Dal 2018 Alan Phelan indaga il procedimento Joly, un antico metodo di fotografia a colori inventato nel 1894 dal fisico irlandese John Joly. Questo primo processo additivo pratico e stabile per la produzione di immagini a colori da una singola lastra fotografica utilizzava pellicole in bianco e nero in combinazione con un filtro a schermo composto da sottili linee rosse, verdi e blu (RGB), gettando le basi per tecnologie successive come l’autocromia dei fratelli Lumière.
Le fotografie realizzate dall’artista con il procedimento a colori Joly, uniche nel loro genere, attingono a un insieme di riferimenti storico-artistici e culturali, ricostruendo una memoria visiva di questo metodo laddove non ne esisteva alcuna. Romanzate, ritoccate o stravolte, queste storie “controfattuali” abbracciano cinque secoli di produzione di immagini, dalla pittura floreale olandese alla rappresentazione di identità e sottoculture queer nella fotografia. Retroilluminate da pannelli LED, a volte in dispositivi di presentazione ricavati da mobili antichi, le fotografie Joly di Phelan incarnano un’intensità luminosa, piccole dimensioni e oggettività.
Phelan ha esteso il processo Joly a progetti di arte pubblica e interventi architettonici, tra cui nuove opere in RGB e testuali posizionate con discrezione negli ambienti dell’Esposizione. Tra le lacune e negli spostamenti che esplora tra testo e immagine, il significato non è né anacronistico né completamente radicato nella contemporaneità, ma piuttosto transitorio, contestato e destinato a scomparire.
—Joanne Laws