La pratica artistica di Guadalupe Maravilla affonda le radici nell’autobiografia e nell’attivismo per rendere visibile l’esperienza carnale della migrazione contemporanea, le cui imprese eroiche si intrecciano con le scie dei traumi inflitti dalla violenza coloniale e dall’imperialismo. Queste riflessioni sono influenzate dalla battaglia dell’artista contro il cancro, una malattia che ritiene essere la manifestazione fisica dello stress legato al faticoso viaggio verso gli Stati Uniti fatto da bambino negli anni Ottanta.
Al centro dell’installazione di Maravilla si trovano quattro Disease Throwers, che combinano elementi fatti a mano con oggetti di recupero trovati mentre ripercorreva il suo itinerario attraverso l’America Centrale. Le sculture funzionano sia come santuari che come strumenti di guarigione che è possibile suonare. Dal soffitto pendono cinque grandi amache, in ciascuna delle quali è iscritta una frase di una canzone spesso cantata ai bambini per confortarli quando si fanno male. L’etica della cura di Maravilla si estende alle cerimonie di guarigione sonora che conduce nelle sue installazioni e che si rivolgono sia a un pubblico generico, sia a gruppi specifici come i malati di cancro e i rifugiati.
Nell’attuale clima politico, l’opera di Maravilla è caratterizzata da una tensione crescente tra il morbo metaforico della xenofobia e il reale tributo fisico che essa impone alle persone. Di fronte alla violenza pubblica e polarizzante esercitata dallo Stato, Maravilla rimette ognuno e ognuna di noi in sintonia con il proprio corpo e con le altre persone, offrendo il suo balsamo sonoro come mezzo per favorire l’introspezione e la collettività.
—Alex Klein