la Biennale di Venezia
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Teatro


Leoni al sole
di Andrea Porcheddu

Tornare a Venezia, nonostante il caldo e il clima umido che rende impossibile ogni minimo gesto, significa ritrovare quell’atmosfera di apertura sistematica allo studio, alla formazione, al laboratorio permanente. Certo, aprire – per la prima volta nella storia – una Biennale teatro a 35 gradi all’ombra è impresa coraggiosa, ma che forse richiama allegramente alla memoria quelle vacanze-studio che hanno segnato tante estati di molti. Qui, infatti, si arriva per studiare, per far pratica di bottega, per formarsi: e la cosa sembra funzionare.
Nonostante la dolorosa chiusura di una iniziativa importante come “Giovani a Teatro”, cancellata da Fondazione Venezia, la città è dunque stata eletta a “campus di arti sceniche”: non solo per l’attività costante degli atenei, ma anche e soprattutto per la progressiva attenzione che proprio La Biennale ha dato, in questi anni, agli aspetti formativi. Premiata, dunque, la scelta “estiva” e confermata, a pieno titolo, la vocazione pedagogica di questo Laboratorio Internazionale del Teatro, diretto dal catalano Àlex Rigola, al suo secondo mandato.
Rigola ritrova quanto di buono fatto nella precedente edizione, invitando in laguna maestri di varia provenienza e attitudine. Se nella passata stagione vi era un filtro “generazionale” a far da collegamento possibile tra registi del calibro di Castellucci, Garcìa, Ostermeier, Lauwers e altri, per il 2012 il dato meramente anagrafico sembra accantonato a favorire una esplosione di possibilità creative, di tendenze artistiche, di attitudini e slanci diversi e originali. Al punto da mettere in gioco un regista inventivo ma di impianto sostanzialmente tradizionale come Declan Donnellan con lo scenografo Nick Ormerod, a fianco di un drammaturgo a cavallo fra cinema e teatro come l’americano Neil LaBute. Al punto di accostare il drammaturgo-regista-attore argentino Claudio Tolcachir con la connazionale, ma ormai belga d’adozione, Gabriela Carrizo, fondatrice del gruppo di teatro danza Peeping Tom.
Su tutto e tutti, poi, sembra svettare il Leone d’oro a Luca Ronconi, maestro della scena nazionale e internazionale, che non esita un istante a mettersi in discussione aprendo il proprio laboratorio per registi all’analisi del Pirandello di Questa sera si recita a soggetto.
«Quel che ci interessa – dichiara Àlex Rigola – è una idea di laboratorio dove il Maestro prova qualcosa di cui sente la necessità, non un luogo di “lezione” ma di sperimentazione per tutti. E dunque abbiamo voluto invitare registi, artisti che avvertano profondamente questa connessione forte con il momento laboratoriale».
Alla proposta formativa, hanno risposto quasi duecento giovani e giovanissimi attori, autori e registi provenienti da tutta Europa (ma una buona parte dall’Italia) che arrivano a Venezia con la voglia di investire, ancora, sulla propria formazione. Di laboratori, si è detto spesso, è invasa l’Italia: ma qui sembra che la qualità della proposta sia ancora foriera di interesse diffuso.
E vale la pena segnalare, poi, che questa è una formazione che dà frutti: ospiti in residenza, alla Biennale Teatro 2012, sono 4 giovani formazioni nate durante i laboratori delle passate stagioni. Ex “allievi” di Castellucci, Garcìa, Ostermeier, Lauwers hanno infatti dato vita a compagini transazionali, gruppi multilingue e multidisciplinari che sono stati invitati per brevi residenze di approfondimento dei rispettivi lavori con esiti finali aperti.
«Le residenze – continua Rigola – sono un frutto organico, non cercato o voluto, ma certo ora oggetto di un percorso condiviso con complicità. Vogliamo seguire la relazione con questi giovani artisti che si sono incontrati durante i passati laboratori veneziani».
L’intenzione di fondo, per Àlex Rigola, è quella di dare strumenti, di fornire utensili a quei giovani, usciti dall’università o dalla prima formazione teatrale, che cominciano a scegliere come rapportarsi al lavoro. Poi, aggiunge sornione il regista, «quasi sempre a 40 anni le scelte sono fatte, le decisioni prese, le estetiche elaborate». E dunque, in mezzo, indagini a tutto campo sulle arti sceniche, senza stare troppo a puntualizzare su prosa, danza o teatro danza: con la possibilità, per i Maestri, di passare in eredità tracce di vita, e per gli allievi di riflettere ancora un po’ tra studio e lavoro.


Declan Donnellan: un teatro di regia al servizio degli attori
di Rossella Menna

Formazione permanente e work in progress. La Biennale Teatro, proseguendo nella direzione intrapresa nel 2010, non si accontenta dei “prodotti finiti” e punta tutto sui processi, con cinque laboratori per cinque maestri aperti a giovani attori, drammaturghi, danzatori e registi di tutto il mondo.
Alla guida di un workshop per attori, Declan Donnellan, inglese, classe 1953, regista, drammaturgo e fondatore nel 1981, insieme a Nick Ormerod, della compagnia Cheek By Jowl.
Confrontandosi con grandi classici, da Sofocle a Racine, Donnellan si è meritato negli anni un posto d’onore nell’olimpo dei maggiori registi, grazie soprattutto alle sue riletture dei testi di Shakespeare. «Dovremmo trattare i classici con lo stesso rispetto che riserviamo ai contemporanei – spiegava Donnellan qualche anno fa – il teatro e i classici in particolare consentono di confrontarsi con la parola poetica in modo diretto, pratico». Poesia non da leggere, dunque, ma da agire, da vivere in presenza, da restituire al soffio vitale che l’ha generata.
Maniacale nella cura del dettaglio di ogni aspetto delle sue produzioni, Donnellan si è cimentato anche in contesti meno agevoli e più controllati, collaborando con l’istituzionale Royal Shakespeare Company fino ad approdare all’alba degli anni 2000 in Russia, dove il suo irriverente, anti-classico Romeo and Juliet ha incantato i critici giunti al Bolshoi. Nell’ambiente moscovita, Donnellan trova una condizione ideale di lavoro e si sente a tal punto a proprio agio da decidere, nel 2000, di fondare una compagnia con attori locali, protagonista di una serie di produzioni di successo tra cui il recente The Tempest, ospitato nel 2011 al Napoli Teatro Festival.
Artista dalla schietta attitudine al pragmatismo, Donnellan è impegnato in primo luogo in una sperimentazione di natura empirica sul lavoro attoriale. Nel suo saggio The Actor and the Target, pubblicato in Russia (2001) e successivamente tradotto in inglese, francese, spagnolo, tedesco, rumeno e mandarino, il regista riversa in forma teorica le intuizioni sulla recitazione già sviluppate sulla scena – a partire dal rifiuto dell’individualismo interpretativo a favore di un impianto recitativo globale. Secondo il regista, infatti, dirigere uno spettacolo vuol dire supervisionare la qualità della recitazione nel suo insieme, dal punto di vista della coralità, e non focalizzarsi sulle singole interpretazioni. Fondamentale, dunque, la presenza di un terzo occhio neutrale, che gestisca i vettori della scena in modo più consapevole, coordinando l’azione dei singoli all’interno degli spazi in cui agiscono. «Ho sempre pensato che la scena sia qualcosa che succede nello spazio tra gli attori. I registi esistono affinché gli attori possano godersi il lusso di non doversi osservare» spiega Donnellan che, imponendosi energicamente sulla scena internazionale come regista d’innovazione, ha saputo deviare lo sguardo del pubblico inglese in direzioni meno esplorate.


Neil LaBute alla Biennale: scrivere tra impulso e improvvisazione
di Andrea Pocosgnich

“Improv For Writers: learning to write on impulse and without fear”

Tra i percorsi formativi voluti da Àlex Rigola (con Luca Ronconi, Declan Donnellan con Nick Ormerod, Claudio Tolcachir, Gabriela Carrizo), quello condotto da Neil LaBute è l’unico prettamente drammaturgico. Il virgolettato con cui comincia questo articolo è il titolo del laboratorio: ma qual è la relazione tra improvvisazione e scrittura teatrale? Cosa dovrebbe temere un giovane drammaturgo se non una vita di stenti e precarietà?
Di certo un’emozione come la paura e un processo inconscio a questa direttamente connesso, quale l’impulso, sono alla base di molti dei meccanismi individuali e relazionali che muovono i testi dell’artista statunitense.
Classe 1963, nato nello stato del Michigan, precisamente a Detroit, città che dovette abbandonare quando i suoi genitori si trasferirono a Spokane (Washington), Neil LaBute è uno degli autori più rappresentati tra Londra e New York – tanto che ormai i suoi plays vengono messi in scena quanto quelli dei suoi maestri Pinter e Mamet.
Al centro della maggior parte delle sue produzioni (nel cinema come nel teatro) ci sono uomini e donne che ciecamente vagano in balia dei propri impulsi, strappati dalla propria intimità per mano di norme o vizi sociali. L'incontro tra questi atomi perduti ed erranti è quasi sempre impossibile o comunque irto di difficoltà, soprattutto quando di mezzo si interpongono anche ignoranza, razzismo e religione. Nel vero e proprio debutto di LaBute, Filthy Talk for Troubled Times – scritto nel 1989 come lavoro finale del suo percorso di studi alla University of Kansas – assistiamo a un intrecciato susseguirsi di monologhi sulle abitudini sessuali di alcuni uomini: in scena troviamo le nevrosi, le manie e le impotenze di un branco di giovani apparentemente senz'anima. Emerge un vuoto relazionale incolmabile che sfocia nella denigrazione dell'altro sesso – celebre la battuta «I could never trust anything that bleeds for a week and doesn't die», ripresa poi anche nel fortunato In The Company of Men.
D'altro canto nei confronti dei suoi detrattori, la reputazione di misogino LaBute l'ha conquistata proprio con il dramma del '92 In The Company of Men, storia di uomini d'affari trentenni che abusano dei sentimenti di una donna sorda, dattilografa impiegata nel loro ufficio.
Nel film del 1998 Your Friends & Neighbours, Cary, interpretato da Jason Patric, è il più abietto dei tre personaggi: realmente misogino, altezzoso e pieno di sé. Dopo il solito allenamento in palestra con i due amici, nella sauna si abbandona a una scottante rivelazione: inquadrato in un primo piano che si stringe con l'avvicinarsi del lentissimo carrello, racconta di aver commesso da adolescente uno stupro di gruppo ai danni di un compagno di scuola. Anche in quel primo piano che scava ogni parola del protagonista nei suoi occhi scuri, incombendo a ogni passo verso gli angoli bui e sempre celati dell'essere umano, c'è gran parte del teatro e dell'arte di Neil LaBute.


Thought in movement: il laboratorio di Peeping Tom tra danza e teatro
di Matteo Antonaci

Si intitola, efficacemente, On the creative process: thought in movement il laboratorio curato da Gabriela Carrizo di Peeping Tom per la Biennale Teatro.
Fondata dalla Carrizo insieme a Franck Chartier nel 2000 a Bruxelles, la compagnia di teatro-danza si costruisce sulle orme della Postmodern Dance e, nello specifico, dalla scuola di Alain Platel. Distaccandosi, sin dalle prime produzioni, da una pratica esclusivamente coreografica e circoscritta all’universo della danza contemporanea, la produzione del gruppo ricerca una dimensione performativa in cui atmosfere circensi, contact e teatro-danza si coniugano a una costruzione drammaturgica atta ad indagare l’universo dei sentimenti e delle relazioni umane.
I primi spettacoli di Peeping Tom analizzano il comportamento del singolo all’interno di dinamiche amorose e familiari. Sin da Carovana, performance costruita all’interno di un camper, e da Une vie inutile, la compagnia fa dello spettatore un voyeur che scruta situazioni intime e strettamente personali, oggettivate dalla realisticità della costruzione scenica ma straniate dall’universo onirico contenuto in essa.
Ambientazioni interne – camper, saloni, bungalow – si aprono a dimensioni surreali attraverso le quali ogni singolo oggetto e movimento acquisisce nuovo significato, divenendo il segno di una continua defigurazione e rimodellizzazione mentale della realtà.
A decretare il successo della compagnia sulle scene europee è la trilogia Le Jardin (2002), Le Salon (2005) e Le Sous Sol (2007), attraverso la quale Peeping Tom descrive il decadimento morale e la distruzione di una famiglia, il perire dei ricordi e della memoria, la sottile linea che separa la vita dalla morte, le convenzioni dagli impulsi emotivi. Tematiche simili sono rintracciabili nelle ultime due produzioni del gruppo: 32 Rue Vonderbranden (2009) e A louer (2011), spettacoli caratterizzati da una particolare attenzione alla dimensione scenografica nella quale appare accentuato il riferimento al discorso cinematografico.
Lungi dal ricercare una “coreografizzazione” del linguaggio teatrale – ovvero quella dimensione in cui la coreografia si espande sostituendo la costruzione drammaturgica e lasciando assumere medesimo corpo a tutti gli elementi scenici (dalla luce al suono, dal mobilio ai performer ecc.) – Peeping Tom sembra procedere verso una teatralizzazione del discorso coreografico. La danza appare, negli spettacoli della compagnia, come uno degli elementi attraverso cui dare senso ed esprimere il “pensiero” drammaturgico. In questo contesto acquisisce valore il rapporto tra discorso filmico e scena teatrale: dilatazione temporale tramite tecniche di rallenty e flashforward (ricreate attraverso il movimento fisico), rapporto tra campo/fuoricampo, ellissi temporali, zoom e panoramiche, infatti, sono tratti esplicitamente caratterizzanti l’estetica delle ultime produzioni della compagnia. Cosi, tra illusionismo e magia lo spettatore scivola con lo sguardo in atmosfere inquietanti e romantiche, crudeli e nostalgiche e si ritrova in dimensioni temporali sconosciute di cui la scena non è che un catalizzatore.


Ronconi: un maestro tra laboratorio e spettacolo
di Roberta Ferraresi

Luca Ronconi, in cinquant’anni di lavorìo incessante sui palcoscenici di tutta Italia e non solo, è conosciuto e seguito per una linea creativa che ribolle di una curiosità instancabile, sempre tesa a stuzzicare i limiti delle convenzioni del linguaggio e ad eccedere gli orizzonti della scena. Con opere-fiume, dilaganti e travolgenti, ormai entrate a pieno titolo nella storia del teatro e con spettacoli memorabili, Ronconi ha saputo attraversare un ventaglio tuttora inafferrabile di possibilità autoriali: dalle spiazzanti riletture dei classici ai vertiginosi affondi nella modernità, dal lucido attraversamento di testi comunemente considerati “irrapresentabili” alla scoperta di una solida vocazione drammaturgica all’interno di contesti insoliti, come i modelli matematici del Barrow di Infinities.
Ma il lavoro di Luca Ronconi – da quell’Orlando furioso che nel ’69 portò finalmente la regia italiana all’attenzione internazionale, in un doppio riscatto sospeso fra canone e ricerca, che vede affermarsi una norma e contemporaneamente la sua stessa trasgressione – non si risolve esclusivamente nella pur eccezionale produzione spettacolare, che ne ha fatto un riferimento assoluto per la regia contemporanea. Il percorso del regista è segnato fin dagli esordi da una particolare vocazione pedagogica, ancorché negata dal diretto interessato: dal celebre Laboratorio di Prato al tuttora attivo percorso di Santa Cristina, dalla fondazione della scuola dello Stabile di Torino fino alla Biennale 2012 dove, per la prima volta, dirige un workshop dedicato soprattutto a registi.
È Gianfranco Capitta, chiamato a condurre la conversazione con Ronconi dopo la cerimonia di conferimento del Leone d’Oro alla Carriera, a focalizzare con decisione i tratti di quella che si può considerare “l’altra faccia della medaglia” che ha segnato il lavoro e il percorso del regista. Proprio alla Biennale, infatti, nel 1974, Ronconi pronunciò «la parola magica: ‘laboratorio”», facendo così di un festival che era un’importante vetrina, un luogo dedicato anche alla trasmissione della conoscenza. Ma, ci tiene a sottolineare Ronconi, «non si trattava esclusivamente di spettacoli-laboratorio, in programma c’erano produzioni come l’Einstein on the Beach di Bob Wilson». Ed è proprio questo appunto che può aprire una prospettiva, ancora una volta, mirata a sollecitare i confini delle convenzioni e delle logiche consolidate dentro e fuori il palcoscenico.
Oggi, alla Biennale Teatro, Ronconi è premiato con il Leone d’Oro: forse non tanto o non solo per la capacità di creare, con gli spettacoli, interi mondi da vivere più che da osservare; non soltanto per una prospettiva che, in questo percorso pluridecennale, ha saputo comporre un lucido ritratto – pure mosso, sempre in trasformazione – della condizione umana, né unicamente come maestro del fare laboratoriale. Il Leone d’Oro va oggi, dunque, al Maestro di tante generazioni della scena italiana che per primo, nella stagione d’oro della pratica laboratoriale, ha coniugato ricerca e istituzione, indicando una terza via fra laboratorio e spettacolo, unendo la strada del processo a quella del prodotto. Un padrino d’eccezione e d’eccellenza la cui premiazione apre emblematicamente la Biennale Teatro 2012 di Àlex Rigola. Un progetto che, nell’intenzione di fare della più grande manifestazione veneziana legata allo spettacolo dal vivo un campus internazionale delle arti sceniche, ha scelto di non puntare solo sulla formazione e nemmeno esclusivamente sulla vetrina, ma di tracciare una linea di lavoro originale che si muove con curiosità e disinvoltura fra laboratorio e messinscena.


Dall’off alle istituzioni: l’argentino Claudio Tolcachir approda alla Biennale di Venezia
di Giada Russo

Argentino, classe 1975, Claudio Tolcachir è una delle figure di spicco dell’ultima generazione di teatristas appartenenti al circuito indipendente di Buenos Aires. È un artista a tutto tondo che recita, scrive, dirige, insegna e coordina il proprio gruppo teatrale, Timbre 4, fondato nel 1998 e divenuto un importante punto di riferimento della scena culturale della città.
Proprio nel 2001, anno della crisi economica argentina, Tolcachir trova una casa per la sua compagnia, il Teatro-Escuela Timbre 4, che comprende due spazi – in Avenida Boedo 640 e in Avenida México 3554 – situati all’interno del medesimo stabile nel quartiere operaio di Buenos Aires. Il teatro indipendente ha disegnato una nuova mappa teatrale, parallela a quella ufficiale e commerciale di Corrientes, che si dipana tra sobborghi, strade di periferia, case chorizo, appartamenti, ex depositi. Timbre 4 è uno dei tanti spazi di questa città invisibile. Già dal nome, che riproduce il numero del campanello, dichiara la propria condizione indipendente e alternativa.
Dai barrios della Buenos Aires off, Tolcachir si consacra al pubblico europeo al Festival d’Automne nel 2010 con la pièce La omisión de la familia Coleman, primo quadro di una trilogia sulla famiglia e sulla società. Applaudito in più di 20 paesi, Tolcachir arriva in Italia nel 2008 a Vie Festival di Modena e, passando per il Piccolo di Milano e il Mercadante di Napoli, approda quest’anno alla Biennale di Venezia con un laboratorio rivolto a giovani attori.
I suoi testi, ironici e acuti, attingono a piene mani dalla realtà argentina, con i suoi traumi e le sue risalite. Ci sono ovunque – negli oggetti, nei personaggi, nelle storie – i segni della perdita e dell’abbandono; ma, ogni tanto, si apre qualche spiraglio: solitudini che, intrecciandosi, trovano un proprio luogo nel mondo. L’evoluzione della drammaturgia del teatrista argentino, dal primo all’ultimo spettacolo della trilogia, è portavoce e testimone del cambiamento politico e sociale del paese e di una risvegliata fiducia del periodo post-liberale.
Da Coleman a Tercer cuerpo fino a El viento en un violin, il giovane artista porteño mette a nudo i limiti e le fragilità dell’essere umano, attraverso personaggi irrisolti, dai contorni sempre sbiaditi. Non è un caso che sia proprio Beckett l’autore a cui Tolcachir fa costantemente riferimento per mettere in scena vicende senza capo né coda, dove i ruoli sociali si capovolgono e non restano che surrogati di parole, dialoghi assurdi come la vita stessa. Tolcachir inventa un teatro emozionale (diverso dal teatro intellettuale di Spregelburd) che si appella all’esperienza esistenziale di ogni spettatore: tragicommedie dove il realismo critico attinge sempre più al fantastico.


Dai laboratori alle residenze: il progetto della Biennale Teatro
di Elena Conti

Quando si parla di workshop della Biennale Teatro di Venezia, la connessione con il nome di Àlex Rigola è immediata: è infatti sotto la sua direzione – giunta al terzo anno – che il festival si è caratterizzato per vivacità e apertura, ricerca e incontro, e soprattutto ponendo a capofila della manifestazione, la formazione.
Il Laboratorio Internazionale del Teatro si presenta, eccezionalmente quest'anno, in agosto (dal 4 al 13), legandosi profondamente alle scelte artistiche delle passate edizioni. Se il percorso avviato nel 2010 prosegue con nuovi nomi – cinque autori di teatro internazionale quali Luca Ronconi, Declan Donnelan e Nick Ormerod, Claudio Tolcachir, Gabriela Carrizo, Neil LaBute – è con le “Residenze” che il Festival pone in luce le tipicità e la continuità di questo triennio, consentendo a giovani compagnie, formatesi in seno ai laboratori del 2010 e 2011, di sviluppare la ricerca avviata.
Era l'ottobre 2010, infatti, quando giovani attori venivano chiamati nella città lagunare per seguire workshop tenuti da sette maestri internazionali, in un percorso che li avrebbe portati, a distanza di un anno, a presentare al pubblico l’esito del lavoro condotto sul tema dei 7 peccati: una riflessione sul peccato contemporaneo in una performance itinerante divisa in sette capitoli.
Da quella esperienza si sono formati quattro gruppi, che hanno continuato a lavorare insieme e sono tornati, ora, alla Biennale con un proprio progetto artistico. Un ensemble è costituito da John Romão, Georgina Oliva, Piera Formenti e Damiano Ottavio Bigi – dall'esperienza con Romeo Castellucci – e affronta Pocilga, un lavoro liberamente ispirato a Porcile di Pasolini. Poi è a Venezia la formazione proveniente dal workshop di Jan Lauwers (Emmanuelle Moreau, Nicolas Wan Park, Carlota Ferrer, Francesca Tasini), invece alle prese con i monodrammi di Beckett in Swimming B. Ecco, ancora The Moors of Venice – gruppo formatosi dal workshop di Thomas Ostermeier e composto da Fèlix Pons, Cristiane Mudra, Valeria Almerighi, Valentina Fago, Nina Greta Salomé, Fortunato Leccese e Kostin Kallivretakis – presenta Propaganda, la prima parte della trilogia The Revolution Project. Infine la compagnia Divano Occidentale Orientale, già costituita da Giuseppe Bonifati nel 2010 e impegnata lo scorso anno nel laboratorio condotto da Rodrigo García, lavora a Qui-es-tu? Tu-me-tu (es), una performance che vede in scena Cecilia Di Giuli, Annagaia Marchioro e Caterina Moroni.
La Biennale accoglie questi artisti negli spazi del Teatro Junghans in Giudecca e del Conservatorio “Benedetto Marcello”, dove sarà possibile assistere alla presentazione pubblica dei lavori nelle serate del 9 e 10 agosto.
Quarto palcoscenico
Video e fotogallery
Biennale Musica 2014
20 > 21 settembre, 3 > 12 ottobre 2014
Biennale Architettura
Fundamentals. 7 giugno > 23 novembre 2014