la Biennale di Venezia
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Teatro


Un bilancio del Laboratorio Internazionale del Teatro 2012

Intervista a Àlex Rigola
 

13 agosto: ultimo giorno del Laboratorio Internazionale del Teatro 2012, che ha richiamato a Venezia per una settimana giovani artisti e aspiranti attori, registi, drammaturghi da diversi Paesi d’Europa. Incontriamo il direttore, Àlex Rigola, per un bilancio conclusivo e un confronto su quest’esperienza. Cominciamo l’intervista ponendo le domande che, lungo tutta la settimana, abbiamo rivolto agli allievi dei laboratori, per proseguire poi verso le idee e le spinte che da questo campus ormai alla fine, portano già verso gli orizzonti del festival 2013.
 
La prima domanda che abbiamo posto ai laboratoristi è: qual è lo spettacolo che le ha cambiato la vita?
I sette rami del fiume Ota di Robert Lepage, Shopping & Fucking di Thomas Ostermeier, Je suis sang di Jan Fabre… che altro? Mi è piaciuto molto uno degli spettacoli che abbiamo portato in Biennale l’anno scorso: Isabella’s room di Jan Lauwers. Poi tutti i Dostoevskij di Frank Castorf con Martin Wuttke; il suo Maestro e Margherita e i Demoni, davvero un grandissimo spettacolo.
L’ultimo lavoro che mi ha colpito è un’altra versione del Maestro e Margherita, diretta da Simon McBurney.
Un artista che vorrei portare a Venezia è Sidi Larbi. Penso a Foi, un’opera danzata su musica medievale che mi è piaciuta davvero molto. Oppure a D’avant, che coinvolgeva il Ballet C de la B, assieme alla Schaubühne e alla compagnia di Sasha Waltz.
Sempre di Sasha Waltz ricordo Körper… ma anche la compagnia di Pina Bausch… Gli spettacoli che mi hanno cambiato sono così tanti che potrebbero non finire mai!
 
E, invece, il suo spettacolo che le ha cambiato la vita?
Il peggiore! Perché nel momento in cui tutto funziona alla perfezione non c’è mai molto da discutere; ma quando – dopo aver lavorato tanto, come cinque mesi dieci-dodici ore al giorno fino a notte fonda – qualcosa non va, c’è molto da ragionare.
A parte questo, lo spettacolo che mi è piaciuto di più fra quelli che ho diretto è sicuramente 2666, uno lavoro un po’ lungo – ben cinque ore di rappresentazione! – che in realtà si componeva di cinque pezzi diversi. Ognuno di essi si muoveva fra varie forme sceniche (dalla conferenza al cinema noir, dalla narrazione alla visualità), ciascuna delle quali rappresenta un frammento di quello che so fare sul palcoscenico.
 
La seconda domanda riguarda direttamente i laboratori di questa Biennale: fra “costi e ricavi”, chiediamo di fare un bilancio dell’edizione 2012.
Cos’ho guadagnato? Sicuramente la felicità. Ad esempio i due open doors di questa sera (dai laboratori di Gabriela Carrizo e Claudio Tolcachir, ndr) mi hanno reso molto felice: non tanto perché quello che hanno mostrato fosse bello o interessante – in effetti lo era – ma per il rapporto che hanno mantenuto con il percorso di lavoro che si è sviluppato in questi giorni. Perché abbiamo voluto presentare degli open doors alla fine dei workshop? Certo non per vedere degli spettacoli: queste dimostrazioni non erano come i 7 peccati, la serie di micro-show itinerante che ha concluso la Biennale 2011; piuttosto rappresentano, per gli altri allievi dei laboratori, la possibilità di conoscere altri modi di lavorare e pensare il teatro. Per fare un esempio legato alla serata di oggi: magari ci sono persone che lavorano nella danza e sanno poco di un teatro di parola o di personaggio come quello argentino di Claudio Tolcachir; o invece attori che frequentano quest’ultimo genere, forse, non conoscono bene il teatro-danza di Peeping Tom. Vedere come lavorano gli altri, incontrare idee e metodi diversi può aprire un nuovo cammino. Credo che questa trasversalità rappresenti una risorsa molto importante perché può scuotere le convinzioni e “aprirti la testa”.
Così mi chiedo: cosa succederebbe se, per un giorno alla settimana, potessimo cambiare i nostri maestri e provare qualcosa di totalmente diverso? Credo potrebbe essere un’esperienza fondante: una specie di “pausa” dal proprio lavoro, in cui il cervello si sposta per andare a incontrare un altro percorso e poi, il giorno successivo, torna rinnovato dal maestro e dal teatro che ha scelto. Credo che l’esperienza di oggi abbia saputo raccontare davvero molto bene quello che ho provato a fare qui con il Laboratorio di arte scenica della Biennale.
 
L’ultima domanda che abbiamo posto in questi giorni agli allievi dei laboratori: che senso ha, secondo lei, fare teatro in questi tempi di crisi?
…che sia troppo tardi per iniziare una nuova carriera?! (ride)
Ora tutto è peggiorato, ma non penso di essere cambiato molto rispetto a due anni fa, sono sempre ugualmente critico. Penso che, facendo regia, il mio lavoro possa essere quello di indagare – anche se solo parzialmente – la psicologia umana e di vedere un po’ come va il mondo. Non ho soluzioni: non sono uno statista, un economista o un filosofo, posso solo raccontare quello che mi accade intorno ogni giorno.
Credo che nessun artista pensi al senso di quello che fa mentre lo fa: fa arte perché gli piace.
Tuttavia, mi è capitato spesso di pormi questa domanda e, pur credendo che non ci sia una risposta precisa o necessaria, sono giunto alla conclusione che facciamo teatro per sapere qualcosa in più su noi stessi. Penso sia questo il senso ultimo dell’arte scenica, anche dal punto di vista degli spettatori: andiamo a teatro per conoscere qualcosa in più sull’essere umano. Ma perché vogliamo sapere così tanto, e sempre di più, su noi stessi? Forse questa è la vera domanda. Risponderei che l’obiettivo è quello di migliorarci, ma non so se sia vero o no.
Torniamo alle dimostrazioni dei laboratori che abbiamo visto questa sera: il lavoro di Gabriela Carrizo e di Claudio Tolcachir sono molto diversi, così come lo sono state le due presentazioni. Ma, nonostante si sviluppassero a partire da percorsi profondamente differenti, c’era qualcosa in più che le metteva in comunicazione, qualcosa che non veniva spiegato o raccontato e l’immaginazione di ognuno di noi, su queste basi, ha potuto seguire ipotesi e percorsi completamente diversi. È la stessa ragione per cui, ad esempio, la drammaturgia shakespeariana funziona benissimo anche oggi, dopo secoli e secoli: non è una forma chiusa e nelle sue aperture credo risieda tutta la sua potenziale universalità. Ognuno può dare un proprio significato a ciò che vede, ma c’è sempre un background da condividere, che credo sia quello dell’indagine sulla condizione umana. E penso che ciò possa valere tanto per il teatro di testo – che in questi anni sta svolgendo un lavoro capace di andare ben oltre la parola – che per l’opera più astratta. In un modo o nell’altro, alla fine, stiamo sempre parlando di noi stessi… Siamo molto “egoisti”… Per questo penso e mi auguro che l’obiettivo sia quello di renderci un po’ migliori.
 
In questi giorni, alle prese con idee e modi di fare teatro così differenti, ci siamo interrogati molto sulle forme dell’arte scenica. Secondo lei, anche per quanto riguarda i metodi presentati dai maestri invitati in questi anni alla Biennale, cos’è tradizione e cosa invece significa sperimentare?
Non penso ci sia una regola fissa. Credo fermamente che il teatro lavori su una forma di comunicazione diretta e immediata, in cui non c’è la parola “domani” né esiste un “ieri”: è solo adesso, è oggi. Se con la pittura o con il cinema si creano opere che possono rimanere, in teatro invece la dimensione può essere soltanto quella diretta, viva. Le forme, poi, sono tante: c’è chi proviene da una tradizione specifica, ma sono molti gli artisti che magari non hanno alcun rapporto col teatro classico; ci sono spettacoli più vicini alle arti visive che alla tradizione teatrale, a Rothko più che a Goldoni.
E, allora, c’è bisogno della tradizione? È più importante la sperimentazione? Qualche volta si, qualche volta no – l’importante, in entrambi i casi, è non viverlo come un obbligo.
 
Forse i tempi non rendono ancora possibile chiederle qualche anticipazione sulla prossima Biennale, ma possiamo almeno domandare se ha già qualche desiderio, speranza o augurio per l’edizione 2013?
Avere sempre più partecipanti! E, naturalmente, un festival più lungo. Mi auguro di non perdere il senso del campus di arte scenica, dell’incontro e della condivisione, così come l’abbiamo vissuto quest’anno.
Ma posso dare anche una piccola anticipazione: ci sarà un lavoro trasversale di carattere laboratoriale che, assieme ai diversi spettacoli, percorrerà tutto il festival e, come nel 2011, avrà un esito conclusivo unitario. Stiamo pensando a una tematica su cui si concentreranno, ognuno a proprio modo, diversi micro-show: il centro verso cui convergeranno sarà un diverso personaggio di un artista che, oggi come ieri, è sempre stato molto vicino a Venezia e al Veneto, William Shakespeare.