fbpx Biennale Architettura 2023 | Intervento di Lesley Lokko
La Biennale di Venezia

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Intervento di

Lesley Lokko

Curatrice della 18. Mostra Internazionale di Architettura

Il Laboratorio del Futuro

Ogni mostra cerca di raccontare una storia, instillando le idee in una narrazione che sia al tempo stesso complessa e chiara, e i tempi in cui viviamo sono davvero complessi. Non c'è dubbio che il mondo di oggi sia meno stabile di quello di tre anni fa, o anche di tre mesi fa. Ogni giorno emergono nuove tensioni tra nazioni, popoli vicini, nativi e nuovi arrivati; tra noi e i nostri "Altri", tra noi stessi e il nostro ambiente. Nonostante la velocità dei progressi della scienza medica negli ultimi due anni, nello stesso lasso di tempo le proteste globali hanno rivelato la profondità e la portata delle disuguaglianze sociali in modi che coloro che sono stati troppo comodi e distanti per rendersene conto, ora vedono diversamente. L'Europa, cullata negli ultimi sessant'anni da un falso senso di sicurezza, si è improvvisamente vista costretta a confrontarsi con le stesse questioni riguardanti la terra, la lingua e l’identità che in molte parti dell'Africa, dell'Asia e del Medio Oriente sono state e sono tutt’ora una costante. Gli ultimi trentasei mesi sono stati spesso percepiti come una resa dei conti a lungo termine, come se ci fosse stato presentato un conto che tutti noi, in molteplici e svariati modi, non abbiamo i mezzi per pagare. Dopo essere tornati timidamente alla luce del sole, finita l'esperienza del lockdown, ora guardiamo i nostri schermi e gli altri forse un po' insicuri, ma anche e soprattutto pieni di fiducia e desiderio.

Negli ultimi due decenni sono emersi due termini potenti, che sono contemporaneamente globali e locali: decolonizzazione e decarbonizzazione. Entrambi sono macrofenomeni che si osservano nella dimensione sociale, politica ed economica e vanno ben oltre la nostra comprensione o il nostro controllo, anche se si riflettono a livello microscopico negli aspetti più intimi della nostra vita quotidiana. Questa caratteristica della realtà contemporanea di essere allo stesso tempo generale e specifica, influenzata da forze di ampia portata e tuttavia plasmata dalle specificità del luogo, è un ossimoro. Ci chiede allo stesso tempo di spiegare ed esplorare le nostre vite e il nostro ambiente, di essere consapevoli di noi stessi e degli altri all'interno di reti di potere in continua espansione e sovrapposizione, pagando il prezzo spesso nascosto del privilegio e del controllo. A livello materiale, i nostri ambienti costruiti riflettono esattamente questo enigma: parliamo di spazi democratici, di spazi pubblici, di energia pulita e di spirito umano come se le condizioni che rendono tutto ciò possibile e raggiungibile fossero universali e non comportassero un costo spesso terribile per i nostri simili e per il mondo non umano e naturale. A volte sembra tutto troppo complesso da comprendere, per non parlare poi di controllo o cambiamento. Ma non è così. Storicamente in bilico tra arte e scienza, la capacità dell'architettura di negoziare tra e oltre i confini è ben compresa, almeno dagli architetti. Ora, però, il terreno sotto i nostri piedi si muove, spesso in modo imprevedibile. Per una professione che si basa sulle fondamenta, sia concettuali che fisiche, forme più fluide di territorio, identità ed epistemologia possono sembrare minacciose. Ma possono anche emozionare. Ripensare i termini e gli strumenti, così come i confini della nostra disciplina, è un modo efficace per riscoprire non solo ciò che distingue l'architettura, ma anche le intersezioni in cui essa si incontra e si fonde con altre discipline in modi che ognuno di noi. 

Vedere vicino e lontano

Più che gli edifici, le forme, i materiali o le strutture, il dono più prezioso e potente dell'architettura è la capacità di influenzare il nostro modo di vedere il mondo. La lenta e attenta traduzione delle idee in forma materiale e, sempre più spesso, digitale richiede un cambiamento quasi costante della visione, restringendo e allargando contemporaneamente lo sguardo per adattarsi alle differenze di scala, di contesto, di cultura e di aspirazione, nonché alle molteplici altre esigenze che devono essere soddisfatte per portare nel mondo sia gli edifici che la conoscenza. Oggi possiamo "vedere" il mondo come non mai. Le nuove tecnologie appaiono e scompaiono continuamente, offrendoci scorci non filtrati della vita in parti del mondo che probabilmente non visiteremo mai, tanto meno capiremo. Ma vedere contemporaneamente vicino e lontano è anche, per dirla con Du Bois e Fanon, una forma di "doppia coscienza", il conflitto interno di tutti i gruppi subordinati o colonizzati, che descrive la maggioranza del mondo, non solo "laggiù", nei cosiddetti Paese poveri, in via di sviluppo, arabi, ma anche "qui", nelle metropoli e nei paesaggi del Nord globalizzato. Qui in Europa parliamo di minoranze e diversità, ma la verità è che le minoranze dell'Occidente sono la maggioranza globale; la diversità è la nostra norma.

C'è un luogo in cui tutte le questioni di equità, risorse, razza, speranza e paura convergono e si fondono. L'Africa. A livello antropologico, siamo tutti africani. E ciò che accade in Africa accade a tutti noi.

Il titolo della 18. Mostra Internazionale di Architettura è Il Laboratorio del Futuro e opera su più livelli.

In primo luogo, l'Africa è il laboratorio del futuro. Siamo il continente più giovane del mondo, con un'età media pari alla metà di quella dell'Europa e degli Stati Uniti, e un di decennio più giovane dell'Asia. Siamo il continente con il più rapido tasso di urbanizzazione al mondo, con una crescita di quasi il 4% annuo. Questa crescita rapida e in gran parte non pianificata avviene generalmente a spese dell'ambiente e degli ecosistemi locali, il che ci pone di fronte al cambiamento climatico sia a livello regionale che planetario. Rimaniamo il continente con il tasso più basso di vaccinazioni, pari ad appena il 15%, eppure abbiamo registrato il minor numero di morti e infezioni con un margine significativo che la comunità scientifica non riesce ancora a spiegare. Così spesso dalla parte sbagliata della storia e della speranza, questa nostra resilienza, autosufficienza e lunga, lunghissima storia dell'assistenza sanitaria comunitaria di base hanno improvvisamente fatto pendere la bilancia a nostro favore. La storia della migrazione forzata attraverso la tratta transatlantica degli schiavi è il terreno su cui oggi si combattono in tutto il mondo le lotte per i diritti civili e per una società più civile. Con tutti i discorsi sulla decarbonizzazione è facile dimenticare che i corpi neri sono stati le prime unità di energia ad alimentare l'espansione imperiale europea che ha plasmato il mondo moderno. Equità razziale e giustizia climatica sono due facce della stessa medaglia.

Collaborazione e cooperazione

Ma la speranza è una moneta potente. Essere fiduciosi significa essere umani. A livello profondamente personale, devo la mia presenza a questo tavolo oggi alle instancabili richieste di una società più giusta, più inclusiva e più equa per le quali hanno lottato le generazioni che mi hanno preceduto. La visione di una società moderna, diversificata e inclusiva è seducente e persuasiva, ma finché rimane un'immagine, resta solo un miraggio. È necessario qualcosa di più di una rappresentazione e gli architetti, storicamente, sono attori chiave nel tradurre le immagini in realtà.

In secondo luogo, La Biennale di Venezia è anche essa stessa una sorta di laboratorio del futuro, un tempo e uno spazio in cui si pongono interrogativi sulla rilevanza della disciplina per questo mondo - e per quello a venire. Oggi la parola "laboratorio" è più generalmente associata alla sperimentazione scientifica ed evoca immagini di un certo tipo di stanza o edificio. Ma l'analisi di Richard Sennett del termine "workshop" (qui inteso come bottega artigiana n.d.t), che ha la stessa radice etimologica di lavoro della parola "laboratorio", approfondisce in un’ottica differente il concetto di collaborazione. Nel mondo antico, sia in Cina che in Grecia, la bottega artigiana era l'istituzione più importante per la vita civile. All'indomani della guerra civile americana, Booker T. Washington, un ex schiavo, elaborò un progetto in cui gli schiavi liberati e reduci dalla schiavitù avrebbero lasciato la loro casa, si sarebbero formati presso due istituti modello, l'Hampton e il Tuskegee Institutes, per poi tornare alle loro comunità di origine. È importante notare che durante questo trasferimento temporaneo la cooperazione sarebbe stata forgiata dall'esperienza diretta e dal contatto quotidiano con gli altri, da pari a pari. Pensiamo alla nostra mostra come a una sorta di bottega artigiana, un laboratorio in cui architetti e professionisti provenienti da un ampio campo di discipline creative tracciano un percorso fatto di esempi tratti dalle loro attività contemporanee che il pubblico, composto da partecipanti e visitatori, potrà percorrere immaginando da sé cosa può riservare il futuro.

La storia de Il laboratorio del futuro comincia qui, oggi, ma questo è solo l'inizio. Torneremo presto su questo argomento per offrire ulteriori scorci sulla visione e sulla direzione curatoriale che si sta sviluppando in collaborazione con tutti i partecipanti, compresi i Padiglioni Nazionali.

 

Lesley Lokko

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