La musica è l’infanzia dello Spirito e l’imprinting che salda l’anima al corpo è il suono. Chissà poi quale sia questo suono – ecco la questione nella sua essenza – ed è una vibrazione di cui dobbiamo rintracciarne memoria a patto di restituirci all’ascolto puro, quello più autenticamente bambino dove serietà e gioco, ossia l’impasto di coscienza e immaginazione, sono lo stesso istante. Sono l’identico inizio.
Il 70. Festival Internazionale di Musica Contemporanea, diretto da Caterina Barbieri, si muove appunto verso un ritorno all’origine con A Child of Sound. La musica precede persino il linguaggio e ci riporta a uno stato primigenio di ascolto e meraviglia.
L’ascolto del bambino custodisce difatti una forma di fiducia e apertura verso il mondo che l’arte può riattivare. Allo stesso modo la musica è un processo di trasformazione e catarsi, capace di convertire il dolore del mondo in un’esperienza sensibile e condivisa. Prima del suono c’è il silenzio, inteso come spazio nel quale qualcosa può ancora accadere. È quella soglia in cui, riprendendo una suggestione di Martin Heidegger ne L’origine dell’opera d’arte, l’opera non si limita a rappresentare ciò che esiste, ma apre un mondo. È forse qui che nascita e creazione si separano e, nello stesso tempo, tornano a incontrarsi.
Nascere significa venire al mondo, creare significa introdurre nel mondo una possibilità ulteriore. E se la nascita appartiene al movimento naturale delle cose, la creazione interrompe per un istante quel movimento e ne modifica la direzione. In questo senso il bambino non rappresenta soltanto ciò che viene prima, ma ciò che può ancora cominciare. Il suo ascolto non possiede ancora una gerarchia definitiva fra rumore e musica, consonanza e dissonanza, ed è pertanto un ascolto esposto, capace di lasciarsi sorprendere.
Tornare a quell’infanzia significa dunque recuperare una disponibilità ormai sopita, la facoltà di incontrare il mondo prima che l’abitudine lo renda prevedibile.
Ogni disciplina artistica possiede una propria soglia del possibile, e il pensiero stesso, quando torna a essere poiesis, possiede l’intervallo che precede la forma e rende possibile l’apparizione di ciò che ancora non sappiamo nominare.
Nella musica tale soglia è il silenzio. Solo in questa sospensione il nuovo può emergere, e tutto comincia quando, per un istante, ci si ferma. La creazione consiste allora nel misurarsi con la resistenza della materia, senza alcuna remora e con l’incanto fiducioso di una inclinazione pura e incorrotta rispetto alla sovrastruttura del già noto.
La materia pone un limite, e proprio il limite rende possibile la forma. Il suono, il corpo, lo spazio, il tempo, gli strumenti e le tecnologie partecipano alla nascita dell’opera e ne determinano le possibilità. La musica conosce intimamente questa condizione, nasce e scompare nello stesso momento, esiste nel tempo e tuttavia lascia tracce che possono attraversarlo. È questa una delle sue forme più profonde di “restanza”, ciò che dunque continua ad agire dopo che il suono si è estinto. Può essere un’interferenza, una memoria, una trasformazione dell’ascolto.
Ogni ricerca autentica contiene questo rischio. Non sappiamo in anticipo che cosa, di ciò che nasce, sarà capace di restare, né quali forme del presente riusciranno a parlare a un tempo che non è ancora il nostro. Ed ecco che Caterina Barbieri, con l’intuizione di un titolo che già contiene e squaderna in una potente immagine gli intenti dell’intero programma della sua Biennale Musica, ci indica al contempo la strada della disposizione all’ascolto, e quella della ricerca portata avanti dagli artisti che ha invitato.
Ricordandoci, con la potente metafora del bambino in ascolto, che la contemporaneità non si riduce alla semplice appartenenza al proprio tempo. Essere contemporanei significa cercare proprio ciò che nel presente non è ancora pienamente visibile, ascoltare ciò che non ha ancora trovato una lingua. In questa prospettiva anche l’anarchia può tornare al suo significato originario, intesa come sospensione dell’ordine già dato, libertà necessaria perché una forma inattesa possa apparire.
A Child of Sound è allora il momento in cui il suono è ancora fresco, l’ascolto non ha ancora deciso che cosa aspettarsi, e la musica può finalmente venire alla luce.