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Il regista francese Bertrand Tavernier Leone d’oro alla carriera

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Tavernier selezionerà alcuni titoli rari per la sezione Venezia Classici
10 | 03 | 2015

la 72. Mostra del Cinema dal 2 al 12 settembre

È stato attribuito al regista francese Bertrand Tavernier il Leone d’oro alla carriera della 72. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (2 > 12 settembre 2015).
 
La decisione è stata presa dal Cda della Biennale presieduto da Paolo Baratta, su proposta del Direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera.
 
Nella presentazione al Cda della proposta di Leone d’oro alla carriera, Alberto Barbera scrive:Tavernier è un autore completo, istintivamente anticonformista, coraggiosamente eclettico. L'insieme dei suoi film costituisce un corpus in parte anomalo nel panorama del cinema francese degli ultimi quarant'anni. Non riconducibile alle istanze più radicali della Nouvelle Vague, nonostante le iniziali e assidue frequentazioni critiche di alcuni fra i suoi esponenti, né riduttivamente assimilabile alla Tradizione della Qualità, di cui peraltro ha mantenuto alcuni tratti distintivi sapientemente innovati: l'attenzione per la solidità narrativa, la cura nella costruzione dei personaggi, l'attitudine all'introspezione psicologica, la presenza costante di un substrato letterario. In Tavernier, l'importanza attribuita alla dimensione artigianale del mestiere si compenetra di altre due componenti: l'amore per il cinema classico americano, del quale ha assimilato la capacità di fare spettacolo senza rinunciare a una dimensione espressiva, e l'innata passione per i temi politici e sociali, che conferiscono al suo cinema caratteristiche personalissime e originali”.
 
Bertrand Tavernier è stato due volte in Concorso alla Mostra di Venezia, nel 1986 con Round Midnight – A mezzanotte circa (che ha ottenuto l’Oscar per la colonna sonora e la nomination per il protagonista, il sassofonista statunitense Dexter Gordon) e nel 1992 con il poliziesco Legge 627. Tavernier ha ricevuto l’Orso d’argento al Festival di Berlino per il suo lungometraggio d’esordio L’orologiaio di Saint-Paul (1974), tratto da Simenon, e sempre a Berlino ha vinto l’Orso d’oro nel 1995 per il poliziesco L’esca. Nel 1984 ha ottenuto il Premio per la miglior regia al Festival di Cannes per Una domenica in campagna. Ha vinto in tutto quattro premi César (l’Oscar francese).
 
Tavernier, che Barbera definiscefigura centrale della scena cinematografica francese”, riceverà il riconoscimento durante la 72. Mostra di Venezia (2 – 12 settembre 2015). Inoltre, per la sezione Venezia Classici della prossima Mostra, Tavernier selezionerà alcuni titoli rari, dimenticati o sottovalutati, che presenterà prima della proiezione, in veste di Guest Director della sezione stessa.
 
Nella motivazione del premio, Alberto Barbera sottolinea infatti che: “Tavernier è anche un appassionato critico cinematografico, caratterizzato da un spiccato gusto antiaccademico e da una predilezione per la scoperta e la rivalutazione di artisti sconosciuti. Talento messo a frutto in testi memorabili che costituiscono opera di riferimento per chiunque voglia ripercorre la storia del cinema francese, americano e italiano in particolare, con l'aiuto dello sguardo raffinato e non convenzionale di un cinefilo che rifugge ogni tentazione dogmatica, facendo prova di un'apertura di spirito, di una curiosità e di una larghezza di vedute inconsuete”.
 
 
Bertrand Tavernier – Nota biografica
Bertrand Tavernier (Lione, 25 aprile 1941) è regista, sceneggiatore, produttore e scrittore, nonché presidente dell’“Institut Louis Lumière” di Lione.
Figlio dello scrittore, poeta ed esponente della resistenza René Tavernier, si appassiona al cinema da adolescente, si trasferisce a Parigi dopo la guerra, dove ha come compagno di liceo Volker Schloendorff, che gli fa conoscere la Cinémathèque.
Come critico cinematografico collabora negli anni ’60 a diverse importanti riviste: “Les Cahiers du Cinéma”, “Positif”, “Cinéma”, “Présence du Cinéma”. Nel 1970 pubblica con Jean-Pierre Coursadon 30 anni di cinema americano (Omnibus). Quest’opera, attualizzata e rieditata nel 1995 con il titolo 50 anni di cinema americano, è considerata da molti cinefili la bibbia francese su questo argomento. Appassionato cinefilo, negli anni ’60 è uno dei primi a intervistare e ad analizzare il lavoro di grandi registi americani come John Ford, John Huston e Raoul Walsh, e a far scoprire in Francia cineasti come Dalmer Daves, André De Toth e Budd Boetticher (dei quali programma i film nel suo cineclub “Nickel Odeon”). Partecipa inoltre, insieme fra gli altri a Martin Scorsese, alla riscoperta dell’opera del regista Michael Powell.
Debutta al cinema come assistente di Jean-Pierre Melville, esperienza che rievocherà nel documentario Nel nome di Melville (2008) di Olivier Bohler. Nel 1973 gira nella Lione della sua infanzia il suo primo lungometraggio, L’orologiaio di Saint-Paul, tratto da un romanzo di Simenon. Questo “noir” dall’accento sociale, che ottiene il premio Louis Delluc e l’Orso d’argento al Festival di Berlino, sancisce l’incontro con Philippe Noiret, che diventerà il suo attore feticcio.
Dal suo debutto, l’eclettico Tavernier affronta diversi generi cinematografici e alterna film d’epoca (Che la festa cominci…, 1975, con Noiret, film per il quale ottiene il César per la miglior regia e sceneggiatura) e opere contemporanee (Una settimana di vacanza, 1980), con una predilezione per gli argomenti sociali: gira nel 1976 Il giudice e l’assassino, riflessione sulle istituzioni e sui loro eccessi repressivi (con Noiret e un inatteso Michel Galabru, presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Proposte di nuovi film), e poi nel 1980 La morte in diretta, analisi premonitrice della deriva della televisione e una delle ultime apparizioni di Romy Schneider, film con cui viene consacrato il successo internazionale del regista.
Impregnato di cultura americana, Tavernier adatta nel 1981 un aspro romanzo di Jim Thompson ambientato nell’Africa coloniale (Colpo di spugna, con Noiret e Isabelle Huppert), e poi firma Round Midnight – A mezzanotte circa (1986), lettera d’amore al jazz, con cui è in concorso a Venezia, film che ottiene l’Oscar per la colonna sonora e il cui protagonista Dexter Gordon viene nominato.
Se La passion Béatrice (Quarto comandamento, 1987) ha per sfondo la Guerra dei cent’anni, sono invece i conflitti più contemporanei a essere poi al centro dell’opera del regista: la prima Guerra mondiale in La vita e nient’altro (1989, con Noiret, premiato con il BAFTA) e poi in Capitan Conan (1996); la Guerra d’Algeria nel documentario La guerre sans nom (1992); l’occupazione nazista in Lassez-passer (2002), che lo vede anche interrogarsi sul suo mestiere di cineasta. Con una vena più intimista gira Una domenica in campagna (1984), Premio per la regia a Cannes, e Daddy Nostalgie (1990), due film teneri e pudici sui rapporti filiali, tema a lui caro fin dall’opera d’esordio.
Negli anni ’90 Tavernier, il quale dichiara al critico Jean-Luc Douin che “i cineasti sono i sismografi della loro epoca”, continua ad ascoltare la società dipingendo con realismo il mondo della droga nel poliziesco Legge 627 (1992), o quello degli insegnanti in Ricomincia da oggi (1999). Riceve quindi l’Orso d’oro a Berlino per L’esca (1995), messaggio allarmante sulla violenza di una gioventù disorientata. Particolarmente vicino alle questioni che toccano la sua professione (difesa dell’eccezione culturale, contrasto alla censura), è impegnato anche su altri fronti come testimonia il documentario sull’integrazione razziale De l’autre côté du périph (1997) firmato con il figlio Nils. Con la figlia Tiffany (scrittrice e sceneggiatrice) scrive invece Holy Lola (2004), esplorazione dell’universo dell’adozione in Cambogia, ma anche, per la prima volta nella sua opera, ritratto sensibile di una coppia d’oggi. E’ in una Louisiana devastata dall’uragano Katrina che Tavernier gira poi In the Electric Mist – L’occhio del ciclone (2009) adattamento di un “noir” di James Lee Burke con Tommy Lee Jones. Presenta poi in concorso a Cannes La princesse de Montpensier (2010), sguardo nel cuore degli intrighi d’amore e di potere nella Francia del XVI secolo.
Con la commedia Quay d’Orsay (2013), premiata per la sceneggiatura al Festival di San Sebastian, si cimenta con la politica francese, affidando a Thierry Lhermitte il compito d’interpretare un ministro degli esteri fortemente ispirato a Dominique de Villepin.