Time Does Not Exist: così, riflettendo sul tempo, Sir Wayne McGregor ha scelto di intitolare questa edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea, che quest’anno festeggia il suo ventesimo specialissimo anniversario.
In riferimento alle teorie del fisico Carlo Rovelli, McGregor ci invita a mettere in discussione la concezione lineare e uniforme del tempo, poiché esso è, come suggerisce la fisica moderna, una relazione tra eventi. E allora anche la danza, che vive nel tempo, diventa un luogo privilegiato per esplorare questa complessità. Nel corpo della danza difatti il tempo si piega, scorre, si interrompe, e ogni gesto coreografico porta con sé quelli precedenti, di ogni epoca, come se a custodire il movimento fosse una memoria più antica della coscienza stessa.
Le riflessioni di McGregor per la Biennale Danza 2026 attraversano questi temi intrecciando scienza, filosofia e percezione, partendo dall’assunto che passato e presente coesistono in un corpo che ricorda mentre agisce. La possibilità che molteplici stati esistano simultaneamente, suggestione che deriva appunto dalla lettura di Rovelli, trova così nelle discipline coreutiche una straordinaria analogia percettiva. Ogni performance contiene una pluralità di tempi, quello tecnico dell’esecuzione, quello emotivo dello spettatore, quello memoriale dell’archivio, quello immaginario della narrazione. Nulla accade una sola volta e ogni gesto è al contempo presenza e residuo, così come evocato nel bellissimo manifesto di questo Festival, ispirato alla sequenza fotografica del cavallo in corsa di Eadweard Muybridge, simultaneità di tempi nello spazio, con lo spazio che si fa dunque tempo sulla pellicola.
Grazie al movimento dei corpi, le coreografie interrogano la memoria della Biennale Danza attraverso il contributo fondamentale dell’Archivio Storico della Biennale, per fare del gesto coreografico lo spazio in cui il tempo può piegarsi e reinventarsi. L’Archivio Storico è difatti documentazione fotografica, video, cartacea, ma anche e soprattutto un organismo vivente, disseminato nei corpi che hanno attraversato il tempo della scena. Ogni danzatore porta con sé frammenti di altri corpi, altre tecniche, altre visioni e ogni gesto contiene genealogie invisibili. McGregor descrive questo processo come una stratificazione continua di intelligenze, immagini, esperienze incarnate che si sovrappongono “fuori dal tempo e fuori sincrono con tutto ciò che [le] circonda”.
La danza diventa allora una forma di conoscenza relazionale, un sistema di trasmissioni in cui ogni movimento lascia la sua traccia. E in un’epoca in cui i sistemi politici e digitali spezzano di continuo questo riconoscimento con un flusso di immagini ininterrotto, il corpo coreografico appare anche profondamente politico.
“Il primo territorio che ciascuno di noi abita è il corpo”, afferma McGregor nel suo intervento alla conferenza Il dissenso e la pace di maggio 2026. Prima delle mappe, delle nazioni e delle ideologie esiste quindi la geografia fragile del corpo umano, luogo originario tanto della sovranità quanto della violazione.
Ed ecco che nessun gesto è isolato, nessun gesto è solo. Perché è proprio la danza a riportare il pensiero dentro la materia sensibile del corpo, per ricostruire attenzione e percepire il tempo come esperienza incarnata. Nessuna azione termina davvero nel punto in cui viene compiuta, siamo tutti parte dello stesso organismo collettivo. Partecipanti di una coreografia in continuo movimento.