Eustáquio Neves è un fotografo autodidatta che, dalla fine degli anni Ottanta, ha prodotto riflessioni acute sulle fratture storiche e sociali che collegano il passato e il presente della presenza afro-diasporica in Brasile.
Alla Biennale Arte 2026, Neves presenta due serie. Arturos (1993-1995) documenta l’immersione prolungata di Neves in una secolare comunità nera di Minas Gerais. La serie è allo stesso tempo un archivio, una registrazione della pluralità dei modi di socialità dei neri in Brasile e una dimostrazione delle strategie estetiche tipiche dell’artista, tra cui la manipolazione in camera oscura. Cartas ao mar (2016) si è sviluppato in seguito a un periodo di ricerca che Neves ha intrapreso tra le rovine del molo di Valongo, un tempo il più grande sito di sbarco di africani ridotti in schiavitù. Confrontandosi con i traumi che permeano il luogo, Neves non ha prodotto nuove immagini in loco ma si è rivolto al proprio archivio, modificando ogni immagine in modo che nessun individuo rimanesse identificabile. I ritratti sono sovrapposti a fotografie di lapidi e stampati su vecchia carta emulsionata, in modo da ottenere la patina di un documento d’archivio. Se Arturos si legge come un’affermazione di vita, una celebrazione della forza collettiva alimentata dai legami di parentela, Cartas ao mar insiste sul ricordo come imperativo etico, sviluppandosi come una meditazione dolente.
—Thiago de Paula Souza