fbpx Biennale Arte 2022 | “TROPIQUES”
La Biennale di Venezia

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“TROPIQUES”

1941 – 1945, Martinica


  • MAR - DOM
    23/04 > 25/09
    11.00 - 19.00

    27/09 > 27/11
    10.00 - 18.00
  • Padiglione Centrale
  • Ingresso con biglietto

A partire dagli anni Venti, le comunità di origini africane vengono scosse a livello internazionale da un’entusiastica rivendicazione identitaria. Parigi, in particolare, accoglie un crescente numero di intellettuali provenienti dall’Africa e dai Caraibi, molti dei quali fondano snelle riviste artistico-letterarie destinate a divenire le tribune dei più accesi dibattiti ideologici. Sulle pagine di una di queste, L’Etudiant noir (1935), il poeta martinicano Aimé Césaire sottolinea i disastrosi effetti culturali del progetto coloniale francese e sostiene che la gioventù nera sia pronta a celebrare la propria Négritude nell’arte e nella letteratura. Le parole di Césaire suscitano grande ottimismo e, nel raggiungere le colonie, danno avvio al primo movimento intellettuale panafricano del mondo francofono. Nel 1941 Césaire torna in Martinica e, insieme alla moglie Suzanne Césaire e all’amico René Ménil, fonda la rivista Tropiques. Per quattro anni il progetto editoriale pubblica poesie, saggi e novelle delle maggiori autrici e autori internazionali di origine africana e – in maniera del tutto singolare – adotta un approccio surrealista. Tuttavia, mentre l’avanguardia francese promuove una fantasiosa fuga dal reale, la redazione di Tropiques sembra mirare a obiettivi più poeticamente militanti. Anche a detta di Suzanne Césaire, in effetti, onirico e metaforico sono gli unici strumenti per superare le squallide antinomie tra bianchi e neri, tra europei e africani.

Stefano Mudu

Immagine

Aimé Césaire, Suzanne Césaire, René Ménil (eds.), Tropiques, 2, luglio 1941 (copertina della rivista). Gift of Friends of the Thomas J. Watson Library (PQ3940.A47 no.2 [July 1941]). New York, Metropolitan Museum of Art. © 2022.
Image © The Metropolitan Museum of Art/Art Resource/Scala, Firenze

Malaise d’une civilisation  (Malessere di una civiltà)
di Suzanne Césaire

[p. 43]
Se vediamo apparire nelle nostre leggende e nei nostri racconti un essere sofferente, sensibile, talvolta beffardo, che è il nostro io collettivo, cercheremo invano l’espressione di questo io nella comune produzione letteraria martinicana.
Perchè in passato siamo stati così incuranti da raccontare apertamente la nostra inquietudine ancestrale?
L’urgenza di questo problema culturale sfugge solamente a coloro che sono decisi a chiudere gli occhi per non essere disturbati da una tranquillità artificiale: ad ogni costo, anche a costo della stupidità e della morte.
Quanto a noi, sentiamo che questa nostra epoca inquietante farà scoppiare un frutto maturo, irresistibilmente chiamato dal calore solare per disperdere al vento le sue forze creatrici; su questa terra tranquilla, assolata, avvertiamo la temibile, ineluttabile pressione del destino che insanguina il mondo intero per donargli, domani, un nuovo volto.

           

[p. 45]

Cos’è il Martinicano?
L’uomo pianta.
Come lei, si abbandona al ritmo della vita universale. Nessuno sforzo per dominare la natura. Agricoltore mediocre. Forse. Non dico che fa germogliare la pianta; dico che germoglia; vive nella pianta. La sua indolenza ? Quella del vegetale. Non dite: «è pigro», dite: «vegeta», e direte doppiamente il vero. La sua parola preferita: « lasciarsi trasportare». Sappiate che si lascia trasportare dalla vita, docile, leggero, né sostenuto, né ribelle — amabilmente, amorevolmente. Peraltro, tenace come solo la pianta sa essere. Indipendente (indipendenza, autonomia della pianta). Si abbandona a sé, alle stagioni, alla luna, al giorno più o meno lungo. Raccolto. E sempre e ovunque, nelle più piccole rappresentazioni, primato della pianta, la pianta calpestata ma vivace, morta ma rinata, la pianta libera, silenziosa e fiera.

 

[p. 48–49]
Non si tratta affatto di un passo indietro, della resurrezione di un passato africano che abbiamo imparato a conoscere e a rispettare. Al contrario, si tratta della mobilitazione di tutte le forze vive che si mescolano su questa terra dove la razza è il risultato di una continua mescolanza; si tratta di prendere coscienza del formidabile accumulo di energie diverse che finora abbiamo tenute rinchiuse dentro di noi. Ora dobbiamo impiegarle nella loro interezza, senza deviazioni e senza manipolazioni. Tanto peggio per quelli che ci credono dei sognatori.
La realtà più preoccupante è nostra.
Noi agiremo.
Questa terra, la nostra, non può che essere quello che vogliamo sia.

Suzanne Césaire

 

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