Parfumerie prende il nome da una rivoluzione notturna avvenuta a Zurigo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, quando un gruppo di artisti, DJ e performer decise di ricavare uno spazio destinato al divertimento collettivo. Dopo aver preso possesso di magazzini e vetrine di negozi, si sono spostati in locali musicali di rilievo dando vita ad attività collaterali e accogliendo il caos dell’organizzazione sociale spontanea. Koyo Kouoh, che talvolta lavorava al bar, ha inteso Parfumerie come uno spazio in cui sperimentare le opportunità offerte da un’istituzione gestita da artisti.
Il progetto Parfumerie della Biennale Arte 2026 occupa la Casetta Scaffali, riaffermando la sua attitudine al placemaking e promuovendo la sua energia come un’installazione attiva. Il progetto è ideato dall’artista Clarissa Herbst e dalla performer Dominique Rust, due fondatrici della scena, in dialogo con altri partecipanti originali. Parfumerie non dispone di un archivio completo, e come tracce rimangono volantini e fotografie sfocate. Più diffusi sono i suoni, le persone, i giochi di luce e il modo in cui questi contribuiscono a un’esplorazione concettuale di Parfumerie a livello sensoriale e neurochimico.
Negli ultimi anni si è assistito a un aumento dell’interesse per quest’epoca della cultura dei club, non da ultimo come antidoto all’isolamento sociale nel periodo del Covid, e a una resistenza all’autoritarismo e alla gentrificazione. Rivisitare Parfumerie oggi significa anche porsi una domanda sulle città attuali: quali pratiche elusive e fuggevoli stanno attivando gli artisti per rimodellare il tessuto urbano?
—Gabe Beckhurst Feijoo