la Biennale di Venezia
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Teatro


40. Festival Internazionale del Teatro

Mediterraneo

20 febbraio > 8 marzo 2009

Otello

Teatro Toniolo (Mestre)
martedì 24 febbraio ore 20.30
 
Otello Tragicommedia dell’arte [prima assoluta]
da Othello di William Shakespeare
drammaturgia Roberto Cuppone
regia Michele Modesto Casarin
con Marta Dalla Via, Manuela Massimi, Stefano Rota, Roberto Serpi, Stefano Tosoni
 
musiche dal vivo Gruppo Calicanto
organetto, mandola, liuto, cornamuse Roberto Tombesi, contrabbasso Giancarlo Tombesi, clarinetti, ocarine, gralla Francesco Ganassin,
percussioni, chitarra Paolo Vidaich
voce Claudia Ferronato
costumi Licia Lucchese
scene e maschere Stefano Perocco di Meduna
produzione Pantakin da Venezia, La Biennale di Venezia, in collaborazione con Comune di Venezia – Assessorato alla Produzione Culturale
in collaborazione con il Comune di Mirano
con il sostegno della Regione del Veneto
 
Il moro di Venezia veste i panni della Commedia dell’Arte nella versione che della celebre tragedia shakespeariana dà la compagnia Pantakin da Venezia, una formazione che opera tra tradizione e rinnovamento del linguaggio scenico. Nata da una costola del Tag Teatro, la compagnia veneziana è infatti dedita da più di dieci anni alla ricerca sulla Commedia dell’Arte, intesa come terreno favorevole alla sperimentazione interdisciplinare delle arti dell’attore.
 
Alla Biennale Teatro del 2006, la compagnia ha vinto il Leoncino d’oro Agis con la messinscena del Corvo di Gaspare Gozzi. Per Otello, all’affiatato gruppo di artisti della Pantakin danno il loro fondamentale apporto Roberto Cuppone, autore della drammaturgia dello spettacolo, e Michele Modesto Casarin, che ne firma la regia.
 
Cinque attori, quattordici personaggi e sei “lingue” raccontano il più alto e più difficile momento dell’equilibrio fra Cristianità e Islam, fra Occidente e Oriente nel Mediteranno: i tragici fatti del 1571, dalla presa di Famagosta alla rivincita di Lepanto.
 
Il luogo, quello stesso contesto: l’isola di Cipro, oggi così simbolica.
 
La trama del nuovo progetto di Pantakin è quella di sempre, di Giraldi Cinzio poi ripresa da Shakespeare: un amore impossibile, un amico che tradisce, una gelosia “antropologica”, un epilogo tragico. È la vicenda di Otello, Desdemona, Iago che ha attraversato indenne quattro secoli di riadattamenti, mantenendo intatta la capacità di fascinazione e la propria malia.
 
I modi: quelli dell’epica popolare, fra riso e pianto, fra cronaca e commedia, come solo possono fare le maschere.
 
“Speak of me as I am”. “Parlate di me come sono” è l’ultimo desiderio di Otello prima di uccidersi. Un desiderio impossibile, perché in teatro la storia di Otello è storia di un paradosso.
 
Com’è effettivamente il Moro? Nessuno è più veneziano di lui, e nello stesso tempo nessuno è più cristiano di chi fu Infedele. In Otello l’emblema di una natura misteriosa e ancora da esplorare si sovrappone a quello della più coraggiosa e disperata difesa dei valori occidentali. Ideali stilnovisti e fantasmi del desiderio sono le due facce di un amore drammatico, che non tollera chiaroscuri.
 
Nessun attore, né bianco né nero, ha il physique du rôle per incarnare questo paradosso, sul cui viso tanto la melanina che il cerone, tanto natura che artificio appaiono inevitabilmente come approssimazioni, quando non addirittura ideologismi o bugie perbeniste.
 
Otello non può essere che maschera del pregiudizio, esercitato o subito che sia. Un’idea fissa, uno stereotipo, come tutti i luoghi comuni, comico e tragico insieme.
 
Per un attore, dunque, non c’è trucco che tenga. Forse il modo più efficace di rappresentarlo è con la maschera.
 
Ogni maschera esprime un pregiudizio, una patente esibita e subita insieme, un fantasma, qualcosa di political incorrect. Cosa può succedere se il Moro, la Vergine, il Traditore, la Vittima diventano maschere tout court? La loro inspiegabile coazione a ripetere, la loro condanna, farà ridere o piangere?
 
La Venezia di Otello è il luogo dove si incontrano Oriente e Occidente. Questo “teatro” di langues e di paroles fin da allora ispirò uno dei momenti più alti della letteratura italiana. Nel topos dei diversi lenguazi, le maschere sono portatrici di poliglossia ed è attraverso di esse che può forse tornare a risuonare quella musica concreta delle lingue del Mediterraneo.
 
Il Moro è anche la figura del reduce; è colui che forse a Cipro (leggendario avamposto della cristianità) ha combattuto e che vi ritorna a governare un equilibrio instabile di civiltà. In questo labirinto di ideali e di interessi, fra Medioevo e Rinascimento, fra i cunicoli della Storia e le onde della leggenda, perché l’ago della bilancia è proprio il Convertito? È forse una lezione per noi contemporanei?   
 
Roberto Cuppone
 
  

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