In The End of the World (2023-2024), cobalto, terre rare, rame, stagno, nichel, litio, manganese, coltan, germanio e platino vengono pressati in un cubo di quattro centimetri quadrati. Questi metalli sono dieci dei minerali più critici al mondo oggi, essenziali per le tecnologie al centro sia della transizione verde sia della guerra. Portano con sé le loro traiettorie e le loro origini: l’immensità delle miniere a cielo aperto scavate nella terra; le oscure profondità oceaniche con i loro ecosistemi ancora non studiati che vengono scandagliati e saccheggiati per ottenere il manganese; l’appetito rapace di una società che sta progettando di sfruttare la luna, vedendola come un altro luogo da conquistare e consumare. Ogni strato del cubo è al centro di forti tensioni geopolitiche; le conseguenze fisiche, ambientali e umane dell’acquisizione di questi metalli sono vertiginose.
Collocata al centro di uno spazio svettante, simile a una cattedrale, la piccola forma incornicia l’Arsenale come parte dell’opera. Con questo gesto preciso, Alfredo Jaar condensa i vasti grovigli delle tragedie globali in un’opera precisa di pathos e poesia che non lascia spazio alla fuga.
Il cubo brilla.
Lo desideriamo. Ne abbiamo bisogno. Il mondo finisce, ancora e ancora.
—Allyn Aglaïa