la Biennale di Venezia
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Teatro


Sportivo Teatral (Argentina)

Mercoledì 12 ottobre - ore 19 e 21.30
Teatro alle Tese
Sportivo Teatral (Argentina)
El Box    [prima italiana]
drammaturgia e regia Ricardo Bartís
 
con Mirta Bogdasarian (María Amelia), Pablo Caramelo (Aníbal), Adrián Fondari (Tatú), Andrés Irusta (ballerino), Matías Scarvaci (Dr. Otamendi), Mariana de la Mata (Noemí), Jazmín Antar (Delia).
costumi César Taibo
scene Isabel Gual
musica Manuel Llosa
assistente Mariela Castro Balboa
assistente alla regia Mariano González
produzione Sportivo Teatral
 
 
È un topos cinematografico più che teatrale, la storia del campione sportivo che sogna il momento del riscatto. Ma forse tra il mondo del teatro e quello sportivo non c’è mai stato particolare feeling. Non è così per Ricardo Bartís, alfiere del rinnovamento teatrale argentino nel mondo e in patria (anche Spregelburd ha iniziato a studiare con lui dopo aver visto Postales argentinas nell’88). Bartís fa del mondo sportivo il soggetto stesso di ben tre spettacoli, raccolti sotto il titolo di Trilogía deportiva: la pesca, il calcio – di cui da bravo argentino è un tifoso appassionato – e il pugilato, uno sport che in passato ha goduto di grande popolarità, regalando tanti eroi all’immaginario collettivo. Perché lo sport? Perché, dice Bartís, “c’è bisogno di mitologia, di un racconto eroico da cui partire”; perché il teatro “dovrebbe risvegliare la stessa passione di una partita di calcio”; perché lo sport è un gioco in cui “i partecipanti accettano le regole, esattamente come il teatro è un’esperienza con le sue proprie leggi”; perché, infine, lo sport come lo spettacolo è la metafora di un Paese, della società.
 
El Box, che dopo il debutto a Buenos Aires lo scorso anno, in occasione del bicentenario dell’indipendenza dalla Spagna, è stato presentato al festival d’Automne di Parigi, dove Bartís è molto amato, è la seconda parte della Trilogía Deportiva (La PescaEl Fútbol). Lo sport è lo sfondo, l’occasione per interrogarsi – dichiarano le note di programma - sulla storia del Paese. La violenza evidente, il desiderio di sogni di grandezza, l’assenza di miti, la confusione, la sconfitta, sfilano nelle immagini di una festa impossibile.
 
Lo spettacolo si svolge in una vecchia palestra di pugilato a Temperley, nella cintura metropolitana di Buenos Aires, estrema periferia. María Amelia detta “La Piñata”, un’allusione a come dava i pugni da adolescente, quando le donne facevano ben altro, prepara i festeggiamenti per il suo cinquantesimo compleanno. Ha conosciuto periodi di ricchezza e di glorie sportive; spera che la festa le possa far ritrovare quell’energia che le dava il ring. La accompagna suo marito Aníbal, ex-cronista sportivo e giornalista radiofonico, il quale non vede di buon occhio questa smisurata ansia di festeggiamento.
 
Per la festa sono stati assunti “El Tatú” e “El Torito”, che in teoria animeranno l’incontro boxando. Ma la festa degenera… I grandi miti del pugilato, da Nicolino Loche a Mohamed Alí, la religione, il sacrificio, l’offerta rimbalzano tra i guantoni e gli esercizi di pugilato. Come dice “La Piñata”: “in un mondo dove ci è stata tolta ogni energia, ogni forza, un bel pugno in bocca è l’unico passaporto alla consapevolezza”. È nella solitudine di un pugile, di questa donna che passa la vita schivando i colpi e combattendo, che conosce solo la violenza e vive una vita di resistenza, perché “il dolore fortifica” ed è il passaporto per il successo, che Bartís ritrae un’intera società.
 
Attore, regista e drammaturgo, Ricardo Bartís dal 1986 dirige lo Sportivo Teatral, un ex deposito di ambulanze nel quartiere Palermo di Buenos Aires, che in quegli anni diventa il centro della cultura alternativa. Una compagnia teatrale, ma anche un luogo di formazione, lo Sportivo Teatral rappresenta una delle tante anime del ricchissimo panorama teatrale della capitale argentina. Se è impossibile riuscire a seguire i più di 600 debutti che Buenos Aires ha contato soltanto nel 2010, “vivere a Buenos Aires o passare per la città senza andare a teatro è come stare a New York e non andare al Moma” (Jorge Dubatti). Con la sua compagnia, il regista latino-americano ha firmato un corpus relativamente esiguo di opere, che hanno rivoluzionato la scena iberica imponendolo come riferimento per il teatro di ricerca: Postales argentinas, Hamlet o la guerra de los teatros, El corte, El pecado no se puede nombrar, basato su testi di uno dei massimi scrittori argentini, Roberto Arlt, Donde más duele, su testi relativi al mito di Don Giovanni, presentato nel 2006 al Festival delle Colline Torinesi e tenuto in cartellone per più di un mese l’anno successivo al Palais de Chaillot di Parigi. Attore anche di cinema, Bartísha lavorato per il film di Fernando Solanas, El viaje, presentato in concorso nel 1992 al 52. Festival di Cannes, dove il film ha avuto una menzione speciale della giuria e il Gran premio per la tecnica.
 
El Box è uno luogo abitato da solitudini. Quelle di Aníbal (Pablo Caramelo) o quelle di questa ex pugile interpretata da Mirta Bogdasarian, un’attrice che dà forza all’azione, tanto nelle situazioni che richiedono coraggio come in quelle che fanno paura. Come quando gli invitati fanno irruzione, protagonisti di una comparsata allegra e crudele insieme al ritmo della cumba. (…) La lite in cui degenera la festa si sviluppa incrociando dramma, parodia, comicità.
Hilda Cabrera, Página/12, 4 settembre 2010
 
Bartís racconta che El Box è una metafora sulla violenza nella storia e nella società argentine e del giusto desiderio di combatterla: “La Piñata allude alla necessità di recuperare un tempo non mitico, ma vissuto, il tempo del combattimento sul ring, quando si poteva toccare la passione. La festa però sfocia nella violenza che i più forti esercitano sui più deboli. Il finale dell’opera cerca di suggerire che, sicuramente, alcuni soffriranno le conseguenze di questa violenza generalizzata. Mentre si assiste alla lite finale, La Piñata pronuncia un discorso eroico, che è metafora di una politica fondata per decenni su una miriade di morti. In Argentina, ogni tanto torna a circolare il discorso sulla necessità del sacrificio e la politica si costruisce con la violenza, la tragedia è il punto di partenza per ripartire da nuove intese. Speriamo che questa situazione cambi. El Box nasce dell’idea che bisogna difendere una visione culturalmente differente, che rifiuta il metodo su cui si sono fondati i golpe e le dittature per decenni. (…) La tesi del testo potrebbe essere: ogni tanto si sente il bisogno di stabilire un rituale per cui apparentemente si pronunciano discorsi progressisti, importanti e civili, che finiscono però per condurci verso la confusione, la pazzia e la violenza”.
Da un’intervista a Ricardo Bartísdi Jorge Dubatti, Revista Ñ, 16 marzo 2011.

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