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Musica

Biennale College Musica - Quattro atti unici



Tredici secondi
 o Un bipede implume ma con unghie piatte
musica Marco Benetti
libretto Fabrizio Funari

La Meccanica del Colore
musica Nuno Costa
libretto Madalena dos Santos

Trashmedy
musica Alessandro De Rosa
concept e libretto Mimosa Campironi
sound design Mimosa Campironi, Alessandro De Rosa

Ab Ovo
musica Talya Eliav
libretto Liron Barchat

regista Francesca Merli (Tredici secondi o Un bipede implume ma con unghie piatte / Ab Ovo)
regista Pablo Solari (La Meccanica del Colore / Trashmedy)
direttore Matthieu Mantanus
Ensemble Novecento dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

elettronica CIMM - Centro di Informatica Musicale e Multimediale della Biennale di Venezia
computer music design Maurilio Cacciatore e Simone Conforti
scene Maddalena Oriani (La Meccanica del Colore, Trashmedy)
scene Davide Signorini (Tredici secondi o Un bipede implume ma con unghie piatte, Ab Ovo)
disegno luci Moritz Zavan Stockle
trucco Anna Lazzarini
costumi Davide Signorini e Francesca Merli (Tredici secondi o Un bipede implume ma con unghie piatte, Ab Ovo)
costumi Maddalena Oriani (La Meccanica del Colore, Trashmedy)
realizzazione props Cecilia Sacchi (Ab Ovo, Tredici secondi o Un bipede implume ma con unghie piatte)
animazioni video Michele Zangirolami (La Meccanica del Colore), Ehsan Mehrbakhsh (Ab Ovo)
pianiste preparatrici Marina D’Ambroso, Alessia Toffanin
produzione La Biennale di Venezia
in collaborazione con Accademia Nazionale di Santa Cecilia

I progetti del CIMM sono realizzati grazie al sostegno di SIAE - Società Italiana degli Autori ed Editori

Tredici secondi
 o Un bipede implume ma con unghie piatte

Quando la macchina di un uomo va in panne su una deserta strada provinciale, questi cerca aiuto in un bar anonimo e derelitto, segnalato da una vecchia scritta al neon. Nella luce fredda del locale, l’uomo nota i profili di due donne e un uomo stagliarsi contro la parete di fondo accanto al bancone. I tre personaggi sono seduti in semicerchio con le spalle al muro e un’espressione raccolta e seriosa fissa su un enorme pollo che, inespressivo, si erge su un tavolo al centro della seduta. In difficoltà, l’uomo prova a interagire con i tre personaggi ma non vi riesce poiché questi sono concentrati ormai da molto tempo, come gli spiega spazientita la donna più giovane, nella vana impresa di far volare il pollo. Incredulo e in imbarazzo, l’uomo tenta di spiegare la sua situazione ma è interrotto per due volte dall’uomo anziano – un professore in pensione – che propone di persuadere il pollo a prendere il volo dapprima grazie a stratagemmi linguistici e poi attraverso la matematica, con la donna più anziana, una cantante, che a questo punto intona una successione di lettere calcolata secondo la sequenza di Fibonacci. Il pollo, tuttavia, non vola, mentre l’uomo è sempre più esasperato finché agguanta un coltello per uccidere il pollo, suscitando lo sgomento e la riprovazione degli altri personaggi.
L’opera è un omaggio al teatro dell’assurdo nella misura in cui manifesta un senso di vaga angoscia metafisica di fronte all’assurdità burlesca della condizione umana. (...)

La meccanica del colore

Il protagonista di questo racconto costruisce personalmente un robot umanoide che dovrebbe dipingere i paesaggi che l’uomo non può più vedere di persona a causa di una ferita a una gamba. Benché l’uomo abbia il ruolo principale, è il robot a riempire il palcoscenico e a rivelarsi come forma dominante, sempre meccanico e spietato, nell’oscurità interrotta da lampi di colore vivace. Aiutato da un assistente timido ed esitante, l’uomo continua ad apportare modifiche alle apparecchiature elettriche ed elettroniche del robot, ciononostante le opere d’arte dipinte rimangono irreali. (...)
Spera segretamente che il robot diventi migliore di lui; tuttavia, paradossalmente, pur sentendosi inferiore vuole comunque controllarlo, rimanendo a sua volta in un costante conflitto tra il discredito dell’identità umana e la volontà di supremazia dell’uomo. In La Meccanica del Colore ridicolo e grottesco si intrecciano intorno all’insoddisfazione costante che si prova cercando la perfezione. La frustrazione del protagonista porta alla riflessione sulla catalisi dell’arte, finché, senza avvertimento, i ruoli dei personaggi cambiano drasticamente, in base all’adattamento all’azione che si svolge sul palco. Sotto varie prospettive, si materializza il conflitto costante tra il discredito dell’identità umana e la volontà di supremazia dell’uomo. E, prima che si chiuda il sipario, la trama entusiasmerà il pubblico con un climax ispirato all’assurdo contemporaneo o, antagonisticamente, all’opera classica.

Trashmedy

Trashmedy è la storia della nascita di una voce, in senso melodico, letterario e di individuazione di identità del personaggio protagonista. È una commedia surreale che si svolge in un futuro distopico, in cui la natura è morta e restano soltanto immondizia e desolazione. Il passato è totalmente dimenticato e la necessità di sopravvivenza rende l’uomo schiavo della contingenza e del controllo digitale. In questo contesto, l’arte, la cultura, la musica sono miti antichi di cui non si tramanda più la tradizione. In tale desolazione non può esserci nessuna azione al di fuori delle regole di un algoritmo digitale di controllo comportamentale dell’umanità. La scena è vuota e spoglia a eccezione di un mucchio di immondizia. Un terrain vague: un luogo senza colture né costruzioni, come una contro-immagine della città sia nel senso di una sua critica sia in quello di un indizio per il suo superamento.
L’opera è la storia di un essere umano di grande sensibilità di nome One che rievoca gli echi della musica passata dalla memoria collettiva, ed è causa suo malgrado della rinascita dei germogli della natura. One vive tra l’immondizia ed è l’unico in grado di “ascoltare” le cose. Egli percepisce echi musicali e voci lontane dal mucchio di cose abbandonate: l’eco di Mozart da una piccola scarpa, il rock da una corda di chitarra, il jazz da un barattolo vuoto e così via. Il suo mondo è una foresta disarmonica di suono, in cui si diverte a esplorare volume, altezza, timbro, generi musicali in modo disordinato, casuale e ludico. Un giorno percepisce qualcosa di mai sentito: una voce umana. È un canto meraviglioso che gli chiede aiuto, e scavando tra gli scarti One libera la presenza di un altro essere. (...)

Ab ovo

L’opera si svolge in un immaginario mondo pre-linguistico e presenta la routine di una donna che lavora come segretaria in una reception. I visitatori del suo ufficio entrano tenendo in mano uova di varia grandezza e aspettano una strana procedura burocratica. Questa procedura selettiva è supervisionata da un computer umanizzato, con cui la segretaria si consulta, e al termine del processo viene stabilito il destino di ogni uovo. Il potenziale di alcune uova viene riconosciuto e capito, mentre il potenziale di altre non sarà mai rivelato, nessuno sa quali fattori influenzino la decisione del computer. La lingua cantata in questo spazio surreale e onirico è inventata, una lingua che non proviene da alcun luogo e al contempo da molti. Con queste parole inventate la musica simile a una cantilena crea un’atmosfera ritualistica; siamo in un futuro primordiale. La trama si infittisce con la comparsa di un uovo insolito di cui il computer non riesce a decidere il destino. Il meccanismo del sistema burocratico si inceppa, e questo consente l’inizio di un rapporto speciale tra la segretaria e COSMA – un uovo cosmico.
L’opera propone un’alternativa immaginaria al mito della creazione del mondo e prospetta la possibilità assurda che l’esistenza di vari mondi nell’universo sia stabilita da una selezione arbitraria che avviene secondo la noiosa routine di un ufficio. (...)

Teatro Piccolo Arsenale

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CAMPO DELLA TANA, 2169/F
30122 VENEZIA
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