la Biennale di Venezia
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Architettura


Spari in Laguna

I Sabati dell’Architettura

Vittorio Gregotti
Direttore Biennale Arte/Architettura Anno Zero, 1976
Sabato 4 settembre 2010, ore 14.00
Intervengono: Marco Biraghi, Mario Botta, Germano Celant, Franco Raggi e Joseph Rykwert
 
La Biennale di Venezia del 1976 fu una Biennale del tutto rinnovata, dopo gli eventi del Sessantotto, rinnovata in molti aspetti sia concettuali che organizzativi. Nel contesto di tale rinnovamento l’attenzione all’esame delle condizioni delle arti visuali si aprì a comprendere e a mettere a confronto, nuove identità disciplinari. Nel 1975, infatti, quando mi fu chiesto di occuparmi della nuova Biennale Arti Visive, posi due condizioni. La prima che vi fosse un tema unitario, quello della relazione tra arte e ambiente antropogeografico, la seconda che la Biennale aprisse i suoi interessi all’architettura.
 
Chiamai a collaborare al progetto Franco Raggi e, sulla base di queste premesse, si operò per far convergere la partecipazione delle diverse nazioni sul tema arte-ambiente, assegnando la responsabilità del tema generale da sviluppare nel Padiglione Italia a Germano Celant. Una mostra speciale, «Le Macchine Celibi», fu immaginata da Harald Szeeman, mentre protagonista del Comitato scientifico internazionale fu Pontus Hulten, in quel momento responsabile del Beaubourg a Parigi. Il Comitato accettò l’idea di una Biennale che proponesse un confronto intorno al tema "arte-ambiente", in quegli anni al centro degli interessi delle arti visive, tema che fu promosso come punto di vista critico, unitario e volutamente parziale (senza per questo rinunciare all’informazione degli aspetti internazionali più recenti ritenuti interessanti e raccolti nella mostra specifica «Attualità Internazionali», ordinata da Olle Granath e allestita da Ettore Sottsass).
 
Il nuovo settore dedicato all’architettura venne sviluppato in vari luoghi con un positivo coinvolgimento dell’intera città. Dopo una prima manifestazione sul tema veneziano di nuove idee sull’utilizzazione del Mulino Stucky alla Giudecca e di una manifestazione sulla relazione cinema-città, nel 1976 furono organizzate la mostra «Europa-America», dedicata soprattutto agli interrogativi che la tradizione del moderno aveva consegnato alla generazione successiva a quella dei Maestri. Alla mostra parteciparono 27 dei più importanti architetti della mia generazione e seguì un convegno sullo stato della cultura architettonica. All’evento si affiancarono la mostra sull’origine e lo sviluppo dei particolari caratteri del Razionalismo nell’architettura italiana tra le due guerre e una mostra sull’origine del disegno industriale a partire dal Werkbund (1907) con altre tre mostre su diversi ambiti disciplinari: «Cinque grafici internazionali», «Man Ray fotografo» e «Ettore Sottsass designer». Venne poi dedicata una parte importante del Padiglione Italia a una mostra-ricordo del Padiglione spagnolo del 1937 all’Expo di Parigi (che conteneva opere di Picasso, Mirò, Calder ed altri), insuperato esempio della straordinaria, intensa collaborazione tra grandi artisti e architetti nel nome del contenuto politico della lotta al falangismo. In conclusione, la Biennale del 1976 propose un confronto generale con la tradizione della modernità come fondamento per le nuove future e diverse Biennali di Architettura.
 
Nel seminario di settembre ci ripromettiamo di raccontare le ragioni di quell’esperienza (Vittorio Gregotti, Franco Raggi) e di confrontarla, a distanza di più di trenta anni, con l’attuale condizione della cultura architettonica (Marco Biraghi) anche con la testimonianza di Joseph Rykwert e Germano Celant, due dei protagonisti di quella Biennale.
 
Vittorio Gregotti
 
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