Bonnie Devine erode il mondo coloniale, dando forma alle possibilità immaginative di uno decoloniale. In questo processo di erosione, acqua e tempo plasmano la terra in modi lenti e persistenti. Anche l’osservazione dell’artista è una forma di modellazione energetica dei mondi che abita. Per questo so che Devine ha fatto qualcosa di più che creare opere d’arte, ha dato forma a un mondo in cui vivo anch’io, un mondo che fa emergere verità perdute nella colonizzazione, onorando al contempo il trauma che ancora lo attraversa.
Le coste, dove l’acqua incontra la terra, sono anche luoghi interstiziali di scambio culturale e di storie intrecciate nella serie di otto paesaggi vividi e pulsanti, Land in War (2024-2025). In questi lavori, l’artista esplora le esperienze dei veterani, incluso suo padre, che hanno combattuto su sponde lontane in conflitti prodotti dai tentativi coloniali di conquista di territori.
Nel monumentale Battle for the Woodlands (2014), Devine ripristina una mappa coloniale dell’Alto e del Basso Canada che mostra solo i laghi Ontario ed Erie, offrendo così una comprensione più completa di questo paesaggio acquatico. I Grandi Laghi sono rappresentati in ossido rosso, tanto che sembrano balzare fuori dalla superficie, evadendo i confini della mappa.
Nelle opere che indagano la sua terra d’origine, la comunità Anishinaabe di Genaabaajing Serpent River First Nation, l’artista porta pazientemente alla luce gli effetti dell’estrazione dell’uranio nel bacino idrografico del radioattivo fiume Serpent, come in Stories from the Shield: Radiation and Radiance (1999).
—Tania Willard