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la Biennale di Venezia
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Teatro

Rodrigo García (Spagna)

Giovedì 13 ottobre - ore 21.00
Teatro alle Tese
Rodrigo García (Spagna)
Muerte y reencarnación en un cowboy
di Rodrigo García
 
con Juan Loriente, Juan Navarro, Marina Hoisnard
luci Carlos Marquerie
suono Vincent Le Meur
produzione Théâtre National de Bretagne, La Carnicería Madrid
 
Muerte y reencarnación en un cowboy, che debutta a Rennes nel 2009 e che quello stesso anno gli vale il Premio Europa per le nuove realtà teatrali, è un altro, originalissimo capitolo del teatro di Rodrigo García, un “irregolare” della scena internazionale che affronta senza perifrasi il disordine di un mondo fatto di violenza e sopraffazione, mettendo a nudo l’ipocrisia e le contraddizioni dei nuovi rituali del nostro quotidiano, di quello che è considerato il modello di vita occidentale.
 
Nel 1989, a venticinque anni, Rodrigo García fonda a Madrid il gruppo La Carnicería, che tradotto significa macelleria. Un riferimento esplicito all'attività di suo padre. A meno che non sia già indicativo dell'atteggiamento tranciante e della crudezza delle idee con le quali il regista argentino, trasferito da Buenos Aires in Spagna, alimenterà il suo teatro. Fatti a pezzi i codici tradizionali della messinscena, García allestisce spettacoli eccessivi, moltiplica i riferimenti al presente, chiede ai suoi attori di essere portavoce dell'attuale. E mette in scena ciò che di solito ne è escluso: lo scarto, la spazzatura, le impurità, ciò che il mondo dell'arte considera sconveniente. Rodrigo García, pessimista con un grande senso dello humour, è un artista dell'oltranza: "Personalmente credo che nell'arte non ci sia spazio per il bello: l'arte scardina i valori consolidati, e ciò che scardina, per propria natura, non è bello". La sua scrittura si ispira al quotidiano, è un prolungamento della realtà reso più intenso dalla dimensione poetica che egli sa conferirle. Autore, scenografo e videasta, come regista García ha trasformato via via la propria poetica, e dagli esercizi di regia modulati sui testi degli autori più amati - Thomas Bernhard, Peter Handke, Heiner Müller - è passato a spettacoli sempre più personali, più liberi e più inventivi, in cui i materiali prendono forma di poema, o di radicale interrogazione al pubblico. È il caso dei suoi spettacoli più clamorosi - Conocer gente, comer mierda, Jardinería humana, Compré una pala en Ikea para cavar mi tumba – dove i testi “esplodono come bombe”. Ed è il caso della sua eversiva riscrittura dell’epopea tragica di Agamennone, presentata nel 2004 al 36. Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia, emblematicamente sottotitolata: volví del supermercado y le di una paliza a mi hijo (sono tornato dal supermercato e ho preso a legnate mio figlio).
 
Protagonisti di questo nuovo spettacolo sono due cow-boy solitari – simboli del colonialismo culturale americano - che affrontano, scarnificandoli e demistificandoli, un’altra variazione “garciana” sui temi dell’annichilimento e della morte del mondo occidentale. A loro è affidato il compito di colpire la nostra società in molti dei suoi aspetti più significativi: dall’agiatezza alla noia esistenziale, dalle false risate infelici fino all’ipocrisia borghese delle nostre relazioni di coppia. Si attraversa il mondo della pubblicità, infiltrata in tutti gli spazi della nostra esistenza e ormai sostituita alla politica e ai nostri governi. E si decade nel baratro di una crisi di valori e coscienze, cullati nell’ovatta del nostro assenso, tragico e grottesco al tempo stesso.
 
García torna a corredare il suo teatro visionario, animato da brutalità quotidiane mixate a riferimenti di alta scuola visiva, di testi importanti, che lo confermano scrittore di livello, e osservatore pensoso sul mondo. (…) Qui, col titolo Muerte y reencarnación en un cowboy, è il machismo contraddittorio di un’epopea che appartiene all’infanzia di tutti, a farsi protagonista della ricognizione sul mondo. Ma gradualmente, grazie soprattutto alla fisicità collaudata e inesauribile dei suoi più fidati attori, Juan Navarro e Juan Loriente, un’estetica che tutti possono avere attraversato per gioco si fa gioco rivelatore, maledettamente serio. Riemergono, attraverso quell’artificio country, i nostri vizi e difetti quotidiani, comportamenti massivi e conformisti che sempre si illudono di indossare un alone personale e mitico.
Gianfranco Capitta, il Manifesto, 24 ottobre 2010
 
Da surrealista violento, (García) è un odiatore del suo tempo e ne mette alla gogna falsità, consumismo, sentimenti da supermarket. (…) Nel Cowboy, dentro una brutale tormenta di suoni, abbiamo due uomini dai cui corpi sprizza violenza. Domina la scena un toro meccanico e intorno a quel totem machista i due lottano, si violentano con pose da balletto classico.
Osvaldo Guerrieri, La Stampa, 24 ottobre 2010

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