fbpx Biennale Danza 2026 | Intervento di Pietrangelo Buttafuoco
La Biennale di Venezia

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Intervento di

Pietrangelo Buttafuoco

Presidente della Biennale di Venezia

Time Does Not Exist: così, riflettendo sul tempo, Sir Wayne McGregor ha scelto di in­titolare questa edizione del Festival Interna­zionale di Danza Contemporanea, che quest’anno festeggia il suo ventesimo specia­lissimo anniversario.
In riferimento alle teorie del fisico Carlo Rovelli, McGregor ci invita a mettere in discussione la concezione lineare e uniforme del tempo, poi­ché esso è, come suggerisce la fisica moderna, una relazione tra eventi. E allora anche la dan­za, che vive nel tempo, diventa un luogo privi­legiato per esplorare questa complessità. Nel corpo della danza difatti il tempo si piega, scorre, si interrompe, e ogni gesto coreografico porta con sé quelli precedenti, di ogni epoca, come se a custodire il movimento fosse una memoria più antica della coscienza stessa.
Le riflessioni di McGregor per la Biennale Danza 2026 attraversano questi temi intrec­ciando scienza, filosofia e percezione, partendo dall’assunto che passato e presente coesistono in un corpo che ricorda mentre agisce. La pos­sibilità che molteplici stati esistano simultanea­mente, suggestione che deriva appunto dalla lettura di Rovelli, trova così nelle discipline co­reutiche una straordinaria analogia percettiva. Ogni performance contiene una pluralità di tempi, quello tecnico dell’esecuzione, quello emotivo dello spettatore, quello memoriale dell’archivio, quello immaginario della narra­zione. Nulla accade una sola volta e ogni gesto è al contempo presenza e residuo, così come evocato nel bellissimo manifesto di questo Fe­stival, ispirato alla sequenza fotografica del ca­vallo in corsa di Eadweard Muybridge, simul­taneità di tempi nello spazio, con lo spazio che si fa dunque tempo sulla pellicola.
Grazie al movimento dei corpi, le coreografie interrogano la memoria della Biennale Danza attraverso il contributo fondamentale del­l’Archivio Storico della Biennale, per fare del gesto coreografico lo spazio in cui il tempo può piegarsi e reinventarsi. L’Archivio Storico è difatti documentazione fotografica, video, cartacea, ma anche e soprattutto un organi­smo vivente, disseminato nei corpi che hanno attraversato il tempo della scena. Ogni danza­tore porta con sé frammenti di altri corpi, altre tecniche, altre visioni e ogni gesto contiene ge­nealogie invisibili. McGregor descrive questo processo come una stratificazione continua di intelligenze, immagini, esperienze incarnate che si sovrappongono “fuori dal tempo e fuori sincrono con tutto ciò che [le] circonda”.
La danza diventa allora una forma di cono­scenza relazionale, un sistema di trasmissioni in cui ogni movimento lascia la sua traccia. E in un’epoca in cui i sistemi politici e digitali spezzano di continuo questo riconoscimento con un flusso di immagini ininterrotto, il cor­po coreografico appare anche profondamente politico.
“Il primo territorio che ciascuno di noi abita è il corpo”, afferma McGregor nel suo intervento alla conferenza Il dissenso e la pace di maggio 2026. Prima delle mappe, delle nazioni e delle ideologie esiste quindi la geografia fragile del corpo umano, luogo originario tanto della so­vranità quanto della violazione.
Ed ecco che nessun gesto è isolato, nessun ge­sto è solo. Perché è proprio la danza a riporta­re il pensiero dentro la materia sensibile del corpo, per ricostruire attenzione e percepire il tempo come esperienza incarnata. Nessuna azione termina davvero nel punto in cui viene compiuta, siamo tutti parte dello stesso orga­nismo collettivo. Partecipanti di una coreogra­fia in continuo movimento.

Biennale Danza
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