la Biennale di Venezia
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Teatro


Troubleyn / Jan Fabre (Belgio)

Martedì 11 ottobre - ore 19.00
Teatro Piccolo Arsenale
Troubleyn / Jan Fabre (Belgio)
Prometheus Landscape II   [prima italiana]
ideazione, regia, scenografia Jan Fabre
 
testi di Jeroen Olyslaegers (I am the all-giver da Prometheus Bound di Eschilo), di Jan Fabre (We need heroes now)
con Kurt Vandendriessche (Prometheus), Ivana Jozic (Prologo, Bia, Athena), Gilles Polet (Prologo), Cédric Charron (Kratos, Dyonisos), Kasper Vandenberghe (Hephaestus), Lawrence Goldhuber (Epimetheus), Annabelle Chambon (Io), Katarina Bistrovic-Darvaš (Hermes, Oceanus), Katarzyna Makuch (Pandora), Vittoria De Ferrari
musica Dag Taeldeman
assistenza e drammaturgia Miet Martens
luci Jan Dekeyser
costumi Andrea Kränzlin
coordinamento tecnico tour Arne Lievens
suono e video Tom Buys
tecnica Bern Van Deun
produzione Troubleyn/Jan Fabre (Antwerp, Belgium)
con il supporto del Governo Fiammingo
in coproduzione con Peak Performances@Montclair State University (Montclair, USA), Théâtre de la Ville (Paris, France), Malta Festival (Poznan, Poland), Tanzhaus NRW (Düsseldorf, Germany), Zagreb Youth Theatre (Zagreb, Croatia), Exodos Ljubljana (Ljubljana, Slovenia)
e in coproduzione con La Biennale di Venezia (Venice, Italy), Bitef Theatre Belgrade (Belgrade, Serbia) nell’ambito del Progetto ENPARTS – European Network of Performing Arts con il supporto del Programma Cultura della Commissione Europea
 
Coreografo, regista, scenografo, ma anche autore di sculture, disegni, film, installazioni e performance dal tratto inquietante, l’artista fiammingo Jan Fabre ha costruito, a partire dagli anni Settanta, un corpus di opere che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, dando forma e verità alle sue ossessioni con un senso della disciplina e della perfezione ineguagliabili. Più volte ospite della Biennale di Venezia fin dai suoi esordi teatrali, quando nell’84 è invitato con The power of theatrical madness all’Esposizione Internazionale d’Arte, spesso presente anche a Documenta di Kassel, che conosce i suoi esordi coreografici con Dance Sections, Jan Fabre è fra i pochi artisti contemporanei ad essere stato consacrato da una mostra al Louvre di Parigi (Jan Fabre au Louvre. L'Ange de la métamorphose, 2008). Inseguito dalla fama di provocatore e di artista scomodo, è una profonda ribellione etica quella che ispira l’opera di Jan Fabre: non sorprende allora, che a oltre vent’anni di distanza (Prometheus Landscape I è del 1988), Fabre torni alla figura mitica di Prometeo, archetipo di ogni ribellione, all’eroe che, con un gesto di orgogliosa indipendenza alle regole dell’Olimpo, ruba il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini. Fabre prende le mosse dal prototipo di Eschilo e, facendo tabula rasa delle interpretazioni che si sono stratificate nei secoli, scompone il dramma in otto monologhi dirompenti, immerge l’azione scenica in un paesaggio apocalittico fatto di fuochi, fumi e sabbia, esaspera la dimensione tragica in un violento atto d’accusa contro la società.
 
Prometheus – Landscape II, che ha debuttato a gennaio negli Usa, dopo una tournée mondiale nelle maggiori capitali europee e in Giappone, arriva in prima italiana per la Biennale di Venezia, che lo ha coprodotto insieme al Bitef Theatre di Belgrado nell’ambito del Progetto ENPARTS (European Network of Performing Arts) con il supporto del Programma Cultura della Commissione Europea.
 
Prometheus di Fabre ci immerge nelle numerose stratificazioni temporali del celebre mito. (…) Dov’è il nostro eroe tragico adesso? Si domanda Fabre in un racconto interminabile. Dove si nasconde? Il nostro tempo ne ha bisogno. Durante il preludio, i due attori bisbigliano, supplicano e chiamano in ogni modo l’eroe: “We need heroes now!”, fino a quando il sipario si alza e il paesaggio di Prometeo (Prometheus Landscape) si svela davanti ai nostri occhi: sullo sfondo, proiettato all’orizzonte, la luce intensa e accecante del sole; in proscenio l’eroe Prometeo, l’agnello sacrificale della nostra civiltà, appare catturato in una rete, inquartato da robuste corde che lo legano mani e piedi, come un Cristo lacerato.
In questo paesaggio, uno scultore è all’opera con le parole. Jeroen Olyslaegers ha ricomposto in versi il mito di Eschilo: in otto monologhi, dà voce agli abitanti del monte Olimpo che attraverso versi quasi biblici, danno respiro e ritmo alla storia dell’eroe Prometeo. La lingua è violenta, densa, a tratti quasi febbrile, come fiamme che raggiungono un cielo sempre più alto. E’ la lingua degli dèi che risuona come un tuono attraverso l’universo mitico. Uno dopo l’altro, gli abitanti dell’Olimpo offrono la loro visione della storia del portatore di fuoco. Efesto, che ha incatenato l’arrogante eroe al Caucaso; Atena, figlia di Zeus e alleata del dio del fuoco; Epimeteo, il fratello sciocco che non può resistere al perfido regalo di Zeus, Pandora e il suo vaso contenente tutti i mali; Io, resa folle dalla puntura di un tafano, che viene a lamentarsi dal dio punito e incatenato; e ancora Oceano, Dioniso, Pandora, Hermes e infine ecco Prometeo, lo stesso figlio di Titano, che interrompe il lungo silenzio con la sua potente maledizione verso il divino governatore Zeus: “This is a scream right from the gut; I resist”.
Infine ecco l’eroe: dall’alto del Caucaso sfida Zeus, non curante della probabile punizione, sopportando il dolore, guardando orgogliosamente negli occhi l’umiliazione. Ma il fuoco rovente, rubato al cielo, l’ha reso cieco alla realtà che si dispiega davanti ai suoi occhi. Il suo fuoco, questo regalo così prezioso per l’umanità, deperisce, si estingue e si spegne per colpa dei mortali. (…) La nostra società con tutte le sue regole e le sue leggi ha bandito il fuoco e con esso l’immaginazione. Fabre mette in scena una comunità chiusa, vittima dell’incantesimo del fuoco, perché il fuoco ci attira, ma allo stesso tempo nasconde un pericolo latente. Attraverso costumi che richiamano varie religioni, Fabre mostra un rapporto ambiguo con il fuoco: perfino al centro di una storia di passione, la passione è contenuta e repressa. C’è sempre qualcuno pronto a spegnere una scintilla, un possibile bagliore. Ogni focolare ha il suo secchio di sabbia, i lapilli sono soffocati nella cenere. Durante tutto lo spettacolo i fuochi si spengono ma ne nascono sempre di nuovi. In altre parole, gli individui cercano febbrilmente quella passione che infiamma il loro corpo e la loro anima. (…) Il nuovo spettacolo ci mostra il campo di battaglia della nostra civiltà. Alla sua base: il fuoco di Prometeo. Ma cosa ne hanno fatto gli uomini della magica forza del fuoco? Quale alchimia ha ispirato? A cosa ci ha portato la paura del fuoco?
Luk Van den Dries (Università di Anversa)
 
Dieci attori provetti e incredibilmente dotati interpretano diversi personaggi mitici; fanno discorsi appassionati mentre partecipano a bagordi selvaggi e riti bondage, si mettono d’accordo per far scoppiare incendi (assicurandoci malignamente che ci sono le vie d’uscita). (…) Guardare e ascoltare questo spettacolo-parabola di Fabre è eccitante, travolgente, vertiginoso, esasperante, qualche volta estenuante nel suo furore sempre sopra le righe. Con la testa che ancora vibra di emozioni, lo rivedrei subito.
Deborah Jowitt, The Village Voice, 2 febbraio 2011
 
Desiderate qualcosa fuori dal normale, avete bisogno di farvi sorprendere? Ancora e sempre un solo nome: Jan Fabre. (…) Jan Fabre approfitta del mito greco per suonare ancora una volta la carica contro una società sterile, vuota, che spegne ogni tentativo di libertà e d’immaginazione. Fabre - che firma con Jeroen Olyslaegers il testo in inglese di questo spettacolo più teatrale che coreografico - rinvia a chi ha creato gli uomini e ha rubato per loro il fuoco agli dèi, all’immagine di una civiltà sconfitta, le cui scintille sono spente e i cui sussulti di vita sanno di cenere. (…) Che profusione di energia! Che una donna tenti di cantare a squarciagola o che una coppia si salti addosso selvaggiamente, il desiderio e il sesso sono sempre la miglior fonte di calore in Fabre. (…) Sulla scia de L’Orgie de la tolérance (2009), che coglieva “in flagrante” l’oscenità e il cinismo circostanti, Fabre firma non solamente uno spettacolo sorprendente ma anche un manifesto per la vita, la sua imprevedibilità, le sue brutture, la sua follia.  
Rosita Boisseau, Le Monde, 2 aprile 2011

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