Nella sua pratica, Sammy Baloji utilizza l’estrazione delle risorse naturali in Congo come prisma per indagare le eredità persistenti del colonialismo e il modo in cui queste strutture hanno plasmato la fruizione e la contestualizzazione dell’arte africana. Recupera dei manufatti tradizionali congolesi per attuare una forma di restituzione culturale.
Alla Biennale Arte 2026 Sammy Baloji presenta tre sculture e sedici collage. L’artista ha scansionato e ingrandito opere congolesi esistenti, integrando forme cubiche ispirate alla struttura cristallina dell’uranio. Questi cristalli “contaminano” le sculture attraverso l’allusione alla radioattività, all’estrattivismo violento e alle conseguenze distruttive delle armi atomiche.
Ogni scultura si basa su un’opera appartenente a una diversa collezione, al servizio di narrazioni ideologiche specifiche. Una grande scultura all’aperto riprende un’opera conservata in un gabinetto di curiosità rinascimentale, mentre due sculture esposte all’interno del Padiglione Centrale fanno riferimento a opere provenienti da un museo coloniale belga del XIX secolo e dalla collezione del museo nazionale di Mobutu degli anni Settanta, che promuoveva un ritorno all’“autenticità”.
In sedici stampe-collage, Baloji intreccia immagini tratte da cataloghi etnografici e altre fonti con propri diagrammi di cristalli minerali e scansioni di manufatti congolesi conservati in musei etnografici. La scansione di queste sculture, sostiene, si configura come una forma di voyeurismo scientifico: l’informazione che ne deriva non può colmare la perdita di senso subita al momento della loro sottrazione al contesto originario.
—Heidi Ballet