La Biennale di Venezia

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Intervento di

Ivan Fedele

Direttore del Settore Musica

 

Il programma del 62. Festival Internazionale di Musica Contemporanea della Biennale di Venezia continua a ispirarsi a una progettualità che, dal 2012 al 2017, ha come obiettivo primario un’interpretazione del concetto di “contemporaneità” che vuole estendere il campo d’indagine e valorizzazione ai più diversi stili della musica di scrittura nonché ad altri generi e istanze della creatività per le quali ricerca e sperimentazione si configurino come aspetti significativi dell’espressione artistica. Il tema del Festival, intitolato Crossing the Atlantic, riguarda la musica e i musicisti delle Americhe e del Vecchio Continente in riferimento sia alle specificità di genere – come dimostra la particolare attenzione dedicata a uno dei massimi rappresentanti della musica d’improvvisazione, Keith Jarrett, a cui è stato conferito il Leone d’Oro alla carriera – sia alle reciproche influenze e contaminazioni. Con un Leone d’Oro così particolare per la storia della Biennale Musica possiamo dire che l’orizzonte dei grandi maestri si sia aperto definitivamente a 360 gradi, come dimostrano i riconoscimenti conferiti precedentemente a Pierre Boulez, Georges Aperghis, Salvatore Sciarrino, Sofija Gubajdulina, Steve Reich e Tan Dun, personaggi molto diversi tra loro ma di rilievo assoluto nella musica del nostro tempo.

È con grande rammarico che abbiamo appreso dei problemi di salute che hanno costretto Keith Jarrett a cancellare tutti gli impegni per il 2018, inclusa la performance di piano solo a Venezia già programmata per il 29 settembre e che sarà sostituita dal ritratto, a cura del Parco della Musica Contemporanea Ensemble, di un altro grande maestro, Elliott Carter, capace di coniugare in uno stile di unica originalità il modernismo eurocolto e le istanze della musica americana d’avanguardia. Nel weekend di apertura il Festival propone un capolavoro di Frank Zappa: The Yellow Shark . Realizzato per la prima volta nel 1992 alla Alte Oper di Francoforte, quest’opera molto articolata e complessa è presentata nella sua versione integrale con i ventisei elementi del Parco della Musica Contemporanea Ensemble diretti da Tonino Battista e la partecipazione di David Moss, uno dei più originali vocalist del mondo, già interprete dell’opera zappiana. The Yellow Shark è considerato la sintesi più alta dell’intelligenza creativa dell’autore, espressione di un pensiero musicale che attraversa in libertà tutti i generi, capace di fondere partitura orchestrale e improvvisazione, rock sperimentale e avanguardia accademica, performance e dettaglio interpretativo.

Dal jazz al rock e infine al tango, quello di un altro eretico come Astor Piazzolla, che innerva il genere da ballo più popolare al mondo con strumenti, tecniche, stili diversi che ne rivoluzionano e arricchiscono la gamma espressiva. A Marcelo Nisinman, compositore, arrangiatore, fuoriclasse del bandoneón e direttore alla guida dell’Ensemble AMP, è affidata l’edizione veneziana della più famosa opera-tango di Piazzolla, María de Buenos Aires, storia che sgorga dal realismo magico sudamericano, con la caratteristica mescolanza di sacro e profano, per la penna del poeta uruguaiano Horacio Ferrer. Con un passato nel rock e nel jazz, il compositore franco- argentino Sebastian RivasLeone d’Argento del Festival – si muove disinvoltamente tra sperimentazione digitale, acustica ed elettronica: alla Biennale porta Aliados, un’opera multimediale, con suoni immagini e voci manipolati in tempo reale, e insieme un’opera del nostro tempo. Il lavoro rievoca l’incontro realmente avvenuto tra Augusto Pinochet e Margaret Thatcher, gli alleati del titolo, ai tempi del conflitto tra Argentina e Regno Unito per le Isole Falkland.

Un mago del basso è Victor Wooten, che ha dato un contributo essenziale all’innovazione della tecnica esecutiva di uno strumento indispensabile a ogni band ma rimasto a lungo marginale. Nella lista dei dieci migliori bassisti di sempre secondo “Rolling Stone” e tre volte bassista dell’anno per i lettori di “Bass Player”, Victor Wooten presenta in prima europea il suo ultimo CD, Trypnotyx, accompagnato da due musicisti magistrali: il batterista Dennis Chambers, session man con Scofield, McLaughlin, Santana, e il sassofonista e flautista Bob Franceschini. Questi sono solo alcuni esempi di come ogni musica possa arricchirsi dell’esperienza dell’altra, assorbirne la lezione e restituirla in una nuova forma.

Sull’ampio versante della musica arricchita e creata da dispositivi tecnologici, i concerti diventano sempre più spesso teatro, con interpreti-performer, ambienti sonori scenografici e installazioni immersive che trasformano lo spazio scenico e d’ascolto della musica: accade in Nidra del trentacinquenne Giacomo Baldelli, concepita come opera multisensoriale, “un nuovo tour de force di musica contemporanea per chitarra elettrica e video” (“New York Times”), con brani che riconnettono la musica d’arte all’energia sovversiva del rock, come Trash TV Trance di Fausto Romitelli o Vampyr! di Tristan Murail; e accade in Le chant de la matière di Laura Bianchini e Michelangelo Lupone del Centro di Ricerca Musicale di Roma, che inventano grandi tamburi fatti di membrane interattive e dal fusto di metallo in grado di far risuonare la voce segreta della materia come un’imponente sinfonia proiettandone le affascinanti vibrazioni su uno schermo, complice il percussionista Philippe Spiesser. O ancora come nei concerti dedicati al contrabbasso solo: di Dario Calderone, interprete di Ur, due riti per contrabbasso solo di Giorgio Netti in una versione amplificata che avvicina, allontana, immerge lo spettatore nel suono e nello strumento; di Florentin Ginot, che presenta Not Here, un “concerto-scenografia in situ” secondo lo stesso Ginot, dove trovano spazio ai quattro lati della scena altrettanti contrabbassi, uno per ogni brano, esplorando tutta la gamma sonora di questo strumento; di Charlotte Testu, che utilizza dispositivi elettronici per reinventare la tecnica strumentale del contrabbasso. Infine il duo di violoncelli aumentati di Norman Adams e Nicola Baroni: nei loro concerti partitura, programmazione computazionale ed esecuzione perdono i loro contorni tradizionalmente definiti e il suono “virtuale” emerge come un’effettiva conseguenza delle azioni che avvengono sul palco.

Applaudita come “la diva del pianismo d’avanguardia”, interprete d’elezione di Cage e di Crumb, prima a coltivare l’arte del pianoforte giocattolo, Margaret Leng Tan porta nel programma del 62. Festival il peso di una biografia artistica che è storia. Il suo concerto – con musiche di Cowell, Cage, Crumb – presenta i pionieri che hanno gettato le basi di ogni estensione linguistica del pianoforte, avviando una ricerca strumentale che è centrale ancora oggi.

Generazioni e stili diversi si incrociano nei concerti degli ensemble e dei quartetti invitati al Festival, attenti all’elemento dinamico, performativo, spaziale dell’esecuzione: l’Orchestra Haydn, diretta da Tito Ceccherini, e i solisti Giulia Bolcato (soprano), Roberto Miele (corno) e Francesco D’Orazio (violino) incontrano la musica di Augusta Read Thomas e Brett Dean; l’Ensemble Linea fondato nel 1998 dal pianista e direttore d’orchestra Jean-Philippe Wurtz, già assistente di Kent Nagano e Peter Eötvös, propone invece un programma di musiche di compositori europei che sono stati o sono tuttora docenti nelle più importanti università americane: Brian Ferneyhough, Philippe Manoury, Georg Friedrich Haas, Tristan Murail e Chaya Czernowin; il Mivos Quartet, fondato soltanto dieci anni fa a New York e già fra i più agguerriti complessi dediti all’interpretazione della musica contemporanea, offre invece due primizie europee di George Lewis e Sam Pluta nonché un Quartetto della messicana Hilda Paredes; un altro quartetto d’archi, Untref, costituitosi solo nel 2011, ma fra i primi ensemble in Argentina dedicati alla musica che va dal secondo Novecento ai nostri giorni, propone invece un programma euro-sudamericano con musiche di Julio Estrada, Edgar Alandia, Fernando Fiszbein, Gabriele Manca e Stefano Scodanibbio; l’Ensemble Itinéraire, storico rappresentante della nuova musica francese e non, ci offrirà un inedito e significativo panorama della musica contemporanea colombiana.

Come al solito il cartellone del Festival di Musica Contemporanea, accanto all’abituale proposta dei grandi maestri, mette in programma numerose opere di giovani talenti emergenti con l’obiettivo di testimoniare la continuità esistente tra le diverse generazioni e l’interesse che queste ultime rivestono in termini di originalità delle proposte. Continuità che rivela quanto fertile sia la lezione dei grandi autori del nostro tempo e quanto i giovani siano desiderosi di rilevarne il testimone, dimostrando così una vitalità che ci conforta per il futuro. In tale direzione va anche inquadrato il progetto Biennale College – Musica che anche quest’anno circoscriverà il proprio campo d’azione nell’ambito del teatro musicale rispetto al quale le nuove generazioni sembra abbiano molto da dire. Finora il College – Musica ha prodotto ben undici atti unici (altri quattro saranno prodotti in questa edizione) e alcuni dei giovani che si sono messi particolarmente in evidenza sono stati richiamati nelle edizioni seguenti per progetti nuovi e autonomi. Questa continuità è un motivo di particolare orgoglio da parte del Settore Musica, perché conferma l’efficacia del progetto, così come è stato concepito, e del lavoro svolto finora. Quest’anno sono giunti lavori di giovani artisti da quattro continenti: Europa, America, Asia e Africa. Le opere scelte sono: Push! (Alvise Zambon – Maria Guzzon), Rodi! Rodi! (Sofia Avramidou – Cecilia D’Amico), El sueño de Dalí (Ignacio Ferrando – Jorge Ferrando), Trìstrofa (Elisa Corpolongo – Ilaria Diotallevi). I team selezionati sono stati accompagnati nell’articolazione e nella realizzazione dei loro progetti attraverso fasi formative e di produzione coordinate dalla Direzione del Settore Musica con l’ausilio di una équipe di tutor: Sergio Casesi e Giuliano Corti (libretto), Lucia Ronchetti (composizione). Le due registe degli spettacoli, Katrin Hammerl e Irene Di Lelio, sono invece state proposte – per la prima volta – dal Direttore del Settore Teatro, Antonio Latella.

Dal punto di vista del pubblico, gli sforzi sono stati rivolti – come sempre – al coinvolgimento di soggetti che abitualmente non assistono alle tipologie di spettacolo proprie di un’idea abituale di “musica contemporanea”. Con l’apertura ad altri generi hanno cominciato a confluire, già da alcune edizioni, spettatori di diverse provenienze e interessi che ci hanno spinto a potenziare l’offerta e a facilitare l’accesso a un numero sempre maggiore di fruitori. L’augurio rimane lo stesso, ovvero che pubblici di differente ispirazione possano incontrarsi e scoprirsi reciprocamente all’interno di una programmazione dall’orizzonte più ampio possibile e, al tempo stesso, siano agevolati nel conoscere più da vicino la realtà dello spettacolo dal vivo. È in questa direzione che va a inserirsi una delle novità del 2018, ovvero l’accredito “spettatori in residenza”. Questa offerta permetterà di fruire pienamente dei Festival di Danza, Teatro e Musica con la presenza di un tutor che, in un percorso dedicato, li guiderà tra gli spettacoli e gli artisti del Festival, tra gli incontri con i protagonisti e nei momenti di scambio e confronto.

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