L’esplorazione e il rituale costituiscono i punti di accesso attraverso cui rana elnemr indaga la materia. Le opere riunite sotto il titolo The Sugarcane Choir si fondano sull’ascolto attento, la gravità e l’allineamento, estendendosi negli spazi interni ed esterni della Biennale lungo quattro percorsi ellittici.
Stampata su tessuto e sospesa a dei fili, the tachograph records (2020) è l’unica opera che attraversa tutti i percorsi, collegando una serie di sculture, stampe, installazioni e fotografie all’interno dello spazio espositivo. L’installazione si estende all’esterno dei padiglioni fino al chiosco delle guardie di sicurezza che si affaccia sul canale nel punto più a nord dell’Arsenale, con quattro nuove opere d’arte, tra cui un pezzo audio. Tesa e giocosa al tempo stesso, in bilico tra apertura e protezione, l’installazione si configura come un incontro con il nucleo di un labirinto, punto di convergenza di un’esibizione corale dal vivo durante l’ultima settimana della Mostra.
Canne e giunchi, trasformati in strumenti a fiato tradizionali, producono un suono distinto organizzato in maqāmāt, termine arabo che significa “livelli”, comunemente usato per indicare i modi melodici indigeni nel sufismo. I campi di canna da zucchero non sono molto diversi dalle paludi di Venezia: uno spazio liminale dove gli emarginati trovavano rifugio. Più denso è il campo di canne, più esso contiene interstizi, e quando il vento lo attraversa, il campo si anima di suoni, dando vita a un vero e proprio spirito fonico.
—Ahmed Refaat