La Biennale di Venezia

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Intervento di

Paolo Baratta

Presidente della Biennale di Venezia

Un invito a vedere

Il titolo di questa Mostra può essere letto come una sorta di maledizione, nella quale l'espressione “interesting times” evoca l'idea di tempi sfidanti e persino minacciosi. Ma può essere anche un invito a vedere e considerare sempre il corso degli eventi umani nella loro complessità, un invito pertanto che ci appare particolarmente importante in tempi nei quali troppo spesso prevale un eccesso di semplificazione, generato da conformismo o da paura.
E io credo che una mostra d'arte valga la pena di esistere, in primo luogo, se intende condurci davanti all'arte e agli artisti come una decisiva sfida a tutte le inclinazioni alla sovrasemplificazione.

Sono trascorsi vent’anni dalla presentazione, in queste stesse stanze, della mia prima Mostra (da Presidente) dopo l'importante riforma della Biennale del 1998.
Posso dirvi sono stati tutti very interesting times.
È naturale che durante questi anni, insieme a tanti altri, ci siamo spesso interrogati sul ruolo della Biennale e sulle sfide che deve affrontare, consapevoli delle molteplici ambivalenti possibili letture del nostro lavoro (della nostra missione), che si distingue da tanti altri non per quello che si fa (Exhibitions) ma forse per lo spirito con cui lo si fa e per le modalità con cui si opera, modalità che a loro volta devono essere coerenti con quello spirito.

In tempi di grandi cambiamenti è parso a tutti necessario essere attenti all'evoluzione del mondo e del mondo dell'arte. Devo riconoscere che alla guida della Biennale di Venezia siamo agevolati in questo esercizio dall'essere attivi in diversi settori artistici - dal Teatro alla Musica alla Danza al Cinema all'Architettura - non cessano mai gli stimoli, le sfide e le sollecitazioni. Come abbiamo reagito?

Punti fermi

Per essere brevi: cerchiamo di essere sensibili allo spirito del tempo ma fermi su alcuni punti. Innanzitutto siamo una Mostra Internazionale, una Mostra Internazionale complessa nella quale numerose mostre promosse dei paesi partecipanti dialogano in rapporto dialettico le une con le altre, e tutte insieme stanno in rapporto dialogico con la Mostra Internazionale da noi organizzata con il nostro curatore, Mostra che a sua volta deve essere aperta e senza confini di sorta. Ricordo a questo proposito che la parola “aperto” più di ogni altra risuonava tra noi negli anni iniziali e caratterizzò le nostre scelte nel 1999 e 2001: “aprire” nuovi spazi, “aprire” la mostra verso una rappresentazione dell'arte come fenomeno dell'umanità (“dAPERTutto” fu il titolo della prima di queste biennali, “Platea dell'Umanità” quello della seconda; quei titoli sono stati il sottotitolo di tutte le seguenti edizioni).

Il modello fondato sull'autonomia nostra e su quella del curatore ci parve allora, come ci pare oggi, il modello più efficace per attrezzare la Mostra come uno strumento di conoscenza, imperfetto ma vitale, adeguato per vivere la complessità, consapevole delle ambivalenze che ogni fenomeno porta con sé, senza volerle negare con ricette ambigue.
Vivere la complessità significa non ridurre in schemi e formule ciò che per sua natura è molteplice e non è riconducibile a un unicum se non al prezzo di gravi rinunce. Con queste scelte di “apertura” rispondemmo vent'anni fa ai molti critici che imputavano alla Biennale con i suoi “padiglioni dei paesi” di essere fuori moda, erano anni in cui era in voga l'elogio del cosmopolitismo e della globalizzazione. Trascorsi vent'anni oggi c'è chi solleva il dubbio se il cosmopolitismo sia stato anche un modo di esercitare una sorta di dominio (soft power) da parte delle società e delle economie dominanti. Ma ancora una volta penso che l'attenzione agli artisti delle minoranze (minority artists) che consegue queste preoccupazioni debba svilupparsi nel senso di ulteriori aperture, piuttosto che lungo le ambigue vie della celebrazione delle identità locali. E comunque non riproponendo solo una nuova moda.

Rivoluzione permanente

Nel nostro lavoro occorre dare il senso dell'evoluzione storica senza necessariamente seguire lo schema parabolico-fisiologico secondo il quale tutto nasce, cresce, decade. Occorre essere favorevoli alla rivoluzione permanente che ci è portata dalle opere e dagli artisti ma evitando schemi che fanno dell'artista un soggetto monodimensionale, agente diretto di storia ed evoluzione politica.
Occorre non cadere nella trappola di farsi orientare dal mercato ma operare libere scelte e certamente evitare di compiacere il diktat delle tendenze prevalenti e, se necessario, agire in direzione opposta ai main stream del momento, ben sapendo che il mercato esiste e l'informazione che una Biennale offre finisce con l'essere anche un contributo al suo miglioramento.

Quel che facciamo ha molti prodotti congiunti e molti effetti indiretti e collaterali, anche contraddittori, e perciò siamo esposti alle critiche di chi, affetto da strabismo, vede gli effetti secondari e li confonde con gli obbiettivi primari. Noi stessi dobbiamo prestare grande attenzione alla missione principale e sperare che i commentatori abbiano sufficiente volontà di discriminare.
Abbiamo detto a questo riguardo del rapporto con il mercato ma, ancora, una parziale visione della Mostra la può interpretare come un vernissage mondano seguito da una coda di sei mesi “per il resto del mondo”. Altri possono considerare la Mostra lunga sei mesi come l'avvenimento principale e il vernissage un by product. E poi ancora i visitatori della Biennale, che in realtà sono una popolazione a sé, sono statisticamente turisti (una tautologia in una piccola città) e dunque… siamo sospettati di condiscendenze alle selling strategies.

Per queste critiche di breve respiro fatemi ricordare la storiella che ci raccontavano da bambini: la storia del vecchio, del giovane figlio e del somaro.
Il vecchio sta sul somaro e la gente che passa “guarda che egoista, lascia il ragazzo a piedi in questo pericoloso sentiero, guarda i suoi poveri piedini”, il padre reagisce, scende e fa salire sul somaro il figlio “guarda che ragazzo ingeneroso, lascia il vecchio padre a piedi”. Si sentono umiliati e decidono di salire tutt'e due sull'asino e sentono commentare “barbari, che sfruttatori di animali”. Infine, decidono di scender tutt'e due, giusto in tempo per sentire “guarda quei due stupidi, hanno un somaro e vanno a piedi.”

In breve, la nostra missione è semplice anche se non facile: offrire agli artisti un luogo di dialogo il più libero possibile e offrire ai visitatori un intenso incontro con l'arte.

Espansione dello sguardo

In questi anni abbiamo aumentato i visitatori, e trovato un nuovo partner.
Nel corso degli anni passati il doppio costo dei trasporti in laguna ci portava a chiedere ausili addizionali, e nei ringraziamenti e nelle didascalie comparivano molti operatori anche di mercato.
L'aumento dei visitatori ci consente di ridurre notevolmente questa pratica, come potrete vedere nella drastica riduzione dei riconoscimenti sia nelle presentazioni delle opere sia nei cataloghi, con la sola eccezione di poche presenze “speciali” (caratterizzate da alti costi di realizzazione e/o trasporto). I visitatori sono diventati il nostro principale partner, più della metà hanno meno di 26 anni. Ricordare questo risultato mi pare il modo migliore per festeggiare i vent’anni trascorsi dal 1999.

A loro vogliamo offrire un’aperta palestra dove si possano sentire ingaggiati in incontri con le opere e gli artisti, nello scoprire direttamente “l'altro da sé” che l'opera d'arte offre. Ci teniamo alla sequenza secondo la quale, entrando nella Mostra, “il pubblico” diventa “visitatori”, che poi diventano “osservatori” dell'opera; segue il necessario spaesamento prima, l'impegno e la scoperta poi, quasi un esercizio di scherma.
La condivisione di questi indirizzi è anche una delle ragioni per cui abbiamo chiesto in questo ventesimo anniversario la collaborazione di Ralph Rugoff.

Il processo di espansione del nostro sguardo e delle nostre menti è più che mai facilitato se si svolge in un ambiente dove si respira autonomia e fiducia, e creare fiducia è questione di lungo periodo.

 

Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia

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