RISO AMARO (108')
di Giuseppe De Santis
con Silvana Mangano, Raf Vallone, Vittorio Gassman
Italia, 1949
Versione restaurata in 4K da Cineteca di Bologna
in collaborazione con Cristaldifilm
presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata
Introduce Giuseppe Ghigi
L’immagine di Silvana Mangano, mondina fatale con le sue calze nere, è entrata da subito nell’immaginario collettivo. La fama di autore erotico e populista, De Santis l’aveva sempre avuta, Riso amaro la sublima. La sua cascina è il luogo dei conflitti, lo spazio totale dell’esistenza sociale: fatica, balli, desiderio, sfruttamento, illegalità. Il film è il canto finale della cultura popolare, esso stesso già percorso dai corrotti e corruttori miti americani. Il tema positivo del lavoro è subalterno alle leggi del noir e del mélo; l’eroe onesto Raf Vallone è surclassato dalla sensualità della Mangano e da quella perversa del bel Gassman. L’eterogeneo cinema di De Santis, a suo modo gramsciano, produce il suo kolossal neorealista (si conserva memoria degli epici giorni delle riprese nel vercellese, in risaie di proprietà degli Agnelli), si fa spettacolo eccessivo e davvero popolare. Il cattivo Gassman muore appeso a un gancio da macellaio, la Mangano, cosciente della sua vita sbagliata, si suicida gettandosi dall’alto della torre-silos. Il suo corpo inanimato sull’aia è subito coperto a pugni di riso dalle altre mondine, un gesto di pietas di risonanze mitiche e affabulatorie in cui potrebbe riassumersi il cinema di De Santis, e il suo sogno pedagogico, geniale fusione di neorealismo, epos dovženkiano e senso hollywoodiano del racconto come spettacolo e divismo. (Gianni Volpi)