Nelle installazioni di Léonard Pongo, le scene sono sospese tra presenza e assenza. Le figure emergono solo per dissolversi; vanno alla deriva come ricordi che rifiutano di sedimentarsi. Questa ambiguità è un modo di abitare il mondo. Nelle cosmogonie congolesi, l’essere umano coesiste su un piano orizzontale con altre specie, un concetto che funziona come un’infrastruttura invisibile per il lavoro dell’artista. Le sue installazioni a tecnica mista – con sovrapposizioni di tessuti, specchi e veli – sono volte a scolpire lo spazio e creare zone di risonanza.
In Inhabiting the Landscape (2023), Pongo stratifica immagini acquisite con telecamere a spettro completo stampate su veli, tessuti e superfici riflettenti, mentre una proiezione video mostra la transizione tra paesaggi congolesi visibili e invisibili. Gli elementi interagiscono, respirano e si mescolano, evocando un ciclo incessante di vita e di morte. In Tribute to Tshibola & Upemba (2026), trasferimenti fotografici specchiati ricostruiscono l’immagine di un albero di banane, considerato da alcune culture congolesi un simbolo di rinascita e radicamento. L’opera intessuta, che rivela particolari di ramoscelli e acqua vorticosa, fa eco ai simboli tradizionali e alimenta figurativamente l’albero frammentato, componendo un ecosistema autosufficiente. L’installazione diventa una soglia dove la terra congolese si trasforma in un veicolo di conoscenze che rifrange la memoria e la luce.
—Ange Frédéric Koffi