fbpx Biennale Danza 2020 | Noé Soulier - Portrait de Frédéric Tavernini
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Noé Soulier - Portrait de Frédéric Tavernini


Coreografia: Noé Soulier
Danzatore: Frédéric Tavernini
Luci:Victor Burel
Musica:Matteo Fargion, eseguita dal vivo da Noé Soulier (pianoforte)
Musica:Grand adage, Atto III da Il lago dei cigni di Tchaikovsky; Prélude Op. 28, n. 20 di Chopin
Interprete:Noé Soulier
Produzione:ND Productions (Paris)
Produttore esecutivo:Centre national de danse contemporaine CNDC (Angers)
Coproduzione:CN D Centre national de la danse, Pantin (FR)
Con il sostegno di:Direction Régionale des Affaires Culturelles d’Île-de-France – Ministère de la Culture et de la Communication au titre de l’aide à la structuration
Nota:Noé Soulier è il direttore de CNDC di Angers. Il CNDC è finanziato dal Ministro della cultura - DRAC dei paesi della Loira, la città di Angers, la Regione dei paesi della Loira, Dipartimento Maine e Loira
Note:L’opera allarga la ricerca iniziata nel progetto 7 Dialogues, diretto da Matteo Fargion e prodotto da Dance On Ensemble

Descrizione

Alto, gagliardo, maturo, scolpito, tatuato, Frédéric Tavernini, già interprete per Maurice Béjart, Trisha Brown, Mats Ek, William Forsythe, Angelin Preljocaj, occupa la scena con ampiezza, nitidezza, concentrazione, precisione; si rivela, nel suo vissuto e nel suo corpo attuale, tra ricordi e visioni, sulle note ritmiche di un pianoforte che sfiora Stravinsky, Hindemith, Ciaikovsky, Chopin. Danza per episodi numerati, in morbide spezzature allusive, con l’intensità di uno sguardo interno sincero, freddo nel controllo ma non certo nei materiali emotivi che maneggia con le lunghe braccia e le grandi mani espressive, sotto l’occhio di un osservatore empatico come Noé Soulier, coreo-filosofo-pianista.

Noé Soulier

“L’esperienza delle nostre azioni corporee, sia nel presente sia nella memoria che ne abbiamo, è sempre frammentaria.
È questa dimensione frammentaria dell’esperienza corporea che cerco di veicolare attraverso il movimento. Per farlo mi affido a compiti pratici che tutti conosciamo, come evitare, colpire, gettare o afferrare. Questi obiettivi sono però deviati rispetto alla loro funzione iniziale. Eliminando ciò che rende familiari queste azioni quotidiane, cerco di rivelare la stranezza e l’elusività dell’esperienza del nostro proprio corpo”.


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