UKIGUMO (Nubi fluttuanti) (124’)
di Mikio Naruse
con Hideko Takamine, Masayuki Mori, Mariko Okada, Isao Yamagata, Chieko Nakakita, Daisuke Kato
Giappone, 1955
Restaurato in 4K nel 2025 da Toho
Introduce Roberta Novielli
Avvincente melodramma romantico, Ukigumo fu acclamato tanto dai colleghi di Naruse nell’industria cinematografica (Yasujirō Ozu lo definì un capolavoro) quanto dalla critica giapponese, che gli assegnò il primo posto nel sondaggio annuale dei dieci migliori film organizzato tra i critici della principale rivista cinematografica del Paese, Kinema Junpo. In Giappone è ancora oggi considerato, per citare Masumi Tanaka, specialista dell’opera di Naruse, “l’apice della sua espressione creativa”. Il film è uno dei sei che Naruse trasse dagli scritti della celebre autrice Fumiko Hayashi (1903-1951), e uno dei diciassette in cui diresse la grande attrice Hideko Takamine (1924-2010), il cui personaggio cinematografico sensibile e al tempo stesso determinato incarnava perfettamente le eroine infelici ma intraprendenti del regista. Ukigumo è una perfetta sintesi della sensibilità letteraria di Hayashi e della sobrietà visiva di Naruse, con Takamine come ponte essenziale tra queste due visioni artistiche. La genialità di Naruse sta nella sua capacità di catturare le emozioni fugaci che attraversano il volto di Takamine – le momentanee esitazioni, i lampi di speranza rapidamente spenti e la quieta determinazione che segna il percorso del suo personaggio attraverso la disillusione del dopoguerra. Il nucleo drammatico del film è stato a lungo interpretato come un microcosmo dell’esperienza bellica e postbellica del Giappone. Naruse e Takamine trasformano quella che potrebbe essere una semplice storia d’amore non corrisposto in una profonda meditazione sul senso di smarrimento vissuto da un’intera generazione che aveva perso non solo una guerra, ma anche il proprio posto in un ordine sociale in rapida trasformazione. Attraverso l’interpretazione ricca di sfumature di Takamine assistiamo alla disillusione del Giappone postbellico non come concetto astratto ma come realtà emotiva vissuta. (Johan Nordström)