la Biennale di Venezia
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Arte


Quindici anni fa...

Intervento del Presidente della Biennale di Venezia, Paolo Baratta
alla riunione con i Paesi partecipanti in vista della 56. Esposizione Internazionale d'Arte
Ca’ Giustinian, 22 ottobre 2014
 
La prima Mostra Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia riformata ebbe luogo nel 1999, e fu in quell'anno, all'inizio di una nuova fase della propria vita, che dovette reagire a molte osservazioni critiche che allora venivano fatte su di essa. A molti una mostra organizzata per padiglioni sembrava una formula obsoleta o comunque invecchiata nell'epoca della conclamata globalizzazione.
 
Rispondemmo accettando la critica, ma non le conclusioni che taluni proponevano: non rinnegammo cioè la Biennale per padiglioni, ma aggiungemmo a essa in via definitiva una nostra grande Mostra Internazionale autonoma. Predisponemmo nuovi grandi spazi e nominammo un curatore per questo progetto ambizioso. Una grande Mostra Internazionale, e non più sezioni internazionali aggiunte volta a volta alla mostra del curatore del Padiglione Italiano. Un curatore internazionale per la nostra Mostra Internazionale e mai più comitati o commissioni.
 
Una sfida nuova, un grande impegno a una più vasta e diretta nostra responsabilità si aggiunse a fianco di quella dei padiglioni dei paesi.
 
Il modello funzionò, e in questa nuova vitale formula duale il numero dei paesi che chiesero di partecipare aumentò. Il disegno era più chiaro, le responsabilità di fronte all'evoluzione dell'arte mondiale meglio distribuite tra noi e i paesi partecipanti.
 
Ebbene sono trascorsi 15 anni da quella riforma e dall'avvio di questa nuova storia. Ed è grazie a quella scelta strategica che oggi un curatore come Okwui Enwezor (come i suoi più recenti predecessori) può proporci, non una "sezione", ma un progetto di Mostra Internazionale ispirata dall'ambizione di offrire al mondo una cassa di risonanza del mondo.
 
Fu in quell'occasione che ai Giardini fu affiancato l'Arsenale e oggi, dopo 15 anni, il numero di paesi partecipanti nelle due sedi si eguaglia: 28 partecipazioni nazionali ai Giardini e altrettante all’Arsenale.
 
Questa più precisa responsabilità assunta dalla Biennale ha fatto evolvere il dialogo con i padiglioni e i paesi partecipanti. Il pluralismo di voci che ne risulta è un unicum della Biennale di Venezia, il colloquio tra Mostra della Biennale e mostre dei paesi può farsi più intenso. L'obbiettivo è comune: fare della Biennale luogo di dialogo, su tutti gli aspetti dell'evoluzione dell'arte, con riferimento a se stessa e per rapporto all'uomo e alla storia.
E un'ulteriore responsabilità per la Mostra della Biennale è quella di indagare sugli sviluppi dell'arte nei continenti meno rappresentati da padiglioni nazionali e renderli noti al mondo.
 
La Biennale è una Mostra d'Arte, non una mostra mercato. Non basta un neutrale aggiornamento dell'elenco degli artisti più o meno giovani e noti. L'arte e la presente realtà ci sfidano a compiti più complessi.
 
Abbiamo, in passato, definito in vari modi la Biennale.
Oggi di fronte ai pericoli di scivolamenti conformistici verso il noto, il consueto e il sicuro, l'abbiamo denominata la "Macchina del desiderio". Mantenere alto il desiderio di arte. A sua volta, desiderare l'arte è riconoscerne la necessità. È, cioè, riconoscere come necessità primaria e primordiale l'impulso dell'uomo a dare forma sensibile alle utopie, alle ossessioni, alle ansie, ai desideri, al mondo ultra sensibile.
 
Le ragioni che sollecitano l'artista, e quindi i temi del suo dialogo con noi che osserviamo o che ascoltiamo la sua opera, derivano dal suo intimo e possono riguardare riflessioni distanti dalle vicende storiche.
 
O, alternativamente, possono essere influenzati e persino dominati da impulsi esterni e da stati dell'animo prodotti dalla storia e dalle tensioni che essa crea.
 
E all’"occhio espanso" dell'artista che vede di più, deve corrispondere, da parte nostra, desiderio di vedere di più, attraverso la sua opera.
Vedere di più, oltre quello che ci offrono le informazioni visive che ci colpiscono ogni giorno e quelle elaborate dalla scienza o dalla filosofia o dall'economia, vedere di più, ma pur sempre, attraverso l'opera d'arte.
 
Allo stesso tempo, l'esperienza che noi compiamo attraverso l'arte, deve avere vita autonoma, non essere il surrogato di altre forme di comunicazione o informazione. L'opera d'arte deve aggiungere, a quello che ci danno le altre forme del sapere, le sue rivelazioni. Deve parlare all'emozione.
 
Qualunque sia la ragione originale della creazione dell'artista: intima, privata, pubblica, esistenziale, visionaria, profetica, al dunque l'opera d'arte deve avere una sua autonoma capacità vitale, premessa del giudizio estetico che ne diamo e al quale non possiamo sottrarci.
 
È per tutte queste ragioni che una Biennale è cosa complessa; non può trascurare nessuno di questi aspetti; qualunque sia il punto di partenza del curatore - filosofico, politico, antropologico - la sua selezione dovrà davvero presentarci creazioni necessarie e vitali alla nostra percezione.
E l'introduzione di Biennale College aumenta il nostro impegno verso le nuove generazioni di artisti.
 
L'edizione in corso di Architettura ha avuto al suo interno presenze aggiunte dei settori Danza Teatro Musica e Cinema, la prossima Biennale d'Arte conterrà al suo interno varie forme dell'arte, ma come parti integranti della Mostra.
 
Infine, non è la prima volta che una mostra ha davanti a sé un mondo fatto di insicurezze e turbolenze mentre il "giardino del mondo" ci appare un giardino non ordinato, ma non è neppure la prima volta che a una realtà complessa una mostra reagisca con entusiasmo ed energia vitale come fa questa che ci accingiamo a realizzare.
 
Nelle precedenti biennali ci si riferì più puntualmente all'illuminazione, alle utopie, alle ansie e ossessioni. Tintoretto, il Palazzo Enciclopedico, il Libro Rosso di Jung, erano scelti a simbolo. In questa sembra che tutte e tre - illuminazione, ansie e utopie - siano presenti come elementi vitali, con nel fondo la storia passata e presente. A questi si rivolge la camera ottica di Enwezor che li evidenzia, li rispecchia, li filtra, li sovrappone, li rovescia, li ricompone mentre il mondo guarda all’arte sperando in un’ondata di generosità.