Nel 2012, il regista malese Tsai Ming-liang ha avviato il suo progetto Walker, tuttora in corso: una serie di nove film nei quali Lee Kang-cheng interpreta il ruolo di un monaco buddista che attraversa con estrema prudenza diversi paesaggi contemporanei in tutto il mondo. Il personaggio è un esplicito omaggio al monaco cinese Xuanzang, che nel VII secolo si recò in India per recuperare i grandi testi del buddismo.
In Sand (2018), settima opera della serie, vediamo per lo più Lee camminare lentamente lungo una spiaggia gelida ed estremamente inquinata vicino a Zhuangwei, sulla costa nord-orientale di Taiwan. Questo luogo, che non presenta altre tracce di vita, sembra appartenere a uno scenario post-apocalittico. Il contrasto tra la veste sgargiante del monaco e le tante sfumature di grigio plumbeo dell’ambientazione riprende il potere evocativo degli altri film del progetto.
L’apparente minimalismo del film si intensifica man mano che ci lasciamo coinvolgere dal suo ritmo e dalla sua potente colonna sonora. I movimenti misurati del monaco ci invitano a percepire la complessità delle nostre azioni più banali. Se il viaggio può essere un rimando a un particolare ambiente culturale, filosofico e religioso, i movimenti del protagonista e le scelte cinematografiche di Ming-laing lo collocano in un contesto infinitamente più ampio, al crocevia tra la banalità della vita quotidiana e il pensiero più ambizioso.
—Jean-Michel Frodon