Il lavoro di Wardha Shabbir è incentrato sui giardini: ricordi del giardino di sua madre e della città giardino di Lahore, dove le ecologie e la densità culturale sono messe a dura prova dal degrado ambientale, dall’instabilità politica e dalla precarietà sociale. Formatasi nella pittura miniaturistica, Shabbir sonda ed espande i confini di genere, interrogandosi su come potrebbe evolversi per contenere l’esperienza contemporanea.
Il ricco linguaggio simbolico di Shabbir è caratterizzato dal fogliame e dalle geometrie biologiche. Molti dei suoi dipinti includono una forma scura e sinuosa – un mukhi, in urdu, ossia il cuore del bocciolo di un fiore. Nelle mani di Shabbir, il mukhi rappresenta l’inizio di qualcosa, la forma del divenire; richiama sia un vulcano visto dall’alto che un grembo materno. I suoi petali si protendono verso l’esterno come le tante braccia della dea indù Kali Mata, capace di gestire infinite responsabilità – come fanno molte donne e madri.
In The Symphony of Silence (2025), il mukhi traccia un percorso attraverso una composizione che fa riferimento alle immagini satellitari, all’orientamento, alla migrazione e ai viaggi personali dell’artista. Altre opere creano un un mondo immersivo che Shabbir descrive come “savane sacre”. La sua scultura A Home Is Where My Leaves Are (2026) nasce a partire da una ricerca sulle piante che sono in grado di adattarsi a condizioni estreme. Gli ecosistemi immaginati da Shabbir offrono interpretazioni visive su come sopravvivere, trasformarsi e persistere.
—Jessica Cerasi