Il brillante fisico Carlo Rovelli, noto per il suoi studi sulla gravità quantistica e sulla filosofia della scienza, sostiene che il tempo, così come lo intendiamo, non esiste nel senso convenzionale del termine. Le sue teorie mettono in discussione la percezione tradizionale del tempo come entità continua e fluida, suggerendo invece che il tempo sia profondamente intrecciato con il tessuto della fisica e la nostra comprensione dell’universo. La teoria relazionale di Rovelli considera il tempo non come una dimensione assoluta, ma come una relazione tra eventi, che emerge dall’interazione tra sistemi. La nostra percezione del tempo, sostiene, è soggettiva, influenzata dai processi cognitivi, e, a livello quantistico, il concetto tradizionale può fallire completamente. Il tempo è un prodotto di relazioni e stati in evoluzione, non un aspetto fondamentale della realtà, il che invita a un profondo ripensamento del modo in cui concettualizziamo il tempo.
Le idee di Rovelli sulla non linearità e la molteplicità del tempo mi sono rimaste impresse nella mente mentre mi immergo nella storia del Festival della Biennale Danza, che nel 2026 festeggerà il suo ventesimo compleanno ‘ufficiale’. Rivisitando in modo sistematico e cronologico questa eredità, attingo all’archivio, cercando di tornare indietro nel tempo e riflettere, prendendo dalla storia i personaggi, gli eventi e le storie del passato. Ne emerge un puzzle effimero, che offre solo un’ombra delle esperienze vissute, ma che sono comunque grato di poter toccare. Ancora e ancora, i danzatori, le coreografie, i concetti, le fotografie, le opere, la conoscenza, l’intelligenza si fondono, si sovrappongono e si incoricano - a volte in percorsi paralleli, separati da anni e da artisti, altre volte in ramificazioni simili ad alberi, fiumi di immaginazione e innovazione che si aprono la strada nella natura selvaggia - fuori dal tempo e fuori sincronia rispetto a tutto ciò che li circonda. Questo archivio vivente crea un corpo non palese con una coscienza che va oltre - molto più ampia del nostro sé.
Poi mi rendo conto che il tempo non esiste – e che fondamentalmente gli artisti della danza lo hanno sempre saputo, invitandoci a provare meraviglia e curiosità per la natura della realtà.
Gli artisti della Biennale Danza 2026 sono simili (e al tempo stesso diversi) dai nostri precedenti viaggiatori nel tempo della danza che, ciascuno a proprio modo, esplorano e descrivono attraverso le loro opere molteplici linee temporali, prospettive e realtà. Anziché considerare il tempo come lineare - una sequenza di eventi passati, presenti e futuri - esso può essere visto come non lineare, dove passato e presente si intrecciano, e gli eventi esistono in uno stato di probabilità piuttosto che in sequenze fisse. Questo cambiamento – una caratteristica distintiva di tutta la danza – offre al pubblico molteplici interpretazioni dell’esperienza piuttosto che una prospettiva unica e fissa, cambiando il modo in cui le ‘narrazioni’ vengono intese e quello in cui noi, come spettatori, riceviamo e assimiliamo le opere. Questo approccio affascinante incarna e riflette i più recenti principi scientifici della sovrapposizione quantistica – l’eccezionale capacità di più cose di occupare lo stesso spazio o di esistere simultaneamente in tutti i possibili stati. Forse inconsapevolmente, coreografi, danzatori e pubblico sono sempre stati segretamente degli esperti in materia.
La nostra concezione del tempo, in continua evoluzione e influenzata dai concetti della meccanica quantistica, sta ridefinendo la nostra prospettiva in vari campi, arti comprese. Si prenda, ad esempio, l’idea di entanglement nella meccanica quantistica, secondo cui le particelle possono essere interconnesse indipendentemente dalla distanza. Gli artisti hanno sempre intrapreso collaborazioni tra diversi mezzi espressivi, culture e periodi storici, creando opere che riflettono una coscienza condivisa o un’esperienza umana collettiva. Questa interconnessione, evidente in gran parte delle opere della Biennale Danza 2026, incoraggia un’esplorazione più profonda di come le storie individuali e collettive plasmino l’espressione artistica e la nostra comprensione fondamentale della realtà.
Questa profonda esplorazione del tempo, o meglio di un tempo che non esiste, presentata alla Biennale Danza 2026 sciscera i temi della memoria, dell’identità e dell’esistenza, incoraggiando il pubblico a riflettere e a percepire il proprio legame con la vita – un invito a cambiare il modo di relazionarsi e di essere.
Per i prossimi vent’anni della Biennale Danza, ora più che mai, abbiamo bisogno di un luogo di incontro e comunità che concentri la nostra attenzione sugli incredibili e variegati mondi della danza. Un punto di incontro tra creatività, innovazione e arte a livello globale dove nuove voci provocatorie siano affiancate da artisti leggendari la cui voce continua a risuonare con forza. Uno spazio dedicato alla promozione e all’investimento in – e a favore di – ecologia della danza e dell’arte in senso lato critica e sana. Un rifugio dell’immaginario e del possibile, senza tempo.
Il programma
Iniziamo la Biennale Danza 2026 con lo straordinario Bangarra Dance Theatre (il nostro Leone d’oro alla carriera e prima europea), compagnia australiana di teatro di danza delle Prime Nazioni, che promuove e celebra le culture aborigene e delle isole dello Stretto di Torres attraverso straordinarie creazioni artistiche. In Terrain, coreografato da Frances Rings e con una colonna sonora irrefrenabile di David Page, Bangarra presenta un’esplorazione mozzafiato del deserto Kati Thanda – Lake Eyre del Nord dell’Australia Meridionale. Evocando il potere del corpo e della terra che convergono per portare lo spirito nel luogo, sentiamo i legami ancestrali che uniscono le persone al Paese: una ricca spina dorsale culturale che si estende attraverso le generazioni. Guardiamo le acque salire e scendere mentre ci riconnettiamo con l’energia della terra e lo spirito resiliente delle persone che si preoccupano del suo futuro, e ci invitano:
Vieni, vieni con noi a Kati Thanda-Lake Eyre.
Dove il sale spaccato acceca e il silenzio assorda.
Dove le lunghe ombre si spostano verso l’orizzonte, aspettando il diluvio.
Vieni con noi nel Paese.
In una manifesta perturbazione dei codici di potere, privilegio e mecenatismo finora intoccati, il nostro Leone d’argento, l’artista sudafricana Mamela Nyamza, presenta The Herd/Less (una co-commissione e prima europea di Biennale Danza) abbracciando il doppio significato della parola “gregge”: un gruppo di persone o animali che vivono, mangiano e interagiscono in un ambiente armonioso; ma anche un collettivo di esseri (animali e umani) controllati attraverso strumenti culturali o fisici come gruppo piuttosto che come individui.
The Herd/Less utilizza strumenti quotidiani simbolici ma potenti che rappresentano potere, identità e status sociale—strumenti per controllare gli “herdless” – la lancia, le frecce, le mazze di legno, le fruste, tessuti e pelli di animali, creando suoni ed espressioni fisiche di riflessione e perplessità. È una rappresentazione di disperazione e sfida, la detonazione di un armamentario sistematico e simbolico della falsità nelle nostre realtà.
In una co-commissione della Biennale e in prima assoluta, il celebre coreografo e innovatore del movimento Emanuel Gat presenta la sua nuova opera Five Days in the Sun alla Biennale Danza 2026. Composto da cinque quadri coreografici, ciascuno ispirato ai cinque movimenti della Quinta Sinfonia di Mahler, apre cinque portali coreografici in un profondo viaggio emotivo e strutturale attraverso l’esperienza umana. Ricco arazzo di emozioni, Five Days in the Sun passa dall’oscurità alla luce, dalla disperazione alla gioia, e dalla tensione al rilassamento, offrendo un contrasto tra solennità ed estasi, introspezione e movimento esteriore. Tesse una narrazione ampia che esplora temi come l’amore, la mortalità, la trasformazione e la catarsi.
Presentare in prima mondiale When, If Not Now? (WINN Dance Company) - una nuova compagnia di danza di artisti di livello mondiale che hanno 40 anni e più - alla Biennale Danza 2026 (inclusa la danzatrice superstar Diana Vishneva) è un privilegio raro. WINNDance Company mira a trasformare la percezione dell'invecchiamento nella performance di danza, sfidando i limiti imposti dagli standard del settore e dimostrando che arte, passione e talento nella danza non hanno una data di scadenza. In una prima mondiale e co-commissione della Biennale, il leggendario coreografo John Neumier si unisce a Imre+Marne van Opstal e a Roma de Jesus in Scirocco, un progetto composto di due capitoli: Death in Venice e Bridge of Sighs.
Adam Linder è un artista pionieristico e interdisciplinare che sviluppa una pratica con un vocabolario di danza studiato accuratamente per esplorare come la coreografia si relazioni al desiderio, al valore, alla tecnologia e alla psiche collettiva. Nel suo ultimo lavoro per il Danish Dance Theatre, Drip Tekhne, immagina come l’evoluzione plasmi i nostri corpi trasformandoli in strumenti per la danza. L’opera di Linder è piena di inaspettati incroci di genere, e mira a cancellare i confini del linguaggio e dell’espressione della danza. L’artista mette in discussione la comprensione tradizionale e normativa della coreografia, intrecciando movimento, cultura pop, musica, arte visiva, architettura e moda in un’estetica davvero eccezionale.
La danzatrice e coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana va alla ricerca di un vocabolario tra corpi e storia per capire cosa li leghi e cosa li distingua. In Fampitaha, fampita, fampitàna, che significa paragone, trasmissione e rivalità in malgascio, quattro corpi, incluso il chitarrista Joël Rabesolo, si sfidano, si scelgono a vicenda e si purificano dagli (strati di) violenza che li costituiscono. Lo spettacolo è presentato come una linea di dialogo riscoperta tra i figli delle diaspore e i loro luoghi di origine. Una narrazione plurale in cui la frantumazione di queste esperienze è vibrante quanto la loro riappropriazione. Davanti a noi si scrive la storia di corpi che non avrebbero mai lasciato le loro isole e che, insieme, stanno creando una sfilata contro l’esilio.
Perché, 80 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, abbiamo ancora guerre? Due artiste multidisciplinari provenienti da paesi molto diversi, con una storia di animosità reciproca, hanno iniziato la loro collaborazione con questa domanda. Eiko Otake, cresciuta nel Giappone del dopoguerra, vive a New York dal 1976, e Wen Hui, cresciuta in Cina durante la Rivoluzione Culturale, ora vive a Francoforte, in Germania. Quale urgenza le ha fatte incontrare? Quali lezioni condivideranno con noi?
Concepito, coreografato e interpretato da Wen Hui e Eiko Otake, What Is War esplora le relazioni personali, culturali e nazionali con la guerra portate alla luce dalle storie represse di cui raramente si parla apertamente tra genitori, nonni, famiglie, amici e tra noi stessi. Profondamente commovente, a tratti bellissimo, brutale, compassionevole e potente, questo lavoro mette insieme movimento, storie, proiezioni video, lingue, voci, uno specchio, silenzio e suono, per accompagnare lo spettatore attraverso ricordi ed esperienze, storia e immaginazione, individui e stati-nazione, mentre realizziamo e ricordiamo che la guerra ci connette tutti attraverso le generazioni – non importa con quanta intimità o lontananza ci sia.
Il celebre lavoro da solista dell'enigmatica coreografa Molissa Fenley, State of Darkness, trova una nuova vita a Venezia, eseguito da un’acclamata danzatrice della nuova generazione, la potente statunitense Cassandra Trenary. Originariamente commissionato dall’American Dance Festival nel 1988, State of Darkness sfida il cacofonico Le Sacre du Printemps (La sagra della primavera) di Stravinskij con un’intensa esecuzione solista di 35 minuti, caratterizzata da fervore implacabile, precisione tecnica e impavido abbandono.
Fenley rimane una forza vitale nella danza, non solo come coreografa ma anche come performer. La settantunenne è stata la principale interprete della propria opera fin dal suo successo sulle scene alla fine degli anni ‘70, con pezzi caratterizzati da rigore atletico e ritmo propulsivo. Alla Biennale Danza 2026 potremo assistere dal vivo a questo uragano nel suo Bardo.
Dance People è un titolo che parla da sé. Mette in evidenza i valori della comunità al centro della creatività, rivendicandone la presenza, condividendo lo spazio con i cittadini e permettendo l’emergere di nuove forme di “stare insieme”. In un mondo che si muove verso algoritmi intelligenti, menti guidate dai dati, e intelligenza artificiale, sembra che alcune delle domande più urgenti oggi siano quelle relative alle riunioni, agli incontri e alla convivenza. Qual è lo spazio di una democrazia? Una dittatura? Lo spazio della cultura? Identità? Condividere lo spazio, aprirlo, proteggerlo e occuparlo è ciò che esplora questa performance, con artisti e cittadini. Come appartenere allo spazio dell’altro e come permettere all’altro di appartenere al proprio spazio?
I coreografi Omar Rajeh e Mia Habis invitano vari artisti di diversi retroterra culturali e artistici a unirsi a loro in un processo creativo collettivo. L’obiettivo è creare una serata di performance interattiva che apra la possibilità di condividere lo spazio con il pubblico. Dance People è un evento artistico festoso e gioioso che critica le strutture di potere e la supremazia.
Tempo, opera dell’artista visivo, mago e regista Kalle Nio fonde magia, arti visive, cinema, storia dell’arte, circo e teatro in un linguaggio artistico unico. Traendo ispirazione dalla magia teatrale del XIX secolo, Nio ne reimmagina gli elementi come base per le sue esplorazioni visivamente suggestive del corpo umano e delle relazioni interpersonali all’interno della società contemporanea. In collaborazione con il coreografo brasiliano Fernando Melo, l’opera esplora il tempo, la sua percezione, accelerazione, decelerazione e la sua fine. Al centro della performance c’è un evento apparentemente insignificante che assume proporzioni enormi, rivelando la fragilità della vita. Genialità che sfuma i confini.
Il lavoro innovativo della coreografa, regista e cineasta Elle Sofe Sara attinge fortemente dalla cultura Sami, cultura indigena delle zone settentrionali delle nazioni oggi conosciute come Svezia, Norvegia e Finlandia; e dall’oblast di Murmansk in Russia. Una cultura nata da un clima feroce di ghiaccio, mondo animale e silenziosa intimità. Profondamente umani, tutti noi desideriamo appartenere, sentirci abbracciati dagli altri, sentirci a casa nel mondo naturale e, forse, attraversare la nostra vita con l’uso del sapere ancestrale. Vi diamo il benvenuto in un vecchio mondo di nuove possibilità.
In una sorprendente collaborazione con il Norwegian National Ballet e la coreografa Hlín Hjálmarsdóttir, con la musica di Valgeir Sigurðsson, Láhppon/Lost è una narrazione fisica della ribellione di Kautokeino del 1852 – una delle più violente nella storia sámica – un punto di svolta dopo anni di conflitti tra i sami e le autorità danesi-norvegesi. Joik (canzoni tradizionali del popolo Sami) di nuova composizione insieme a costumi e scenografie disegnati dal celebre fashion designer Henrik Vibsko, si svelano in un paesaggio scenico futuristico che interagisce in modo giocoso con la natura e la tradizione, riflettendo le usanze, le pratiche costruttive e le tecniche sámi.
L’artista e coreografo italiano Andrea Salutri, con Invisible, e il coreografo e danzatore neozelandese Oli Mathiesen, con Just Between Me and Jesus, sono i vincitori del bando nazionale e internazionale dedicato alle nuove coreografie, selezionati tra un numero impressionante di candidature: 700 domande tra artisti e compagnie. Sia a livello nazionale che internazionale, le compagnie dimostrano un reale bisogno di supporto artistico per crescere. Questo programma sembra essere per gli artisti un’ancora di salvezza in un momento in cui le nuove opere e le voci giovani vengono in gran parte ignorate.
Biennale College è stato costantemente una parte fondamentale di tutte le edizioni della Biennale Danza, con il suo programma che si è evoluto e perfezionato nel corso degli anni. Il nostro obiettivo di mettere in relazione i giovani talenti emergenti con apprendimento, formazione, tutoraggio e opportunità creative eccezionali è rafforzato dalla straordinaria guida di artisti rinomati come Pite, Forsythe, Xie Xin, Teshigawara, Forti, McGregor, Caprioli, Tharp, Waltz e tanti altri. Ogni anno rivediamo e aggiorniamo la nostra offerta, con l’obiettivo di raggiungere uno standard di massimo livello nella formazione della danza. Ancora una volta, 16 giovani danzatori provenienti da tutto il mondo e due giovani coreografi saranno in residenza alla Biennale Danza 2026, partecipando a classi, workshop, lavori di repertorio e, soprattutto, creando nuove opere. Avendo l’obiettivo di presentare i più grandi artisti di danza viventi al mondo a Biennale College, siamo felici che i partecipanti possano lavorare quest’anno con due delle più importanti innovatrici della danza del XX e XXI secolo – Molissa Fenley e Maxine Doyle. Molissa Fenley è una delle figure più influenti e iconiche della danza postmoderna, ha fondato Molissa Fenley and Company nel 1977 e da allora ha creato più di 85 lavori nel corso di una brillante carriera che ancora continua. Maxine Doyle è una coreografa e regista indipendente. Dal 2002 è regista-coreografa per Punchdrunk, con cui ha co-diretto il pluripremiato Sleep No More (Londra, Boston, New York, Shanghai), The Drowned Man, The Firebird Ball, Faust, Masque of the Red Death, Tunnel 228 e The Duchess of Malfi. Entrambe queste artiste sono potenze dell’immaginazione, esperienza e innovazione, e siamo entusiasti di commissionare due nuove opere ideate specificamente per i danzatori di Biennale College 2026: On Tenderness e Hubris. Inoltre, due giovani coreografi emergenti creeranno e presenteranno due prime mondiali alla Biennale Danza 2026, guidati da me e la mia squadra.
Per festeggiare 20. Festival Internazionale di Danza Contemporanea e i 28 anni dall’inizio ufficiale del programma della Biennale Danza, una mostra storica, realizzata in collaborazione con l’Archivio Storico della Biennale - ASAC, metterà in luce e renderà omaggio i risultati raggiunti dal festival nel corso degli anni. Attraverso film, fotografie, testi, documenti, oggetti, conferenze e incontri dal vivo, questa mostra approfondirà il vasto archivio della Biennale Danza ed esplorerà la sua missione diversificata e influente – dal suo investimento fondamentale negli artisti e nel loro lavoro alla sua continua ricerca e sviluppo della forma. Life Lines affascinerà, ispirerà e ci ricorderà che il corpo è un archivio vivente e che l’archivio vivente è esso stesso un corpo.
Le occasioni di conversazione e dibattito organizzate per incontrare gli artisti prima e dopo gli spettacoli, per approfondire il loro lavoro e la loro visione artistica, sono al tempo stesso illuminanti e ricche di spunti. Nel 2026 offriremo ulteriori opportunità per questi incontri. Portando avanti e valorizzando il nostro programma di mentoring in conversation con il nuovo gruppo di giovani giornalisti e curatori di danza della Biennale, forniremo una solida base per il loro futuro percorso professionale e stimoleremo il nostro pubblico con dibattiti vivaci.
Ogni artista che si esibirà alla Biennale Danza 2026 terrà un workshop per un’ampia gamma di partecipanti durante il Festival. Questo programma di workshop permette a un pubblico eterogeneo di danzatori professionisti e non di sperimentare dal vivo gli incredibili mondi fisici dei talenti della Biennale. Molti di questi workshop saranno aperti al pubblico e incoraggeranno attivamente i danzatori amatoriali a partecipare e a godersi la potenza della danza in azione.