Marcel Duchamp aveva capito che il museo è una macchina: di giudizio, di inquadramento, di potere. E ha realizzato opere in grado di insinuarsi all’interno di questa macchina, versando colla nei suoi ingranaggi. Con Boîte-en-valise (concepita nel 1935-1941, con rielaborazioni successive), Duchamp riduce il museo alle dimensioni di una valigia. Questa retrospettiva in miniatura, ricca di riproduzioni in scala ridotta delle sue opere, è anche una sorniona forma di critica istituzionale: il museo come finzione, l’“oeuvre” come qualcosa di assemblato, replicato e curato costantemente. Una riflessione successiva è più invasiva, persino provocatoria: in Étant donnés: 1. La chute d’eau, 2. Le gaz d’éclairage (1946-1966), una porta in legno forata da due spioncini offre una prospettiva fissa su una scena che raffigura uno scultoreo corpo femminile nudo con le gambe divaricate. L’opera induce il visitatore a ricoprire un ruolo che il museo nega ufficialmente di aver mai assegnato: quello del voyeur.
Per dare una coreografia a questa esperienza e al lavoro necessario per sostenerla, Duchamp ha realizzato un elaborato Manuale di istruzioni, il suo capolavoro di burocrazia più sottovalutato. Qui, la cura istituzionale diventa una condizione necessaria per l’esistenza stessa dell’opera, e il museo entra a far parte del suo sistema operativo. Étant donnés dimostra chiaramente che l’arte sopravvive attraverso la regolamentazione, la manutenzione e una continua negoziazione con il potere. Nell’ultima scommessa di Duchamp, l’opera acquista forza non adattandosi alla propria cornice, ma perturbando il sistema che la sostiene.
—Elena Filipovic