L’anno scorso, nel nostro programma, ci siamo concentrati sul corpo, sulla presenza dell’attore e sulla poesia al di là della narrazione. Vorrei continuare questa esplorazione nella prossima edizione.
Tuttavia, invece di presentare artisti di cui conosco il lavoro, quest’anno ho deciso di invitare opere provenienti da contesti teatrali diversi da quelli commerciali e istituzionali occidentali. È la mancanza di familiarità che ci permette di riscoprire le origini del teatro e di risvegliare il contatto essenziale tra l’artista e lo spettatore.
Per me, la forza e l’unicità del teatro – la forma d’arte totale – risiedono nella sua immediatezza, nel suo carattere rituale e nell’incontro umano. In questo mondo in cui la verità è messa in discussione, dobbiamo tornare ad attingere la nostra comprensione e il nostro coinvolgimento dalla percezione diretta.
A titolo di ricordo personale, quando avevo 19 anni, la compagnia teatrale americana con cui lavoravo fu invitata al Mickery Theatre di Amsterdam dal grande produttore olandese Ritsaert ten Cate. Credo che uno dei motivi per cui ci invitò fosse che ci considerava sinceri e autentici, anche se forse non così dinamici come molte delle compagnie internazionali che furono ospitate lì dal 1965 al 1991. Negli anni in cui ho lavorato lì, ho visto Peter Brook, Bread and Puppet, Tenjo Sajiki, Meredith Monk, Squat Theatre, The People Show e molti altri. Opere provenienti da tradizioni e culture diverse che hanno messo in discussione il mio modo abituale di vedere le cose e mi hanno offerto una nuova prospettiva per apprezzare l’essenza più pura del teatro. Ho però visto questa stessa essenza corrompersi: negli ultimi trent’anni la professionalità delle arti ha paradossalmente appiattito la sua anima nella corsa al raggiungimento di standard, parametri e “aspettative del settore”; gran parte del lavoro è diventato sovraprodotto, standardizzato e prevedibile. Ciò che un tempo sembrava grezzo, urgente e personale ora spesso appare levigato al punto da diventare identico.
Mi manca lo spirito amatoriale, non come mancanza di abilità, bensì come terreno fertile in cui il rischio, l’imperfezione e l’originalità possono respirare. È nelle crepe che risiede l’arte realmente unica, non nella levigatezza.
Mi ha particolarmente ispirato la presentazione postuma della Biennale Arte 2026 di Koyo Kouoh e il suo titolo In minor keys, che esplora l’arte, autentica e vitale, in luoghi insoliti.
Volendo scoprire lavori che nascono da un approccio umanistico/comunitario piuttosto che da uno carrieristico/commerciale, abbiamo esplorato comunità in cui il teatro serve a intrattenere, ispirare e infondere un senso di meraviglia e possibilità, il cui intento è radicato nelle proprie tradizioni pur volgendo lo sguardo al futuro.
Per l’edizione di quest’anno, i miei colleghi Valentina Alferj e Andrea Porcheddu ed io abbiamo scelto il titolo ALTERNATIVE, o più precisamente, ALTER NATIVE. Non esiste un significato preciso, poiché l’etimologia può essere vaga o evocativa. L’idea è quella di pensare ad ALTER come a un cambiamento e NATIVE come alla propria natura. Oppure ALTER come altro e NATIVE come la cultura di provenienza.
Il programma
Il Leone d’oro alla carriera 2026 va alla regista e autrice Emma Dante. Una regista che ha portato alla ribalta la sua Sicilia natale affrontando con coraggio temi scomodi e dolorosi. Dal suo debutto nel 2001, Dante ha sviluppato una visione artistica propria, riconoscibile per la sua forza ed emozione. Per la Biennale Teatro, Emma Dante presenterà una nuova creazione, I fantasmi di Basile, ispirata alle fiabe raccolte ne Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile. Siamo inoltre lieti di presentare un incontro pubblico con colleghi, artisti, studiosi e critici per discutere il suo lavoro e lo stato del teatro.
Il regista greco-albanese Mario Banushi è il vincitore del Leone d’argento. Nato nel 1998, Banushi si è rapidamente fatto un nome sulla scena europea e internazionale. Il suo debutto è avvenuto con Ragada, creato e rappresentato nell’appartamento del suo insegnante ad Atene durante la pandemia. La sua opera successiva, Goodbye Lindita, è stata rappresentata per la prima volta nel 2023 al Teatro Nazionale di Grecia, cui segue Taverna Miresia. I tre lavori, dal titolo Romance Familiare, saranno messi in scena insieme per la prima volta. Questa trilogia sarà presentata dalla Biennale in coproduzione con la Fondation Cartier pour l’art contemporain.
Presenteremo opere di autori teatrali provenienti da Europa, India, Cina, Giappone, Nuova Zelanda, Indonesia e Africa.
Dalla Grecia, Cries con Christos Stergioglou e Alexandros Drakos Ktistakis, un concerto-spettacolo contemporaneo all’aperto che mescola poesia, canto e drammi antichi e che andrà in scena al Teatro Verde sull’Isola di San Giorgio.
Dall’India, la compagnia di Sharmila Biswas presenta Mischief Dance, una sottile reinvenzione della danza tradizionale Odissi.
Il prestigioso collettivo di danza-teatro indonesiano Bumi Purnati Indonesia metterà in scena due opere: Under the volcano, diretta da Yusril Katil, e Hikayat Perahu/The tale of Boat, diretta da Sri Qadariatin, entrambe basate su leggende e testi della fine del XIX secolo.
Dal Ruanda, HEWA RWANDA, Letter to the Absent di Dorcy Rugamba, un commovente tributo teatrale musicale alla sua famiglia, uccisa nella propria casa il primo giorno del genocidio ruandese contro i tutsi.
Dal celebre regista samoano Lemi Ponifasio abbiamo un adattamento del suo Star Returning: Venice, che affronta i rituali, le lotte e le tradizioni del popolo cinese YI.
Il regista giapponese Satoshi Miyagi, con il suo Shizuoka Performing Arts Center, presenterà Mugen-Noh Othello.
Dopo il bellissimo Pinocchio dello scorso anno, Davide Iodice tornerà con un nuovo progetto, Promemoria, messo in scena con i residenti della casa di riposo San Giobbe di Venezia.
Silvia Costa tornerà con la versione definitiva di Tacet di Jacopo Giacomoni.
In omaggio a Robert Wilson, l’Archivio della Biennale allestirà una mostra qui nella Sala delle Colonne.
Un evento speciale: Angelique Kidjo, la grande cantante del Benin, con un concerto eccezionale, accompagnata dal pianista antillano Thierry Vaton.
Dopo aver ospitato con successo nel 2025 gli spettacoli dell’Accademia Silvio d’Amico di Roma e della Scuola del Teatro Nazionale di Napoli, quest’anno il programma della Biennale Teatro presenterà gli spettacoli diretti da Marco Plini, della Scuola Paolo Grassi di Milano, Giorgio Sangati, della Scuola del Teatro Stabile del Veneto - Teatro Nazionale, e, ancora una volta Arturo Cirillo, della Scuola del Teatro Nazionale di Napoli.
Continueremo il programma college della Biennale, presentando i lavori selezionati lo scorso anno per i bandi di Regia e Drammaturgia under 30. Quest’anno il corso di drammaturgia sarà tenuto da Fabrizio Sinisi e il workshop sulla critica teatrale in collaborazione con Roberta Ferraresi insieme a Massimo Milella.
Sono lieto di annunciare un nuovo college per attori e attrici under 30, 11 performer selezionati tramite un ampio bando internazionale, un programma della durata di un mese, diretto ogni settimana da un mentore diverso: che sono Simon McBurney, Evangelia e Mary Randou, Silvia Costa ed io.
Ecco il programma!
Devo davvero ringraziare il presidente Pietrangelo Buttafuoco e i direttori Andrea Del Mercato e Debora Rossi per la fiducia e il sostegno accordatimi, Francesca Benvenuti per la sua instancabile attenzione e competenza, Flavia Fossa Margutti, Emanuela Caldirola e tutto lo staff e i tecnici, troppo numerosi per citarli tutti.
Infine, voglio esprimere un sentito ringraziamento ai miei colleghi Valentina Alferj e Andrea Porcheddu, che mi hanno aiutato moltissimo a dare forma e a realizzare la mia visione di questa Biennale Teatro 2026.