Buhlebezwe Siwani è una artista, attivista, iNyanga (guaritrice tradizionale) e iSangoma (indovina) le cui responsabilità estetiche, politiche e socio-spirituali operano in sinergia e dialogano attraverso la sua pratica. Mediante la fotografia, il video, la performance, la scultura e la pittura sperimentale, le sue opere danno vita a riflessioni di carattere storico, gesti politici e prescrizioni di guarigione.
L’opera di Siwani alla Biennale Arte 2026 affronta il tema della femminilità nera in dialogo con il Rinascimento, le narrazioni della colonialità e dell’apartheid e il contesto sudafricano contemporaneo. L’installazione video a cinque canali Amagugu presenta sei donne nere, nude e adorne di vivaci fiori di protea e strelitzia, e di imphepho essiccato, un incenso impiegato nei rituali di divinazione e guarigione. Le donne, compresa la stessa Siwani, sono immerse in un profondo chiaroscuro che si avvale di un paradigma iconografico occidentale per rappresentare il corpo femminile nero.
Le sculture Zanenkosi e Ilifa lakhe sono scolpite in un sapone dalla tonalità di verde immediatamente riconoscibile per ogni famiglia sudafricana a basso reddito. Questo simbolo di disuguaglianza è usato per rappresentare un soggetto trascurato: la donna incinta. Rappresentando la gravidanza come uno stato di gravità rallentata, le opere insistono sugli aspetti più profondi e al tempo stesso ordinari della maternità. Nel dipinto astratto Izintaba, il sapone agisce come pigmento che macchia e rilascia colore, sovvertendo le convenzioni comunemente associate al materiale. Operando queste scelte di metodo per tematizzare la femminilità nera, Siwani articola un discorso sociale e politico sulla percezione e sulle aspettative.
—Same Mdluli