Per Manuel Mathieu l’arte inizia dove il tempo si frattura, aprendo un campo infinito. Il suo lavoro è ispirato dall’eredità liberatoria di Haiti negli ambiti dell’arte, della letteratura, della musica e della spiritualità, oltre che dalle sfide contemporanee del Paese. Mentre la pittura è il fulcro della sua pratica, la ceramica, il mosaico, il cinema e il profumo ampliano la sua indagine e il suo vocabolario dei materiali. Nelle sue opere a tecnica mista su tela, scatole contrassegnate diventano una metonimia della corporeità, interrogando il perimetro del corpo e il suo campo relazionale.
Nel mosaico Abundance and Drought (2024), emerso durante una ricerca per un progetto di arte pubblica a Montréal (dove Mathieu vive dall’età di diciannove anni), l’impronta geologica diventa una metafora di continuità, in contrasto con la fragilità delle strutture sociali e politiche che danno forma all’empatia. Il cortometraggio Pendulum (2023), presentato come un’installazione su schermo bifacciale con elementi scultorei e olfattivi, esamina ciò che segue l’emancipazione, mentre il titolo dell’opera GENOCIDE (2026) diventa una cruda testimonianza del momento attuale, riconoscendo la crisi e insistendo sul confronto. L’opera di Mathieu si interroga non solo su ciò che percepiamo ora, ma anche su come scegliamo di agire, ricordare e immaginare ciò che verrà dopo.
—Dominique Fontaine