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la Biennale di Venezia
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Architettura

Common Ground


David Chipperfield
 
Che la più importante mostra di architettura abbia luogo a Venezia non è frutto del caso. Per un simile evento Venezia costituisce un palcoscenico che nessun’altra città è in grado di offrire. Le sue architetture, umili o grandiose, si fondono con la laguna creando qualcosa che va oltre la natura. Con la sua bellezza la città ci mortifica, poiché ci rammenta le reali possibilità dell’architettura, sia come atti singoli sia come parte di una visione più ampia.
 
Contro ogni previsione, l’Italia rimane la patria spirituale dell’architettura. È qui che si può comprendere pienamente l’importanza dell’edificio non come spettacolo individuale, bensì come manifestazione di valori collettivi e scenario della vita quotidiana. La sensibilità e la percettività della gente derivano senza dubbio dal fatto di vivere a contatto con il più grande patrimonio di architettura e urbanistica esistente al mondo. Questo senso tangibile del contesto e della storia ci ricorda che il nostro mondo edificato è una testimonianza della continua evoluzione del linguaggio architettonico e uno strumento essenziale per la nostra comprensione del mondo che ci circonda.
 
Tali presupposti mi hanno ispirato a orientare questa Biennale verso tematiche riguardanti la continuità, il contesto e la memoria, verso influenze e aspettative condivise. Mi hanno portato a concentrarmi sull’apparente mancanza di intesa tra la professione e la società.
 
Il direttore della Biennale Architettura ha il privilegio di invitare i partecipanti a esporre all’Arsenale e nel Padiglione Centrale dei Giardini. Ciò comporta la responsabilità di imprimere una direzione a questa presentazione di talento e ricerca. Tale direzione può essere definita dal titolo stesso della Biennale, che in sé costituisce un tetto sotto il quale i partecipanti possono trovare rifugio per presentare le loro idee. Con la scelta di questo tema ho inteso stimolare i miei colleghi a reagire alle prevalenti tendenze professionali e culturali del nostro tempo che tanto risalto danno alle azioni individuali e isolate. Ho voluto incoraggiarli a dimostrare, invece, l’importanza dell’influenza e della continuità dell’impegno culturale, a illustrare idee comuni e condivise le quali costituiscono la base di una cultura architettonica.
 
Common Ground, il terreno comune, ci incita ad ammettere quelle ispirazioni e influenze che dovrebbero, a mio avviso, caratterizzare la nostra professione. Questa locuzione serve inoltre a educare l’attenzione rivolta alla città, nostra area di competenza e attività, ma anche realtà creata in collaborazione con ogni cittadino e con i molti partecipanti al processo di costruzione. La disciplina dell’architettura implica problematiche diverse, spesso contraddittorie, ma sono convinto che abbiamo idee e visioni comuni confermabili per mezzo dell’architettura stessa. Common Ground ci invita a scoprire queste idee condivise partendo dalle nostre singole posizioni di differenza.
 
Questa Biennale, che ha luogo in un momento di grande preoccupazione economica a livello globale, ci dà la possibilità di riconsiderare da un diverso punto di vista i singoli, innegabili, conseguimenti architettonici che hanno contrassegnato l’identità degli anni recenti e di stimolare una più intensa valutazione dei nostri obiettivi e attese comuni.
 
Il tema della Biennale era una provocazione rivolta ai miei colleghi affinché dimostrassero il loro impegno in questi valori comuni e condivisi; li incitava ad abbandonare la presentazione monografica della loro opera per mirare invece a un ritratto delle collaborazioni e affinità presenti dietro al proprio lavoro. La grande energia e impegno con cui essi hanno aderito a questa iniziativa sono una testimonianza del loro proposito e una conferma di ciò che sappiamo ma non esprimiamo con sufficiente evidenza, ossia che nonostante la diversità dei nostri interessi, storie e idee, condividiamo di fatto un “terreno comune”. E ciò costituisce la base di quella che potremmo definire una “cultura architettonica”. Inoltre, è una piattaforma di partenza per il dialogo, il dibattito, l’opinione.
 
L’amministrazione della Biennale, sotto la guida sicura del suo presidente Paolo Baratta, ha continuato a offrirci la possibilità di riflettere sulla disciplina dell’architettura. È, questo, un dono che non dobbiamo sottovalutare, né dobbiamo immaginare che un simile evento sia realizzabile in qualche luogo diverso da Venezia.
 
La mostra è il risultato di un impegno incredibile. A tale proposito desidero riconoscere il lavoro compiuto dallo staff della Biennale, e soprattutto da Manuela Lucà Dazio, senza di loro questo evento non sarebbe stato possibile.
 
Un grande ringraziamento va anche al mio stesso team, serenamente diretto da Kieran Long, da Jaffer Kolb, che si è occupato di ogni problema con dedizione e umorismo, da Shumi Bose, che ha gestito le pubblicazioni, e da Rik Nys, che ha diretto il design.
 
Un riconoscimento speciale a John Morgan e al suo team, artefici dell’elegante identità grafica della mostra e dei cataloghi. Rivolgo un ringraziamento particolare a Richard Sennett, il quale ci ha fornito il titolo della Biennale in un momento in cui ci stavamo sforzando di dare un’identità alle nostre intenzioni, a Jamie Fobert che ci ha consigliati sull’allestimento della mostra. Ringrazio anche tutti gli altri che ci hanno prodigato consigli e aiuto, soprattutto Dietmar Steiner, Chris Dercon, Richard Rogers, Lynda Myles, Heiner e Celine Bastian, Ricky Burdett, e Mario Nanni, che ha dato un generoso supporto al progetto dell’illuminazione.
 
Desidero esprimere la mia gratitudine a tutti gli sponsor, senza la loro generosità e sostegno questa Biennale non avrebbe mai avuto luogo. Grazie inoltre agli amici, Arnica-Verena Langenmaier, Monika Sprüth, Erica Bolton e Jane Quinn, Margit Mayer, Rosario Saxe-Coburg, Victor Zamudio-Taylor, Peter Saville e Sir Ronald Grierson, che hanno collaborato nella ricerca di sponsor. Sono infine riconoscente al mio studio che mi ha agevolato durante questo periodo. E un grazie a Evelyn e alla mia famiglia per il sostegno e la simpatia nei momenti di tensione.
 
La mostra è un tributo ai partecipanti e collaboratori, al loro impegno, alla loro energia e al loro apporto in questo tentativo sperimentale di definire il terreno comune, il Common Ground.