Si consideri che Johannes Phokela è un pittore storico sudafricano e che la storia non ha mai una fine. È ora e ora e ora, e sta esplodendo tutta intorno a noi. Si consideri che Phokela è nato nella municipalità di Soweto nel 1966, dieci anni prima della rivolta di Soweto e degli anni di violenza e repressione statale che l’hanno seguita. Si consideri che è un iconoclasta devoto e furtivo, un artista che dirotta la genealogia della rappresentazione degli africani nell’arte europea e ne ribalta i tropi alla fonte. Si consideri che il blu e il bianco, la palette scelta per queste opere, erano i colori delle porcellane cinesi e giapponesi importate dalla Compagnia Olandese delle Indie Orientali, la più grande corporazione della storia dell’umanità, e le decorazioni su di esse divennero una fonte primaria attraverso la quale il pubblico olandese visualizzava le culture e i popoli non occidentali.
Phokela mette in discussione e stravolge le qualità vantate dalla cristianità occidentale. Original Sin (Inner Circle) (2021) rielabora un tema di Rubens, ma ora solo una donna nera incinta sopravvive al Giudizio Universale. Nella serie allegorica The Seven Virtues (2024), l’orgoglio, l’avidità, l’ira, l’invidia, la lussuria, l’ingordigia e l’accidia più sfrenati esplodono in un carnevale di capovolgimenti e rivoluzioni. In una cooptazione delle strategie satiriche di Hieronymus Bosch e Pieter Brueghel il Vecchio, Phokela ritrae un mondo perverso intriso di caos e violenza.
—Alexandra Dodd