Per quattro decenni, attraverso disegni, sculture, video e installazioni, Alice Maher ha indagato le questioni dell’identità, del genere e della corporeità nell’Irlanda post-coloniale. La sua pratica artistica si concentra sui confini tra mito e memoria, oggetto e immagine, sé individuale e sé collettivo. Maher appartiene a una generazione pionieristica di femministe irlandesi; il suo impegno si estende dal Women Artists Action Group degli anni Ottanta alla Artists’ Campaign a sostegno del movimento che ha portato all’abolizione del divieto di aborto nel 2018.
Maher indaga il mito, il folklore e il subconscio, riconfigurando gli archetipi della femminilità come presenze instabili. Nell’installazione all’aperto Les Filles d’Ouranos (1996; riprodotta per la Biennale Arte 2026), numerose teste vermiglie emergono dall’acqua in una rivisitazione della nascita di Afrodite. La dea si trasforma in una proliferazione di voci che combinano fertilità, frammentazione e ammonimento. In The Sibyls (2025), Maher rivisita le profetiche donne del mito, che appaiono impigliate in enormi matasse di capelli; sotto di loro, elementi simili a grandi gocce di mercurio poggiano su scure superfici a specchio. In quest’opera, scultura e disegni di grandi dimensioni intrecciano un dialogo carico di tensione.
Rifiutando le interpretazioni predeterminate a favore di scivolamenti e trasformazioni, Maher apre spazi in cui i confini tra personale e politico, sacro e profano si mantengono generativi e irrisolti.
—Sarah Kelleher