatto con tutte le correnti che attraversavano gli anni del secondo dopoguerra, Maderna non è solo un direttore d’orchestra che con la sua intelligenza, la sua vulcanica generosità e la sua vorace curiosità ha maggiormente contribuito a diffondere i contemporanei, mettendosi al servizio di autori noti e meno noti, ma è anche un compositore pioniere della ricerca più avanzata. E se Serenata per un satellite non è una delle opere più rappresentative di Maderna compositore, certamente è una delle più fortunate ed eseguite. Sono gli anni sessanta, quando il mondo intero è galvanizzato dall’allunaggio degli americani, le spedizioni e i lanci di satelliti si susseguono. Maderna scriverà Serenata per un satellite nel 1969 entusiasmato dal lancio del satellite europeo Estro, coordinato dal fisico italiano Umberto Montalenti, dedicatario del pezzo. Il brano è uno schema di improvvisazione: i musicisti suonano improvvisando sui frammenti che sono disposti in partitura come a disegnare le possibili orbite di un satellite.
L’esecuzione del brano di Maderna e delle cinque prime assolute a esso ispirate – opere di Vittorio Montalti, Filippo Del Corno, Federico Troncatti, David Lang e Martín Matalon - è affidata all’Orchestra di Padova e del Veneto, una compagine orchestrale che da più di quarant’anni dà impulso alla vita musicale dell’area veneta, con oltre 120 concerti l’anno e una propria stagione a Padova, attività in tutta Italia e tournées all’estero. A intessere legami e risonanze fra i brani proposti ex novo e il modello maderniano sarà la bacchetta di André de Ridder, direttore principale dell’orchestra britannica Sinfonia Viva e interprete di tante pagine contemporanee di Kaija Saarihao, Wolfgang Rihm, Brett Din, Nico Muhly, Anna Meredith, per citarne alcuni.
Nel suo omaggio a Bruno Maderna, Dittico, Vittorio Montalti sviluppa “una ricerca tesa a dare una lettura personale di due aspetti importanti nella musica del compositore veneto: l’interesse per l’origine, per il principio, e quello per il canto. Nel primo movimento quindi viene messa in scena una figura sfocata, un’apparizione, che emerge a tratti e senza alcun preavviso. Solo alla fine, questa trova una via d’uscita ed il vero oggetto musicale viene gradualmente messo a fuoco. Nel secondo movimento invece il riferimento è l’interesse di Maderna per la melodia. Si delinea un’unica lunga linea ascendente che percorre tutto il registro e, giunta al suo culmine, si sgretola ripiombando in quel nulla da cui è nata”.
I figli di Marte di Filippo del Corno sono, nella mitologia greca Deimo e Fobo, ovvero terrore e paura, ma sono anche i nomi attribuiti ai due satelliti naturali di Marte scoperti nel 1877, e che paiono riflettere la natura inquietante di questi corpi celesti: spigolosi e irregolari, dalla superficie scura, coperti da enormi crateri, destinati a schiantarsi contro il pianeta che progressivamente li attrae. “La loro immagine mi è apparsa subito come un'irrinunciabile fonte di suggestione – rivela Filippo Del Corno. La partitura di Maderna nasceva come un sereno e fiducioso auspicio di volo per il satellite artificiale Estro I, realizzato su progetto di Umberto Montalenti; il progresso scientifico e tecnologico festeggiato da Maderna rappresentava l'apertura di nuovi orizzonti di ricerca in simpatetica consonanza con le nuove frontiere del linguaggio di cui la musica contemporanea degli anni '60 era in continua e laboriosa esplorazione. La mia partitura è intrisa invece dell'opposto sgomento di fronte all'inesorabile e imprevedibile procedere dei fenomeni naturali. Anche nei processi compositivi il mio lavoro si pone esattamente all'opposto di quello di Maderna: Serenata per un satellite apre all'aleatorietà di una libera esecuzione ed improvvisazione del reticolato di moduli musicali intrecciati sulla singola pagina della partitura mentre I figli di Marte è tutto rigorosamente scritto e determinato. Le altezze e i ritmi di Maderna vengono frammentati per generare alcune figure che descrivono nel tempo dell'ascolto e nello spazio fisico della disposizione orchestrale traiettorie orbitanti che progressivamente collassano sulla massa grave di un trillo ostinato e pesante”.
Bruno e il satellite trasfigurato è il titolo dell’omaggio di Federico Troncatti che, nel pezzo originario di Maderna, rintraccia “una sottile linea di confine con la musica aleatoria, poiché è l'Autore stesso che indica in partitura: ‘...improvvisando, ma! - con le note scritte’. La realizzazione di una versione per Orchestra ha richiesto dunque un primo interrogativo: fino a che punto è possibile rendere una composizione aleatoria in forma mensurata ben definita, pur mantenendo lo spirito del compositore? Il risultato è stato ottenuto basando l'intera composizione su una struttura iperdeterminata, e generata proprio da ciò che di determinato forniva la partitura originale (e trattandosi di Maderna, non poteva che essere così): 12 frammenti musicali di diversa lunghezza costituiti da porzioni di serie dodecafoniche ricorsive e frammiste a strutture sonore di pochi intervalli. Tali frammenti vengono così utilizzati quali altrettanti temi, esposti per 12 volte in continua variazione evolutiva, e inframmezzati da brevi parti di improvvisazione affidate ai diversi strumenti, con funzione di collegamento. Ne risultano così 144 microsezioni, ognuna autonoma nell'organizzazione generale della forma, ma legata con un filo invisibile a tutte le altre, sia nella sostanza che nell'articolazione musicale; come improvvisando, ma con le note scritte”.
Concludono questo omaggio a Bruno Maderna David Lang, protagonista della vitalissima scena newyorchese d’avanguardia che contribuisce a far conoscere insieme a Julia Wolf e Michael Gordon, grazie al festival ormai leggendario Bang-On-A-Can, e l'argentino Martín Matalon.
Vittorio Montalti (Roma - Italia, 1984) - Si è diplomato in pianoforte con Aldo Tramma al Conservatorio S. Cecilia di Roma dove studia anchee composizione, studi che prosegue con Alessandro Solbiati al Conservatorio G. Verdi di Milano. Attualmente frequenta quale studente erasmus il Conservatoire national supérieur de musique et de danse de Paris dove studia composizione con Frederic Durieux e musica elettronica con Yan Maresz, Tom Mays, Luis Naon e Yann Geslin. Ha approfondito lo studio della musica elettronica presso le Scuole Civiche di Milano. Ha seguito masterclass e corsi con Luca Francesconi, Azio Corghi, Gabriele Manca, Luca Antignani, Mauro Bonifacio, Stefano Gervasoni, Ivan Fedele, Luis de Pablo e Toshio Hosokawa. È stato premiato al "Concorso internazionale di composizione del Conservatorio di Milano", “E. Carella” e “Vieri Tosatti”. Ha inoltre vinto il concorso "Galleria d'arte moderna di Milano". Nel 2009 è stato selezionato per il sesto forum per giovani compositori dell’Ensemble Aleph.
La sua musica è stata eseguita in diversi festival e stagioni concertistiche (La Biennale di Venezia, Festival Pontino, Rondò, Auditorium Parco della Musica, XI edizione-Giornate Gesualdiane Internazionali, Accademia Internazionale della Musica/IRMus, RomaTreOrchestra, Concerti della Villa Reale di Milano, GAMO – Gruppo Aperto Musica Oggi, Festival URTIcanti) da esecutori quali Irvine Arditti, Dario Savron, Francesco Dillon, Emanuele Torquati, Francesco Gesualdi, Maria Grazia Bellocchio, Annamaria Morini, Roberto Prosseda, Ensemble Multilatérale, Divertimento Ensemble, Orchestra R3O, Piccola Orchestra Novecento, Trio Perosi, etc. Ha ricevuto commissioni da La Biennale di Venezia, dal Festival Pontino, dal duo Borrani-Fossi e da Roma Tre Orchestra.
Filippo Del Corno (Milano - Italia, 1970) - Si è diplomato nel 1995 in Composizione al Conservatorio di Milano, studiando con Azio Corghi e Danilo Lorenzini. Segue inoltre seminari e masterclasses con Paolo Castaldi (Casciana 1986), John Cage (Glasgow 1990), Louis Andriessen (Apeldoorn 1998). I suoi lavori sono stati eseguiti da musicisti quali James MacMillan, David Alan Miller, Marcello Panni, Dimitri Ashkenazy, Emanuele Arciuli, Enrique Mazzola, Carlo Boccadoro, Andrea Bacchetti, London Sinfonietta, California EAR Unit, Sentieri selvaggi, Almeida Opera di Londra, presso diversi festival, teatri e istituzioni concertistiche: South Bank Centre (Londra), Internationale Musikfestwochen (Lucerna), Bang On A Can Marathon (New York), Konzerthaus (Berlino), Festival de Radio France et Montpellier, Teatro alla Scala, Biennale di Venezia, MiTo Settembre Musica.
Su commissione della città di Copenhagen, capitale europea della cultura per il 1996, partecipa alla composizione collettiva di European Requiem, scritto a più mani da poeti e musicisti di diverse aree e culture d’Europa. Nel 1997 in collaborazione con Angelo Miotto e Carlo Boccadoro fonda Sentieri selvaggi, gruppo dedicato all’esecuzione e alla diffusione della nuova musica. Nell’aprile 2001 va in scena la sua opera Orfeo a fumetti, tratta dal libro di Dino Buzzati Poema a fumetti. Nel 2002 il suo progetto operistico Non guardate al domani, su libretto di Angelo Miotto e incentrato sul rapimento e sull’assassinio di Aldo Moro, è selezionato per la fase finale del concorso internazionale “Genesis Opera Prize”: la prima parte dell’opera viene presentata in forma di studio dalla compagnia dell’Almeida Opera a Londra e in prima assoluta a Milano nel 2008. Nel 2005 inizia a comporre Confront reality, trilogia per orchestra: la prima parte viene eseguita a L’Aquila diretta da Carlo Boccadoro (2005), la seconda a Milano nel 2007 con Emanuele Arciuli solista e la direzione di James MacMillan.
I suoi lavori sono incisi su CD Cantaloupe, BMG Ricordi, Emi Classics, Sensible Records, Stradivarius, RaiTrade e pubblicati dalle edizioni RaiTrade, Ricordi, Suvini Zerboni e Sonzogno.
Federico Troncatti (Darfo Boario Terme - Italia, 1965) - Ha studiato composizione presso il Conservatorio di Brescia, dove si è diplomato con Giancarlo Facchinetti nel 1993; ha frequentato inoltre i corsi biennali di perfezionamento presso la Scuola Civica di Milano (SMC) e la Fondazione Arturo Toscanini di Parma, seguendo corsi e seminari tenuti da Ivan Fedele, Alessandro Melchiorre, Beat Furrer, Franco Donatoni, Adriano Guarnieri, George Benjamin, Jack Body e Michel Jarrell. Sue composizioni sono state eseguite in diverse manifestazioni internazionali (Mosca, Amsterdam, Brema, Lipsia, Bordeaux, Madrid, Milano e Venezia); ha ottenuto importanti riconoscimenti in vari concorsi internazionali fra cui il "Franco Evangelisti" di Roma e il "Gustav Mahler" di Klagenfurt. Ha studiato Percussioni con Andrea Dulbecco, Direzione d'orchestra con Umberto Benedetti Michelangeli e Pianoforte jazz con Franco D'Andrea. È edito da Suvini Zerboni Milano, ed è revisore di alcuni lavori di Iannis Xenakis per le Editions Salabert.
David Lang (Los Angeles – U.S.A., 1957) - Fra i suoi insegnanti ci sono Donald Jenni, Richard Hervig, Jacob Druckman, Hans Werner Henze e Martin Bresncik. Nel 2008 vince il Premio Pulitzer per The Little Match Girl Passion, e dopo essere stato considerato per anni un enfant terribile del postminimalismo, vede la sua fama di compositore americano consolidarsi. Altri progetti recenti includono Writing on water per la London Sinfonietta, con libretto e immagini di Peter Greenaway; The Difficulty of Crossing a Field, un’opera completa messa in scena per il Kronos Quartet; Loud Love Songs, un concerto per la percussionista Evelyn Glennie; e l'oratorio Shelter, scritto insieme a Michael Gordon e Julia Wolfe.
La sua musica è eseguita nei festival più importanti e presso le migliori istituzioni: Biennale di Monaco, Settembre Musica, Sydney 2000 Olympic Arts Festival, Festival di Almeida, Festival di Salisburgo, Lincoln Center, Southbank Centre, Carnegie Hall, Kennedy Center, Barbican Centre, Brooklyn Academy of Music. Fra le sue collaborazioni coreografiche vanno ricordate quelle con Twyla Tharp, Edward Locke per La La La Human Steps, Netherlands Dance Theater, Balletto dell'Opèra di Parigi. Lang ha ottenuto numerosi riconoscimenti e premi, tra cui il Premio Pulitzer, il Premio Roma, il premio BMW Music-Theater (Monaco), e riceve le sovvenzioni della Fondazione Guggenheim, la Fondazione per il Contemporary Performance Arts, il National Endowment for the Arts, la Fondazione di New York per le Arti e l'Accademia Americana delle Arti e delle Lettere. Nel 1999 ha ricevuto un Bessie Award con la musica per una coreografia di Susan Marshall.
È co-fondatore e co-direttore artistico del festival di musica, ormai una leggenda a New York, Bang on a Can. Il suo lavoro è stato registrato dalla Sony Classical, Harmonia Mundi, Teldec, BMG, Point, Chandos, Argo/Decca, e dall’ etichetta cantalupo. La sua musica è pubblicata dal Red Poppy (ASCAP) ed è distribuita in tutto il mondo da G. Schirmer, Inc.
Martín Matalon (Buenos Aires, 1958). Si è diplomato in composizione al Conservatorio di Boston e si è poi perfezionato alla
Juilliard School of Music. Nell’89 fonda Music Mobile, un ensemble residente a New York, dedicato alla musica contemporanea. Fra i premi attribuitigli, nel 2005 la J.S. Guggenheim Fellowship e il Prix Florent Schmitt dell’Institut de France Académie des Beaux Arts, nel 2001 il premio della Città di Barcelona, la Charles Ives Scholarship dell’American Academy and Institute of Arts and Letters (1986). Dal 1993 si stabilisce a Parigi, dove collabora con l’IRCAM; compone
La Rosa profunda per una mostra del Centre Pompidou dedicata all’universo di Borges; l’IRCAM gli commissiona una nuova partitura per la versione restaurata del film muto di Fritz Lang
Metropolis. Seguiranno altre colonne sonore, dedicate ai film di Luis Buñuel:
Las Siete vidas de un gato (1996),
Un Chien andalou (1927),
Le Scorpion (2001),
L’Age d’or (1931)
, Traces II (la cabra) (2005),
Las Hurdes (1932). Ma il suo catalogo comprende anche molti lavori da camera, come
Formas de arena,
… del matiz al color …,
Monedas de hierro. Nel 1997 inizia la serie
Trames, lavori ai confini tra il concerto solo e la musica da camera; e la serie di
Traces, ideati per strumenti soli, una sorta di ‘diario in composizione’.
Martín Matalon ha composto anche per Orchestre de Paris, Orchestre National de France, Orchestre National de Lorraine, Ensemble InterContemporain, musikFabrik, L’Octuor de Violoncelles, BIT20, Trio Nobis, Les Percussions de Strasbourg, Court-circuit… E’ stato composer in residence presso l’Orchestre National de Lorraine e l’Arsenal di Metz (2003-2004).
FURT
electronic performance
elettronica Richard Barrett e Paul Obermayer
Inaugurata da un campione come Evan Parker, la serata conclude il suo ciclo tornando a esplorare l’improvvisazione più sperimentale, virando sulle sponde della tecnologia più avanzata. È quella che alcuni critici hanno chiamato “oralità secondaria”.