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la Biennale di Venezia
Main Visual Sezione Cinema (new)

Cinema

Intervento del Direttore della 68. Mostra, Marco Müller

Il programma di ogni edizione della Mostra non può che scaturire dalla necessità di rispondere, riprendendole e ragionandole, alle questioni sollevate da quella precedente, così come alla realtà di strutture e sovrastrutture.
 
Avevamo rimeditato, lo scorso anno, le linee di programmazione della Mostra, scontornando i vecchi Orizzonti così da rendere più fluidi i nostri schermi, adattandoli ad accogliere anche il cinema più espanso (come accade anche quest’anno, persino nella programmazione retrospettiva).
Volevamo offrire un nuovo passo di visione, così da stimolare la ripresa delle avventure dell’occhio e delle parabole di una visione planetaria ma non indifferenziata.
 
Il programma di lavoro rimaneva quello di sempre: colpire la sensibilità e l’intelligenza degli spettatori con l’evidenza di immagini capaci di affascinare, far sognare ma anche pensare; andare alla ricerca di più ricche singolarità, riunendole non per assimilazione ma per comprensione, attraverso lo sguardo attivo e il confronto.
 
Troppo spesso, infatti, il cinema sta perdendo la propria capacità di negoziazione: non modifica, non interferisce più con il senso comune e con l’immaginario. Il contemporaneo non è l’attuale: ma è quello che sentiamo come emergenza, perché si distingue da tutto ciò che in quel momento sta semplicemente accadendo. Il sentimento della contemporaneità non si acquisisce dentro e attraverso i dispositivi, oppure dentro e attraverso le tecniche. In quelle trovi, semmai, una mera attualità. Ogni nuova tecnica non è che un modo provvisorio, transitorio: la creazione non può starle subordinata, ha le sue costanti, le sue necessità, ma non conosce ostacoli che quando insiste nell’amplificarli.
 
Il cinema, a condizione di trattarlo come una potenza, un insieme di forze, raccoglie e orienta un sentire. Per questo riusciamo talvolta a dire di un cineasta o di un film che sono nostri contemporanei - perché corrispondono ad un nostro modo di sentire la contemporaneità.
 
Non c’è comunque da fidarsi troppo di coloro che hanno sempre una nuova idea brillante di ricambio. Va ritrovata, invece, l’importanza di cineasti che non hanno cessato di elaborare e rielaborare le stesse idee, rimettendole di continuo in cantiere.
Avere un solo stile non vale quanto la possibilità di  precipitarsi nell’esplorazione di stili diversi; preoccupandosi, però, più che dello stile, della tenuta delle immagini. Da quella tenuta dipende il reale grado di “contemporaneità” di un cineasta.
 
Può capitare, allora, che cineasti scomparsi da decenni risultino più “contemporanei” di altri che sono attivi oggi. È di “contemporanei maggiori” come Roberto Rossellini e Nicholas Ray che abbiamo ancora bisogno, per riuscire a capire il mondo del 2011 e a pensare il cinema meglio di quanto invece accada con altri registi più  “attuali”.
 
Quello che conta al cinema è la capacità di rendere conto dei gesti e del movimento degli uomini di un’epoca, capacità che era propria a Rossellini e Ray. Viene il dubbio che a gran parte del cinema d’oggi manchi la loro umanità, nonostante tutti quei film nei quali potremo senza sforzo ritrovare i nostri piccoli problemi e la nostra piccola attualità.
 
A tratti può sembrare che la tradizione del cinema si sia, dopo oltre un secolo, depositata una volta per tutte in strutture riconoscibili e consegnate alla storia del passato prossimo.
 
Ma anche nell’epoca della proliferazione, della riproduzione, l’arte che opera con le tecnologie può farci ritrovare lo stupore della conoscenza sensibile che si trasforma in esperienza autentica invece che restare mera suggestione spettacolare. Basti pensare a come il contatto con le arti installative e multimediali abbia contribuito ad una nuova fase evolutiva del cinema.
 
Questo sta cambiando il rapporto tra il cinema e gli spettatori, nel modo di produrre e percepire un’opera. Vengono finalmente inventati, forniti nuovi codici capaci di reciproca complicazione, così da arricchire non soltanto la dimensione mimetica ma anche quella poetica e filosofica.  E dalla moltiplicazione di questi codici nasce una nuova qualità della rappresentazione.
 
Nuove forme vengono sperimentate, nuovi regimi di sensibilità istituiti. Così che il cinema possa recuperare parte della sua centralità nell’invenzione ed esplorazione delle immagini, facendosi forte delle imprevedibili risorse poetiche di un mondo dove la volgarità è ormai vissuta come una specie di fatalità.
 
Per alcuni di noi (in quel gruppo, ovviamente, mi riconosco) storia personale e storia delle forme e delle epoche del cinema si confondono. Orfani di certezze e verità, il cinema ci ha adottato, offrendoci un riscatto straordinario: il sentimento di poter infine appartenere al mondo (esattamente quello che la comunicazione, nel suo attuale stato di sviluppo massimo, non sa più offrire).
Al cinema dovevamo sforzarci, dunque, di dare in cambio qualcosa: nel mio caso, la passione e determinazione “inossidabili” con cui, insieme a una squadra agguerritissima, abbiamo fabbricato, per chi fa il cinema, per chi lo fa circolare, per chi lo va a vedere, anche questa 68. Mostra.
Marco Müller